Sangue e coraggio: Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, due poliziotti contro la mafia
Quarantuno anni fa un commando di Cosa nostra trucidò il vicequestore di Palermo e l’agente di scorta con 200 colpi di kalashinkov

Con un raid di una ferocia impressionante, Cosa nostra abbatteva il vicequestore aggiunto di Palermo Antonio “Ninni” Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Era il 6 agosto 1985. Cassarà stava rientrando a casa, in viale Croce Rossa a Palermo, insieme a tre agenti della sua sezione, quando venne sorpreso da una pioggia di colpi di kalashnikov provenienti dalle finestre dell’edificio di fronte. Un commando di nove uomini esplose circa 200 proiettili, che investirono la Fiat Argenta del vicequestore e l’Alfetta della scorta. Gli agenti scesero immediatamente dalle vetture per reagire e tentare di proteggere il vicequestore, che era riuscito a raggiungere l’androne del palazzo. Ma ogni tentativo fu inutile. Cassarà morì tra le braccia della moglie Laura, sporche di sangue, che nel frattempo si era precipitata giù per le scale per soccorrere il marito. Con lui morì anche l’agente di scorta Roberto Antiochia, rimasto a rispondere al fuoco proveniente dall’alto. Cassarà era uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Falcone e, secondo molti tra coloro che lo conoscevano, un poliziotto di straordinaria competenza. Nato a Palermo il 7 maggio 1947, dopo aver vinto il concorso per commissario della Polizia di Stato iniziò la sua carriera a Reggio Calabria. Successivamente venne trasferito a Trapani, dove conobbe Falcone, con il quale strinse un forte sodalizio investigativo. In seguito, Cassarà fu assegnato alla Questura di Palermo in qualità di vicedirigente della Squadra Mobile. Qui iniziò a collaborare con investigatori e magistrati del calibro di Giuseppe Montana, Paolo Borsellino e Rocco Chinnici. Determinante fu il suo contributo all’indagine internazionale “Pizza Connection” e alla redazione del celebre Rapporto dei 162, il primo documento in grado di delineare l’intero organigramma della cupola di Cosa nostra, anche grazie alle dichiarazioni dei primi collaboratori di giustizia. Quel lavoro investigativo rappresentò la base conoscitiva per l’istruzione del Maxiprocesso di Palermo. In quegli anni l’attività investigativa della Polizia di Stato a Palermo raggiunse risultati straordinari, colpendo duramente Cosa nostra, che infatti si era già vendicata pochi giorni prima di quel 6 agosto, uccidendo il commissario Giuseppe Montana il 28 luglio. Fu proprio a seguito di quel delitto che Roberto Antiochia decise di interrompere le ferie a Ostia per tornare in Sicilia e proteggere Cassarà. Il giovane poliziotto si assunse il rischio pur non essendo più assegnato alla Questura di Palermo. Nessuno di loro, però, sapeva che da mesi Cosa nostra aveva iniziato a organizzare l’assassinio del vicequestore e che, per realizzare il piano, i boss avevano ricevuto informazioni da alcune talpe presenti all’interno della questura. Dopo l’eccidio di viale Croce Rossa, la madre di Roberto, Saveria Antiochia, ha dedicato la propria vita alla diffusione della cultura della legalità. Attraverso il Circolo Società Civile e l’associazione Libera ha portato avanti la memoria del figlio e dei suoi colleghi, raccontando le loro storie ovunque. Le prime condanne per l’agguato arrivarono alcuni anni dopo, nell’ambito del processo “Michele Greco + 32”, iniziato nel 1989, che riunì le indagini sulle uccisioni di Montana, Cassarà e Antiochia. Il 17 febbraio 1995 furono condannati all’ergastolo i capi di Cosa nostra Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca e Francesco Madonia. La Cassazione confermò le condanne nel 1998. Nel 1997, durante il processo “Francesco Madonia + 25”, il collaboratore di giustizia Francesco La Marca rivelò che, per uccidere Cassarà, i mandamenti mafiosi si erano accordati affinché partecipassero membri di diverse famiglie. La prima riunione si tenne il 3 agosto 1985 nel garage del Fondo Pipitone, ospitata da Enzo Galatolo. Tra i presenti, secondo La Marca, vi erano anche Pippo Gambino, Raffaele Ganci, i fratelli Galatolo, Giovanni Motisi, Paolo Anzelmo, Salvatore Biondino e altri affiliati. Per ricordare Cassarà e Antiochia nel 41esimo anniversario del loro assassinio, ieri mattina il questore di Palermo Vito Calvino ha deposto una corona d’alloro presso il simulacro commemorativo in piazza Giovanni Paolo II. Presenti i familiari delle vittime e le autorità civili e militari. Subito dopo, presso la cappella della Caserma Lungaro, si è tenuta una messa officiata dal cappellano della Polizia di Stato Massimiliano Purpura.
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