Tre boss di Cosa Nostra tornano in libertà a Palermo: Lo Piccolo, Di Giovanni e Tagliavia

Nella logica di continuità che da sempre caratterizza Cosa nostra, il rientro in libertà di figure storiche del panorama mafioso palermitano rappresenta un elemento di forte attenzione per gli investigatori. Tre nomi emergono in particolare dopo aver concluso il periodo di detenzione: Calogero Lo Piccolo, Tommaso Di Giovanni e Pietro Tagliavia. Questi esponenti non agiscono isolatamente, ma portano con sé il retaggio di intere organizzazioni familiari, spesso con congiunti ancora detenuti, alcuni all’ergastolo, all’interno di una struttura gerarchica che dimostra resilienza nonostante i colpi subiti dalle forze dell’ordine.
Calogero Lo Piccolo, 53 anni, ha terminato di scontare la pena lo scorso anno. Il suo percorso è legato a eventi rilevanti della storia recente di Cosa nostra, tra cui la partecipazione alla riunione della cupola del 2018 in una casa di Baida, dopo il suo ritorno a Palermo il 6 aprile di quell’anno. In precedenza aveva risieduto ad Alghero, in Sardegna. Come riportato da Live Sicilia, Durante la detenzione a Sassari ha contratto matrimonio con Cristina Lo Cicero, con la coppia che ha affrontato questioni relative alla potestà genitoriale. Lo Piccolo ha formalmente espresso l’intenzione di voltare pagina e di rendersi disponibile per iniziative di legalità. Il mandamento di San Lorenzo, a lui riconducibile, è scenario da mesi di episodi intimidatori come incendi, minacce e raffiche di Kalashnikov finalizzati all’imposizione del pizzo. Le indagini sul patrimonio della famiglia, attivate dopo l’arresto di Salvatore e Sandro Lo Piccolo (rispettivamente padre e fratello di Calogero, entrambi condannati all’ergastolo), hanno interessato beni localizzati tra Svizzera, Lussemburgo e Gran Bretagna, senza un sequestro completo. Un pizzino sequestrato il giorno dell’arresto dell’architetto Giuseppe Liga faceva riferimento a un tesoro stimato in quasi 70 milioni di euro. Solo nel 2009, secondo le ricostruzioni, il racket avrebbe generato un milione e mezzo di euro. Da tempo è emersa anche un’“ambasciata” inviata dal 41 bis da Salvatore Lo Piccolo, detto “Totuccio il barone”, attraverso una donna a Giovanni Cusimano, settantenne di Partanna Mondello. Le indagini hanno indicato plausibilmente in Rosalia Di Trapani, moglie di Salvatore Lo Piccolo, la persona che ha veicolato il messaggio, contenente riferimenti a un “pesciaiolo di Pallavicino” (in realtà un affiliato) e ad altre questioni interne al mandamento. La comunicazione avrebbe coinvolto anche il figlio Claudio, trasferitosi negli Stati Uniti. Nel mandamento di Porta Nuova è tornato libero il sessantenne Tommaso Di Giovanni, con condanne definitive. Egli ha passato il testimone al fratello Gregorio, presente alla riunione della cupola del 2018. La figlia di Gregorio ha sposato Emilio Greco, sempre come riportato da Live Sicilia, fratello di Leandro Greco e cugino di Giuseppe Greco, esponenti storici del mandamento di Ciaculli, in un legame dal forte valore simbolico. Anche il terzo fratello, Giuseppe Di Giovanni, risulta libero nonostante una pesante condanna di primo grado. L’ultimo dei tre a rientrare a Palermo, pochi mesi fa, è Pietro Tagliavia, classe 1978, storico capomafia di Brancaccio. Figlio di Francesco Tagliavia, ergastolano per le stragi di via d’Amelio e via dei Georgofili, Pietro Tagliavia proviene da una famiglia con profonda tradizione mafiosa, attiva nel settore del pesce dove spesso affari e interessi criminali si sovrappongono.
Le indagini sul mandamento di San Lorenzo e le nuove alleanze
Le indagini sul mandamento di Brancaccio hanno portato alla luce legami trasversali con San Lorenzo e Porta Nuova. Al centro dell’attenzione degli inquirenti figura Antonino Marino, personaggio con precedenti per mafia e droga, fratello di due boss di primo piano e per un periodo impiegato nella mensa universitaria di viale delle Scienze. La sua posizione è rafforzata dal legame di parentela con il boss di Brancaccio Nino Sacco: Marino è genero di Maria Sacco, sorella del capomafia. Scarcerato a dicembre 2022 dopo una condanna a 7 anni, il suo attivismo si colloca temporalmente vicino all’omicidio di Giancarlo Romano, boss emergente di Brancaccio ucciso a febbraio 2024 nel corso di contrasti per il controllo del “pannello” delle scommesse clandestine. Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Marino avrebbe contribuito alla riorganizzazione del mandamento, con focus su traffico di droga e gioco illegale. Al rientro in libertà di Nino Sacco, Marino – insieme a Carmelo, nipote di Sacco – avrebbe assunto un ruolo di spicco. La famiglia Marino era storicamente fedele ai Lo Nigro, avversari dei Sacco nel quartiere di corso dei Mille. In seguito Antonino Marino avrebbe cambiato alleanza. Come emerso da intercettazioni: “…quello Tonino vuole passare dall’altra parte con lui con Nino Sacco… Franco Salerno è passato pure con loro…”. La trasversalità di Marino è confermata da ulteriori elementi. Nunzio Serio, capomafia di San Lorenzo (poi tornato in carcere), utilizzava una linea telefonica riservata e una chat per gestire il cartello della droga tra mandamenti, nella quale era stato inserito anche “quello… Tonino” (Marino), sotto la gestione di Francesco Stagno, braccio destro di Serio. A luglio 2024 Marino ha incontrato Biagio Serenella, scarcerato nel 2023 dopo l’operazione “Alexander” e fratello di Antonino Seranella (braccio destro di Alessandro D’Ambrogio). L’incontro, come si legge si Live Sicilia, riguardava presumibilmente la gestione di somme destinate ai detenuti e precedenti accordi tra le famiglie. Gli investigatori continuano a ricostruire questi rapporti fluidi tra i mandamenti di Brancaccio, San Lorenzo e Porta Nuova, evidenziando una Cosa nostra palermitana ancora in grado di ridefinire rapidamente alleanze e gerarchie, anche dal carcere.
ARTICOLI CORRELATI
''E meno male che la mafia non c'è più''
















