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Maxi-banda della droga legata a Cosa nostra: 29 indagati dalla procura di Palermo

AMDuemila

Il Tribunale di Palermo ha emesso un’ordinanza di misure cautelari personali nei confronti di 29 indagati. Al centro dell’inchiesta un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, aggravata dai legami con Cosa nostra, attiva tra aprile 2023 e l’11 febbraio 2025.
Secondo il provvedimento del giudice Lirio G.F. Conti, Gabriele Pedalino rivestiva il ruolo apicale del sodalizio; già detenuto al regime del 41 bis per associazione mafiosa e omicidio.
Sarebbe stato lui a dirigere i traffici dal carcere tramite cellulari illecitamente introdotti, impartendo ordini ad altri presunti membri del sodalizio.
Le indagini hanno evidenziato “l’esistenza di un’organizzazione gerarchica e stabilmente destinata al traffico di stupefacenti, la gestione di una cassa comune e, infine, l’utilizzo della forza di intimidazione, derivante dall’affiliazione o dall’aderenza a Cosa Nostra”, si legge nell’ordinanza di custodia cautelare.
L’ordinanza sottolinea il profilo di Pedalino: "Gabriele Pedalino, figlio di Francesco e nipote dello storico uomo d’onore Salvatore Profeta, è stato condannato in via definitiva quale esecutore materiale dell’omicidio di Salvatore Sciacchitano, detto Mirko, commesso a Palermo il 3 ottobre 2015 nell’interesse di Cosa nostra; egli è stato inoltre condannato, con sentenza pure definitiva, per il delitto di cui all’art. 416 bis c.p., per aver fatto parte della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù".
Altri indagati figurano con ruoli di corrieri, intermediari o pusher. Per molti è contestata la recidiva.
Questa inchiesta conferma ancora una volta come esponenti di Cosa Nostra riescano a gestire traffici di droga anche dal carcere, sfruttando legami familiari e di mandamento per mantenere il controllo sul territorio e sulla piazza di spaccio di Palermo.
Attraverso più canali di approvvigionamento, il sodalizio faceva giungere a Palermo soprattutto cocaina, poi affidata a incaricati del confezionamento in dosi e dello smercio nelle piazze del capoluogo.
Il gruppo intratteneva rapporti con un analogo clan guidato da Giuseppe Bronte, già ai domiciliari all’epoca dei fatti, con il quale Pedalino avrebbe raggiunto intese.


L'utilizzo dell'app Signal

Per cercare di sfuggire alle intercettazioni Gabriele Pedalino impartiva gli ordini dal carcere col cellulare attraverso l'utilizzo dell'app Signal con cui fissava quantitativi e prezzi dello stupefacente. L'indagato aveva creato una chat col titolo: "i fuorilegge". Il quartier generale dell'organizzazione è stato individuato in un cortile in via Oreto e in un bar nella stessa zona. Secondo gli investigatori della squadra mobile e del Ros dei Carabinieri il gruppo, che si occupava del rifornimento e della vendita della droga, godeva dell'appoggio di Cosa nostra e in particolare del mandamento di Santa Maria di Gesù. Da una conversazione intercettata il 20 settembre del 2023, "l'attaccante", appellativo di Guglielmo Rubino, uno degli arrestati, aveva avuto "lo star bene che può fornire tutta Palermo". Guglielmo Rubino già condannato per mafia in via definitiva è stato sottoposto a custodia cautelare nel 2023 con l'accusa di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù. La nuova misura gli è stata notificata in carcere.

Il 'cartello' della droga palermitano 

Diversi mandamenti mafiosi hanno stretto un accordo per gestire in modo coordinato gli affari legati alla droga, pur con un ruolo preminente riconosciuto a un boss in particolare. Il dato era già emerso nel 2025 ma ora arrivano le confereme investigative.
Si tratta di Tommaso Lo Presti, a capo del mandamento di Porta Nuova e soprannominato “il pacchione”. La quantità di stupefacenti in circolazione è tale da consentire profitti per tutti i soggetti coinvolti. Il pentito Vincenzo Petrocciani, ultimo collaboratore di giustizia di Brancaccio, aveva riferito che Alessandro Scelta – uno dei 26 arrestati di ieri – gli forniva “due, tre chili di cocaina a settimana”. Inizialmente il prezzo era di “41 mila al chilo”, ma poi "il prezzo è sceso, a dicembre 2024 mi ha consegnato sette chili e li ho pagati 31.000 al chilo”.

Sempre secondo Petrocciani, è stato proprio Scelta a parlargli del sostegno garantito a Giuseppe Bronte: “Giuseppe Bronte aveva ricevuto l’appoggio di Cosa nostra nella persona di suo zio Masino Lo Presti, al quale veniva destinata parte dei guadagni o, in alternativa, mezzo chilo di cocaina”. Una ricostruzione ancora al vaglio degli inquirenti, così come la parentela indicata. Un altro arrestato, Antonino La Mattina, ha raccontato di aver saputo da Guglielmo Rubino, detto l’attaccante, che questi si era “preso tutto il pallino nelle mani… lui ha avito lo sta bene che può rifornite tutta Palermo, cioè Palermo Centro glielo deve dire al ‘parente’, Brancaccio glielo deve dire deve al ‘parente’, tutto Palermo ti giuro”.  Il ‘parente’ indicato è Masino Lo Presti, tornato in carcere a febbraio dell’anno scorso nel blitz dei 181.
La Mattina poi ha voluto mettere "un punto" per quanto riguardava il prezzo della droga: "Dobbiamo prendere a venticinque e lo dobbiamo dare a ventisei". In tutto sarebbero "pezzi di cinquanta mila euro ogni dieci giorni".

L’esistenza del cartello trova ulteriore riscontro in una conversazione intercettata il 6 febbraio 2024 tra il reggente del mandamento Tommaso Natale-San Lorenzo Nunzio Serio e il suo braccio destro Francesco Stagno, mentre discutevano di carichi di droga con il calabrese Emanuele Cosentino. In quell’occasione Serio aveva detto: “Tu sei uscito qua pure mi… mi ha oscurato a me”, mostrando il cellulare a Stagno e aggiungendo: “… guarda… gli utenti hanno lasciato la chat… ma che minchia dici”. Nel tentativo di ripristinare la connessione sono emersi i nomi dei partecipanti alla chat riservata: Tommaso Lo Presti (“il pacchione… ora fa quarant’anni di matrimonio”), Guglielmo Rubino, reggente del mandamento di Santa Maria di Gesù (“Guglielmo per noi si leva la vita”), Cristian Cinà della famiglia di Borgo Vecchio (“Cristian Borgo Vecchio”) e Giuseppe Auteri, allora latitante e ai vertici di Porta Nuova (“fratello Peppe”).

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