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| Cosa Nostra

Trentatré anni dopo, un sorriso che non si spegne: il ricordo di don Puglisi

Mirko Felas

“Me l’aspettavo”: furono queste le ultime parole che padre Pino Puglisi rivolse ai suoi carnefici prima di morire il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno. 
Giuseppe Puglisi, detto Pino e tra i suoi ragazzi conosciuto come “3P”, dal 1990 parroco di San Gaetano, a Brancaccio, scelse di vivere il sacerdozio come una missione dentro la strada. In un quartiere di Palermo abbandonato dalle istituzioni, segnato da povertà, analfabetismo, assenza di servizi e dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata, decise di abbattere idealmente le mura della chiesa, e di portare all’esterno il messaggio del Vangelo, trasmettendo accoglienza con significativo impegno civile, allo scopo di restituire alle persone dignità e possibilità di scegliere. La sua attenzione per le giovani generazioni risaliva ai primi anni ‘70 quando, nel Centro diocesano vocazioni, accompagnò migliaia di ragazzi nella ricerca del proprio percorso di vita. “Sì, ma verso dove?” era la domanda che spesso poneva, non riferendosi necessariamente alla vocazione religiosa: per don Pino l’essenziale era diventare uomini e donne consapevoli e responsabili, mettendo la propria vita al servizio altrui.
Successivamente all’arrivo a Brancaccio, questa convinzione divenne sempre più azione concreta: i legami costruiti con famiglie, giovani e bambini; il sostegno e l’aiuto agli abitanti di via Hazon per migliorarne le condizioni di vita e sottrarre spazio alla cosca; la promozione di numerose iniziative antimafia, in particolare durante gli anniversari della strage di Capaci e via d’Amelio, e la nascita del Centro Padre Nostro, diventato un punto di riferimento della comunità, resero padre Puglisi una minaccia concreta al potere della criminalità organizzata. Il parroco comprese come la mentalità mafiosa prospera in assenza di alternative, dove rassegnazione e paura frenano le reazioni popolari, “se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto”, osava ripetere. Una semplice frase che faceva ben comprendere la sostanza del suo impegno: una sfida che non si limita alla denuncia ma punta alla marginalizzazione del controllo criminale.
In seguito ad intimidazioni sempre più esplicite, don Pino venne ucciso la notte del 15 settembre di 33 anni fa, dopo esser stato avvicinato da Gaspare Spatuzza e colpito con uno sparo alla nuca da Salvatore Grigoli, oggi entrambi collaboratori di giustizia. 
La sentenza di Cassazione ha individuato come mandanti dell’omicidio i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Brancaccio condannati all’ergastolo, come componenti del commando Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone e Nino Mangano, infine come esecutore materiale Salvatore Grigoli, condannato a 16 anni. Nella sentenza inoltre si evince che padre Puglisi fu assassinato perché scomodo, socialmente impegnato e formatore di coscienze, “sono soltanto uno che ha cercato di lavorare per il Regno di Dio” diceva di sé. 
Prima di cadere a terra, padre Puglisi sorrise ai suoi assassini. Questo gesto inaspettato accompagna ancora oggi Salvatore Grigoli, “c'era una specie di luce in quel sorriso che mi rivolse, che mi aveva dato un impulso immediato” ha ricordato, e Gaspare Spatuzza. Egli vide il parroco durante un sopralluogo in preparazione dell’esecuzione, quel volto mite gli rimase impresso negli anni a venire, per riaffiorare durante il processo di collaborazione con la giustizia e durante diversi confronti in aula. Persino Papa Francesco riconobbe attraverso quel gesto il sacrificio del sacerdote, ricordando come la mafia tentò di sconfiggerlo, uccidendolo, ma “in realtà è lui che ha vinto”.
Quel sorriso è diventato dunque il segno più importante dell’eredità di padre Pino Puglisi: l’odio e la violenza possono spegnere una vita, non possono tuttavia spegnere la luce che quella vita ha acceso negli altri.

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Foto © Shobha