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Mafia: Kalashnikov e arsenali nascosti, riemergono i segreti dei Lo Piccolo

AMDuemila

Fra i segreti custoditi dal boss Calogero Lo Piccolo ci sono anche quelli legati all’arsenale della famiglia. A raccontarne alcuni dettagli, anni fa, fu uno dei fedelissimi della cosca diventato poi collaboratore di giustizia. "Ho detenuto diverse armi su consegna dei Lo Piccolo. Un kalashnikov, una mitraglietta, un fucile a pompa, tre o quattro pistole", dichiarò Francesco Briguglio, spiegando anche i passaggi successivi di quelle armi: "Tali armi le ho consegnate all’inizio del 2003 a Giovanni Bologna su indicazione dei Lo Piccolo. Poi ho appreso che le stesse erano state consegnate ad Andrea Quatrosi su indicazione di Calogero Lo Piccolo".
Quatrosi, altro uomo fidato della cosca, è tornato in libertà nella polveriera della zona occidentale di Palermo, fra San Lorenzo, Tommaso Natale e Resuttana. In quei quartieri il nome dei Lo Piccolo continua ad avere un peso. Salvatore Lo Piccolo, il patriarca della famiglia che tradì Rosario Riccobono per schierarsi con Totò Riina, fu uno dei killer protagonisti delle sanguinose guerre di mafia tra gli anni Settanta e Ottanta. Lo stesso percorso criminale segnò anche il figlio Sandro, già condannato all’ergastolo a soli 25 anni.
Per i Lo Piccolo il kalashnikov non rappresentava soltanto un’arma, ma un simbolo di potere e riconoscimento. A confermarlo è stato un altro collaboratore di giustizia, Gaspare Pulizzi: "Una volta, un kalashnikov arrivò da Catania. Era un regalo di Angelo Santapaola per Sandro". Tra il 2005 e il 2006, Pulizzi procurò ai figli del capomafia altre armi: "C’era pure un kalashnikov".
Poco prima dell’arresto dei Lo Piccolo, avvenuto nel novembre 2007, si diffuse la notizia del pentimento di Francesco Franzese, arrestato alcuni mesi prima. Fu allora che l’arsenale venne nascosto: "Così le armi, fra cui il kalashnikov, furono sistemate dentro un fusto e affidate a Vito Palazzolo". Due anni dopo alcune armi riconducibili ai boss di Tommaso Natale vennero ritrovate nel giardino di Villa Malfitano, ma all’appello mancavano proprio i kalashnikov.
Il collaboratore di giustizia Manuel Pasta aggiunse un ulteriore dettaglio: "Un bidone contenente armi era nascosto nel terreno di proprietà di un dentista, allo Zen". All’interno c’erano anche grandi quantità di munizioni, un elemento particolarmente significativo perché i proiettili per AK47 non sono facilmente reperibili sul mercato nero.
Intanto, la banda che nelle ultime settimane ha seminato il terrore a Palermo utilizzando un AK47 avrebbe già sparato circa 120 colpi nei quattro raid compiuti nell’arco di un mese e mezzo. Sui reperti sequestrati stanno lavorando i carabinieri del Ris di Messina, impegnati a verificare eventuali collegamenti con vecchie armi utilizzate negli anni Novanta. Gli investigatori ritengono che l’arma impiegata negli ultimi assalti sia sempre la stessa e stanno cercando di ricostruirne provenienza e percorso.
Sotto osservazione resta l’intera area occidentale della città, da San Lorenzo a Tommaso Natale, passando per Resuttana e Sferracavallo, territori storicamente legati agli equilibri mafiosi. Proprio ieri il coordinatore provinciale del Movimento 5 Stelle, Steno Di Piazza, insieme ai consiglieri della Settima Circoscrizione, ha incontrato il Prefetto Massimo Mariani chiedendo un rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine: "A Sferracavallo serve una presenza stabile dello Stato".
Negli ultimi giorni il prefetto ha convocato diversi incontri con le forze di polizia per affrontare la nuova recrudescenza criminale. Tra le richieste avanzate anche quella al Comune di completare la rete di videosorveglianza cittadina. A Sferracavallo, infatti, come denunciato da Repubblica, non è presente neppure una telecamera comunale.

Fonte: la Repubblica

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