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| Cosa Nostra

Guttadauro libero, il Ministero: ''Nessun dato sull’effetto della continuazione''

A sollevare il caso in Parlamento Stefania Ascari e altri deputati

AMDuemila

La scarcerazione di Giuseppe Guttadauro riapre una questione che riguarda non soltanto la vicenda giudiziaria di uno dei nomi storici di Cosa nostra palermitana, ma anche gli effetti concreti dell’istituto della continuazione sulle pene dei condannati per mafia. 

A sollevare il caso in Parlamento sono stati Stefania Ascari e altri deputati, attraverso un'interrogazione a risposta scritta. La risposta del Ministero della Giustizia contiene un elemento particolarmente significativo: "lo Stato non dispone di dati statistici consolidati capaci di quantificare quanto la continuazione incida sui tempi effettivi di detenzione dei condannati per criminalità organizzata".  

La vicenda presa come riferimento è quella di Giuseppe Guttadauro. Il medico chirurgo, considerato dagli atti giudiziari uno degli esponenti apicali di Cosa nostra nella provincia di Palermo, è stato scarcerato il  giugno 2026, in esecuzione di un ordine della Procura generale presso la Corte d'appello di Palermo, dopo la rideterminazione della pena derivante dall'applicazione della continuazione.  

Il Ministero chiarisce che la decisione non è riconducibile all'amministrazione penitenziaria né al Ministero della Giustizia. La rideterminazione della pena è infatti conseguenza di una valutazione dell'autorità giudiziaria, effettuata caso per caso sulla base dei presupposti previsti dalla legge. 


Il buco nei dati

È però sulla possibilità di conoscere gli effetti complessivi della continuazione che emerge il dato destinato a far discutere.

Alla richiesta dei parlamentari di conoscere quanti condannati per associazione mafiosa o per altri reati aggravati dal metodo mafioso abbiano beneficiato, negli ultimi dieci anni, della rideterminazione della pena attraverso la continuazione, il Ministero spiega che **gli ordinari sistemi statistici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non registrano questo dato come informazione autonoma**.

Non esiste, in altre parole, una banca dati dalla quale ricavare automaticamente quanti provvedimenti di questo tipo siano stati adottati e quanto abbiano inciso sulla durata delle detenzioni.

Per ottenere una risposta, spiega il Ministero, sarebbe necessario procedere attraverso una **ricognizione analitica dei singoli fascicoli giudiziari**. Per questo, allo stato, non sono disponibili dati statistici consolidati sull'impatto della continuazione sui tempi effettivi di espiazione della pena dei condannati per criminalità organizzata. 


La storia di Guttadauro

Nella risposta vengono quindi ricostruiti alcuni passaggi della lunga storia giudiziaria di Guttadauro.

Dopo il primo arresto nel 1984 e il successivo coinvolgimento nelle vicende del maxiprocesso, è stato condannato definitivamente nel 1996 per partecipazione ad associazione mafiosa.

Nel procedimento “Golden Market” sono state successivamente accertate altre condotte associative, protrattesi sino al gennaio 1995, con applicazione di un aumento di pena per continuazione.

Nel processo “Ghiaccio”, invece, è stato accertato il ruolo di comando ricoperto all'interno del mandamento di Brancaccio, oltre al coinvolgimento nella gestione di attività estorsive e nelle relazioni tra diverse articolazioni dell'organizzazione mafiosa. 

Guttadauro è stato sottoposto anche al 41 bis dal 2002 al 2012, oltre a essere destinatario di misure di prevenzione e, successivamente, della libertà vigilata.

Ma il punto centrale della ricostruzione ministeriale riguarda ciò che sarebbe avvenuto dopo la scarcerazione. Le nuove attività investigative, riferisce il Ministero sulla base delle informazioni della Procura di Palermo-Direzione distrettuale antimafia, avrebbero documentato la ripresa dei rapporti con esponenti di primo piano di Cosa nostra e il mantenimento di un ruolo di prestigio all'interno dell'organizzazione, attraverso collegamenti e intermediazioni finalizzati anche alla trasmissione di direttive operative e alla gestione di interessi criminali. 

Quelle condotte hanno portato a una nuova condanna a "cinque anni di reclusione", pronunciata dal GUP del Tribunale di Palermo il 3 maggio 2023, confermata dalla Corte d'appello il 23 aprile 2025 e divenuta irrevocabile il 12 luglio 2026. Anche questa pena è stata posta in continuazione con una precedente condanna della Corte d'appello di Palermo del 2006. 


La questione posta da Ascari e dagli altri deputati

È proprio la possibilità che soggetti già condannati per mafia possano, una volta tornati liberi, recuperare rapporti e posizioni all'interno delle organizzazioni criminali a essere stata posta al centro dell'interrogazione di "Stefania Ascari e degli altri firmatari".

I parlamentari hanno chiesto al ministro non soltanto i numeri relativi all'applicazione della continuazione, ma anche quali iniziative intendesse assumere per verificare la compatibilità dell'attuale disciplina con le esigenze di prevenzione e contrasto alla criminalità organizzata. Tra le ipotesi sottoposte al Governo, anche eventuali interventi per limitare l'applicazione dell'istituto nei confronti dei condannati per i più gravi reati di mafia, naturalmente nel rispetto dei principi costituzionali. 

La risposta del Ministero non annuncia modifiche normative. Ricorda invece che la continuazione è un principio generale dell'ordinamento penale, collegato ai criteri di proporzionalità e personalizzazione della pena. Qualunque eventuale disciplina differenziata dovrebbe quindi trovare un equilibrio tra esigenze di contrasto alla criminalità organizzata e principi costituzionali.  

Resta però il dato emerso dalla risposta: "sull'impatto della continuazione sulle pene effettivamente scontate dai condannati per mafia non esiste oggi una fotografia statistica complessiva". 

Nel caso Guttadauro, invece, la sequenza giudiziaria è stata ricostruita nel dettaglio. E racconta una storia fatta di condanne definitive, 41 bis, misure di prevenzione, nuove indagini e una nuova condanna. Una vicenda che riporta ancora una volta al centro una domanda: quanto è possibile monitorare e impedire la ricostituzione dei rapporti criminali quando un esponente di vertice di Cosa nostra torna in libertà? 

Il Ministero sostiene che gli strumenti previsti dall'ordinamento siano stati utilizzati in maniera integrata e continuativa e che proprio il caso Guttadauro dimostri la capacità dello Stato di individuare e reprimere nuove condotte criminali anche a distanza di anni dalle precedenti condanne.