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| Cronaca

Caso Minetti-Cipriani, Graciela non ritratta le accuse: intanto parte la maxicausa da 250 milioni contro il Fatto

AMDuemila

La presunta ritrattazione di Graciela, l’ex dipendente uruguaiana che nelle scorse settimane aveva raccontato al Fatto Quotidiano e successivamente al Corriere della Sera dettagli sui festini organizzati nella tenuta uruguaiana di Giuseppe Cipriani, non sembra cancellare i contenuti essenziali delle sue precedenti dichiarazioni. 

Al centro della vicenda vi è il documento sottoscritto da Graciela davanti a un notaio il 29 maggio scorso. Un testo che è stato presentato come una smentita delle accuse formulate nelle settimane precedenti, ma che, letto nel dettaglio, non contiene una vera ritrattazione dei punti più rilevanti emersi dalle sue testimonianze. 

Uno dei passaggi più discussi riguarda Nicole Minetti. Davanti al notaio, Graciela afferma che, durante il periodo in cui ha lavorato nella tenuta “Gin Tonic”, non le consta con certezza che Minetti fosse coinvolta in attività finalizzate a “cercare, coinvolgere, ingaggiare o in qualsiasi modo indurre a partecipare o invitare prostitute”. Tuttavia Il Fatto Quotidiano non aveva mai sostenuto che la donna avesse assistito direttamente ai presunti festini. Nelle conversazioni precedentemente pubblicate dal giornale, interrogata sul ruolo dell’ex consigliera regionale lombarda, Graciela aveva invece dichiarato: “Sì, lei c’entra con tutto, tutto… guarda le ragazze. Le ragazze devono fare esercizio, hanno la loro parrucchiera… Io… stiamo parlando di come era l’organizzazione fino a un anno fa. Io parlo di un anno fa. Nicole guarda le ragazze: questa mi piace, questa non mi piace…”.

Anche sul tema dell’adozione del figlio della coppia non emerge una vera smentita. Nel documento notarile Graciela sostiene che l’attenzione di Minetti fosse principalmente rivolta “alla cura e all’educazione del bambino”, definito “molto allegro ed in perfette condizioni”. Una precisazione che non contraddice direttamente quanto riferito in precedenza, quando aveva raccontato che il bambino trascorreva la maggior parte del tempo con la tata uruguaiana Fatima.

Analoga situazione per quanto riguarda le presunte molestie attribuite a Giuseppe Cipriani. Davanti al notaio, Graciela chiarisce che si sarebbe trattato di una “situazione di molestia sul lavoro, conflitto risolto mediante accordo transattivo stipulato tra le parti”. Tuttavia non specifica la natura della molestia e non smentisce quanto dichiarato in precedenza al giornalista Thomas Mackinson: “Ha cercato di baciarmi e un giorno mi ha chiesto un massaggio erotico (gli ho risposto che non facevo quel tipo di massaggio…). E l’ultimo giorno ha cercato di baciarmi di nuovo e voleva che lo toccassi. Mi sono rifiutata e la cosa non gli è piaciuta per niente”. A sostegno del proprio racconto, la donna aveva anche prodotto un messaggio inviato a una collaboratrice di casa Cipriani: “Io non faccio quel tipo di massaggio e Giuseppe mi ha insinuato molte volte di fargli un massaggio sensuale”.

L’unico punto sul quale Graciela manifesta una contestazione diretta riguarda la gestione della propria identità e della copertura mediatica della vicenda. Nel documento notarile sostiene infatti che la pubblicazione del suo nome le abbia causato “un danno enorme nella vita lavorativa e nella vita privata” e accusa un giornale italiano di aver utilizzato le sue generalità senza autorizzazione e di aver “travisato alcune delle mie affermazioni”. Tuttavia, il Fatto sostiene di possedere messaggi dai quali emergerebbe il consenso della donna alla pubblicazione dell’intervista con nome e cognome, previa possibilità di leggere il testo prima dell’uscita.

Nonostante il desiderio espresso di interrompere ogni rapporto con i media per proteggere la propria famiglia e ritrovare serenità, Graciela conclude la propria dichiarazione con una disponibilità che potrebbe rivelarsi decisiva per eventuali sviluppi futuri. “Affermo la mia totale disposizione a comparire dinanzi agli ambiti istituzionali o giudiziari dove sia formalmente richiesta, al solo fine di chiarire qualsiasi dubbio o fatto che, a causa della mia inesperienza davanti ai media, possa aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni”.

Proprio questo documento è oggi uno degli elementi richiamati nell’offensiva giudiziaria promossa da Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti contro Il Fatto Quotidiano e Report. Negli Stati Uniti, la società Cipriani Usa Inc. ha depositato il 5 giugno presso la Corte distrettuale di New York una causa nella quale sostiene che gli articoli e i servizi televisivi abbiano provocato danni economici per circa 250 milioni di dollari. A questi si aggiungerebbero ulteriori 5 milioni di euro richiesti per i presunti danni ai diritti della personalità di Cipriani, Minetti e del figlio minorenne.

Nell’atto, i legali dello studio Reinhardt Savic Foley LLP richiamano espressamente la dichiarazione notarile di Graciela e affermano che la donna starebbe valutando possibili iniziative legali contro il quotidiano per essere stata fraintesa o per aver visto alcune proprie dichiarazioni riportate fuori contesto. L’azione americana non si fonda però su una contestazione di diffamazione, bensì su accuse di “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”.

Secondo i legali della società, la pubblicazione delle notizie avrebbe avuto conseguenze immediate sugli affari del marchio Cipriani, compreso il rallentamento di una trattativa da 50 milioni di dollari a causa delle perplessità manifestate da un finanziatore. Nella richiesta di risarcimento vengono inoltre inclusi circa un milione di dollari di spese legali e investigative sostenute per contrastare le accuse diffuse dalla stampa.

La citazione descrive una presunta campagna di notizie “false e sensazionalistiche”, contestando in particolare gli articoli riguardanti i rapporti tra Cipriani e il ministro della Giustizia Carlo Nordio, i riferimenti a Jeffrey Epstein, le ricostruzioni sui presunti festini nella residenza uruguaiana e le vicende relative all’adozione e alla gestione del figlio della coppia. “Sebbene le falsità fossero presentate come riferite personalmente a Giuseppe Cipriani – scrivono – i convenuti sapevano (oppure hanno agito ignorando colpevolmente tale circostanza) che la campagna avrebbe necessariamente e prevedibilmente provocato un grave e immediato danno commerciale a Cipriani Usa”.

Parallelamente è stata avviata a Roma la procedura di mediazione obbligatoria, passaggio preliminare a una possibile causa civile italiana. Gli avvocati Antonella CalcaterraEmanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchidenunciano una “violenta campagna stampa diffamatoria” e chiedono il risarcimento dei danni subiti dalla reputazione, dall’onore, dall’immagine, dall’identità personale e dalla riservatezza di Cipriani, Minetti e del figlio. 

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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