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| Cronaca

Antimafia a doppio senso: maggioranza di governo scuda Delmastro e frena ricerca della verità

Vincenzo Musacchio
antimafiaduemila

La decisione della Giunta per le autorizzazioni della Camera di negare alla Procura della Repubblica di Roma l’acquisizione delle chat tra l’onorevole Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia segna, a mio avviso, un ulteriore, profondo punto di frattura nel rapporto tra politica, magistratura e cittadini. Non si tratta di una semplice disputa procedurale su fatti di scarso rilievo, né di una controversia esclusivamente politica: al centro dell’inchiesta dei magistrati requirenti di Roma vi sono ipotesi di reato gravissime, aggravate dal presunto metodo e dall’agevolazione mafiosa. L’indagine ruota attorno alla gestione della società “Cinque Forchette” e al progetto imprenditoriale collegato alla cosiddetta “Bisteccheria d’Italia”, nel cui ambito Delmastro risulterebbe aver avuto, in passato, un ruolo societario. Mauro Caroccia, interlocutore delle conversazioni oggetto di richiesta, è stato indicato dagli inquirenti come prestanome e come figura contigua al clan camorristico dei Senese, tra le organizzazioni criminali più radicate e influenti nella capitale. Per gli investigatori, i messaggi scambiati su WhatsApp costituiscono un elemento probatorio essenziale per ricostruire i contatti, la consapevolezza dei rapporti e i flussi finanziari finalizzati al riciclaggio di proventi illeciti.

La magistratura non contesta a Delmastro la qualità di indagato nel procedimento penale, ma ritiene – correttamente, a mio giudizio – indispensabile l’analisi delle conversazioni per definire il quadro indiziario relativo alla rete di fiancheggiatori del clan. La Giunta, invece, ha sostenuto che la richiesta fosse priva di delimitazioni temporali sufficientemente rigorose, definendola “generica” e facendo ricorso alle guarentigie parlamentari previste dall’articolo 68 della Costituzione. L’arroccamento su tale interpretazione, tuttavia, solleva interrogativi rilevanti sotto il profilo etico, politico e, soprattutto, costituzionale. L’immunità parlamentare nasce per preservare la libertà della funzione legislativa da indebite ingerenze del potere giudiziario, non per trasformarsi in uno scudo di protezione personale che impedisca approfondimenti investigativi quando vengono in rilievo interessi e contaminazioni con la criminalità organizzata. È ipocrita dichiarare una linea di “tolleranza zero” contro le mafie durante le commemorazioni ufficiali e, al contempo, bloccare strumenti conoscitivi richiesti dall’autorità giudiziaria proprio quando le indagini sfiorano esponenti dell’esecutivo o del partito di governo.

Il diniego rischia inoltre di sottrarre agli inquirenti elementi conoscitivi cruciali per ricostruire le modalità di penetrazione economica della camorra a Roma, determinando uno svantaggio informativo difficilmente recuperabile. La decisione della Giunta ha già provocato vivaci proteste in Aula e un acceso confronto tra le forze politiche. Il punto di frizione più serio potrebbe spostarsi sul terreno istituzionale: la Procura della Repubblica di Roma sta infatti valutando la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione tra poteri dinanzi alla Corte Costituzionale. Potrebbe essere dunque la Consulta a stabilire se la Camera abbia oltrepassato i limiti delle proprie prerogative, convertendo una garanzia costituzionale in un ostacolo all’accertamento della verità processuale in materia di antimafia. La trasparenza, specie quando sono in gioco presunte contiguità con il crimine organizzato, non dovrebbe ammettere eccezioni né separazioni di parte.

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