Dalle fatture false alle banche di Pechino: scoperto un riciclaggio da 5 miliardi
Scoperto ad Ancona un tesoro nascosto dei clan cinesi: 433 società cartiere e miliardi trasferiti in Cina

Un sistema di riciclaggio internazionale capace di movimentare miliardi di euro dall'Italia verso la Cina è stato smantellato dalla Guardia di Finanza nell'ambito di un'indagine coordinata dalla Procura di Ancona. Quella che viene considerata una delle più grandi operazioni di riciclaggio mai scoperte in Europa ha portato alla luce trasferimenti di denaro per circa 3 miliardi di euro verso istituti bancari statali cinesi, ma gli investigatori ritengono che il volume reale delle somme possa aver raggiunto almeno i 5 miliardi.
L'inchiesta nasce quasi per caso a Senigallia. Due finanzieri notano un cittadino cinese mentre carica un minivan di carta igienica in una zona periferica della città. Insospettiti, decidono di seguirlo fino a un capannone tessile dove scoprono una ventina di lavoratori cinesi impiegati in nero. Approfondendo gli accertamenti, emerge però un elemento ancora più significativo: nello stesso stabile risultano registrate decine di società prive di una reale attività economica.
Da quel primo controllo prende forma un'indagine che si estende rapidamente su scala nazionale. Gli investigatori, coordinati dalla procuratrice Monica Garulli e dal generale Carlo Tomassini, comandante provinciale della Guardia di Finanza di Ancona, arrivano fino a Sesto San Giovanni, nell'hinterland milanese. In un appartamento individuano una cittadina cinese che, attraverso alcuni server informatici, gestisce l'emissione di migliaia di fatture false intestate a società inesistenti.
Dai computer presenti nell'abitazione partono circa 12 mila fatture per operazioni commerciali mai avvenute. Il meccanismo, secondo gli investigatori, era tanto semplice quanto efficace: imprenditori italiani effettuavano realmente i bonifici relativi alle fatture ricevute; successivamente il denaro veniva restituito in contanti, al netto di una commissione trattenuta dagli organizzatori, pari a circa il 10 per cento. In questo modo gli imprenditori riuscivano a riciclare somme provenienti da evasione fiscale, mentre la rete cinese accumulava enormi quantità di denaro contante.
Un sistema che la Guardia di Finanza sta riscontrando con frequenza crescente in diverse aree del Paese, ma che nell'inchiesta marchigiana assume dimensioni eccezionali. A colpire gli investigatori non è soltanto la quantità di contante raccolta attraverso attività commerciali, centri massaggi e imprese tessili riconducibili alla comunità cinese, ma anche il numero di aziende italiane coinvolte. Sono infatti circa 60 mila le imprese che avrebbero utilizzato le fatture false emesse dalla rete scoperta dagli investigatori.
“Un sistema scoperto grazie all’intuito di due finanzieri che si insospettiscono vedendo un cinese riempire un van di carta igienica e che poi riescono a trovare le società cartiere, grazie al rintracciamento del server dal quale si collegavano i computer per emettere le fatture false — racconta il comandante Tomassini — da lì poi a raggiera ci siamo allargati scoprendo un sistema enorme”.
Secondo quanto accertato dagli investigatori, la struttura illegale era composta da 433 società cartiere distribuite in tutta Italia. La maggior parte operava in Lombardia, ma ramificazioni erano presenti anche in Toscana, Veneto, Lazio, Piemonte, Campania, Emilia-Romagna, Marche e Sicilia. A gestirle erano 287 cittadini cinesi, il cui compito principale era trasferire il denaro verso specifici istituti di credito della Repubblica Popolare Cinese, tra cui Agricultural Bank of China, China Citic Bank, China Construction Bank, Bank of Wenzhou e Bank of Taizhou.
Proprio il ruolo di questi istituti rappresenta uno degli interrogativi centrali dell'indagine. Gli investigatori si chiedono infatti se banche inserite in un sistema finanziario sottoposto a un rigoroso controllo statale potessero realmente ignorare la provenienza delle somme ricevute dall'estero.
Le perquisizioni eseguite nel corso dell'operazione hanno restituito l'immagine di una disponibilità di contante impressionante. In numerosi casi i finanzieri hanno rinvenuto milioni di euro nascosti in valigie, intercapedini e altri nascondigli. Oltre al denaro, sono stati sequestrati gioielli, preziose opere d'arte in avorio e oggetti di antiquariato di particolare valore.
“Per dimostrare al fisco in un primo momento che le società non sono fittizie devono avere delle spese: e quindi facevano acquisti di ogni tipo”, spiega la procuratrice Garulli.
Tra le spese documentate figurano acquisti di beni di lusso per cifre considerevoli. Solo in un anno, i soggetti coinvolti avrebbero effettuato acquisti per circa 8 milioni di euro alla Rinascente di Milano, comprando articoli di marchi prestigiosi come Gucci e Prada.
L'indagine si concentra ora anche sull'altra faccia del sistema: gli imprenditori, i commercianti e gli altri soggetti italiani che si sarebbero rivolti alla banca clandestina cinese per riciclare denaro sottratto al fisco. Un ruolo importante, secondo gli investigatori, sarebbe stato svolto da professionisti e intermediari che avrebbero favorito il contatto tra domanda e offerta di questi servizi illeciti.
“E non si può escludere che anche la criminalità organizzata possa essersi avvalsa di questo sistema illecito”, tiene a precisare la procuratrice Garulli.
Gli accertamenti sui flussi finanziari sono ancora in corso. Tra i soggetti già individuati figurano imprenditori coinvolti in frodi legate ai bonus edilizi e associazioni sportive dilettantistiche che avrebbero occultato parte degli incassi al fisco. Un quadro che, secondo gli investigatori, potrebbe rappresentare soltanto una parte di un fenomeno molto più ampio.














