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| Cosa Nostra

Gravi omissioni del procuratore Salvatore De Luca alla Commissione Antimafia

Giorgio Bongiovanni e Luca Grossi

L’attacco gratuito e sconsiderato contro il pm Nino Di Matteo 

Errori grossolani, attacchi gratuiti, narrazioni parziali. 
Non ci verrebbero in mente altre parole per sintetizzare l’audizione del procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca davanti alla Commissione Antimafia con la quale è tornato ad accreditare la pista mafia-appalti come concausa principale delle stragi del 1992 (sia Capaci e via d’Amelio), liquidando con sufficienza piste alternative come quella nera ed escludendo del tutto la trattativa Stato-Mafia.
De Luca ha sostenuto che l’informativa ROS del 16 febbraio 1991 sul filone mafia-appalti "è stata archiviata" senza "un filo di indagini", che le indagini successive furono "apparenti" o segnate da "gravissimi errori procedurali" (soprattutto nella gestione di Pignatone), che Buscemi Antonino e il Gruppo Ferruzzi godettero di "impunità totale" fino al 1997, e che la frammentazione dei procedimenti favorì un "indebito vantaggio processuale". Ha parlato di "doppione" anomalo nel procedimento 3589/91, di scelta infausta della polizia delegata (GICO invece del ROS), di intercettazioni limitate e parziali, di omissioni nelle informative (es. nome di Ernesto Di Fresco), di smagnetizzazione delle bobine e distruzione dei brogliacci disposta da Natoli, fino ad arrivare alla conclusione che la gestione del procedimento costituisca "sicura causa" della strage di via d’Amelio (con rilevanza anche per Capaci). 
Queste affermazioni, riprese acriticamente in alcuni ambienti, non reggono al vaglio dei fatti documentati e costituiscono una narrazione riduttiva e fuorviante, smentita dalla storia reale dell’inchiesta.
Come ha detto l’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinatola maggioranza di centrodestra e il procuratore di Caltanissetta De Luca hanno stravolto il ruolo della commissione Antimafia, trasformandola in un luogo in cui svolgere processi paralleli al di fuori delle aule di giustizia, senza il vaglio preventivo di alcun giudice e senza le garanzie minime di contraddittorio per indagati che, in totale spregio della presunzione di innocenza, vengono additati alla pubblica opinione come colpevoli di fatti gravissimi, cogliendo l'occasione per tentare di screditare altri magistrati mai indagati che affermano fatti non condivisi da De Luca. Una carta bianca da parte di una politica che a convenienza sventola un garantismo di facciata che serve solo a coprire la propria corsa all'impunità, concessa per avallare narrazioni gradite alla maggioranza sulle causali delle stragi".


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© Imagoeconomica 


"Cosi il procuratore De Luca - ha proseguito - disapplicando il metodo Falcone-Borsellino, estrapolando la strage di via d’Amelio da quella di Capaci e da quelle successive e elevando al rango di prove mere ipotesi e supposizioni, ha potuto sostenere che la strage di via d’Amelio fu causata dalle indagini su mafia-appalti, in totale dissonanza dalle condanne definitive come regista della strage di via d’Amelio di Giuseppe Graviano, che mai si è occupato di appalti pubblici mentre molto si è occupato degli affari di Silvio Berlusconi. Tesi questa che invece, come De Luca sa, è stata ritenuta assolutamente inadeguata dal Gip di Caltanissetta che dopo avere rilevato tutti i deficit investigativi della procura di Caltanissetta su altre piste, ha imposto indagini suppletive su tali ben più serie piste. Infine, De Luca sa o dovrebbe sapere benissimo che non ho concordato proprio nulla con Natoli che, come risulta inequivocabilmente dalle intercettazioni, ha sempre protestato con me la propria radicale innocenza in ordine ai fatti contestatigli e che ho esortato a riferire alla commissione Antimafia gli stessi fatti che aveva riferito a me documentandoli rigorosamente, dopo che di sua iniziativa aveva chiesto di essere audito". "In tale contesto - conclude - l'ho esortato a ripetere anche un fatto vero di cui era stato testimone e che mi aveva riferito in precedenza, cioè di essere stato presente alla riunione in procura del 14 luglio 1992 e che anche lui ricordava, cosi come aveva già riferito in commissione il magistrato Patronaggio, che in quella riunione si era parlato di un'archiviazione che riguardava alcuni indagati. Fa riflettere che De Luca quando mi ha sentito come persona informata non mi abbia per nulla contestato quanto affermato oggi in commissione nè mi abbia chiesto spiegazioni".


Attacco a Nino Di Matteo: l’ufficio nisseno sta ignorando la condanna a morte del pm

Il procuratore Salvatore De Luca ha commesso un grave errore quando ha affermato esplicitamente che la Trattativa Stato-Mafia non è una concausa della morte di Paolo Borsellino. Primo punto: la trattativa c’entra, e c’entra eccome, con le stragi. La sentenza di Firenze sulla strage dei Georgofili, la Tagliavia, passata in giudicato, riconosce esplicitamente l’esistenza di contatti tra apparati dello Stato e Cosa Nostra nel 1992 come antefatto e concausa degli attentati del 1993. Quella stessa Cassazione dà ragione a Nino Di Matteo quando sostiene che il dialogo tra pezzi dello Stato e la mafia esisteva e ha influito sulla strategia stragista. Anche nella sentenza che ha assolto tutti gli imputati eccellenti nel processo Trattativa – salvando i mafiosi con la prescrizione – la Cassazione non ha escluso l’esistenza di quei contatti: li ha solo derubricati sul piano penale, senza cancellarli dai fatti emersi dalle indagini.
Secondo punto, ancora più grave: De Luca ha completamente ignorato un movente concreto che dovrebbe imporre di indagare con la massima serietà. Dieci anni fa la Procura di Caltanissetta ha accertato l’esistenza di un attentato in fase organizzativa – ancora oggi considerato “in corso” – contro il magistrato Di Matteo. Gli organizzatori erano esponenti di Cosa Nostra, con il coinvolgimento di altre famiglie mafiose e con chiari segnali di appoggi esterni. L’ordine arrivava direttamente da Matteo Messina Denaro. Nel dicembre 2012, tramite due lettere inviate ai boss palermitani attraverso Biondino, il superboss latitante diede il via libera all’eliminazione di Di Matteo. Secondo il collaboratore di giustizia Vito Galatolo, Messina Denaro scriveva sostanzialmente: "Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre". Il piano prevedeva l’uso di circa 150 chili di tritolo acquistato in Calabria, e Galatolo ha raccontato che per quell’attentato "non era come negli anni ’90, eravamo coperti", lasciando intendere garanzie e convergenze esterne a Cosa Nostra.
E perché Cosa Nostra voleva morto Di Matteo? 





Non perché indagava su altri fenomeni come le Brigate Rosse o gli appalti, ma perché si stava occupando delle stragi del 1992, in particolare del processo Trattativa Stato-Mafia a Palermo, con attenzione a via D’Amelio e ai mandanti esterni.
Invece di prendere in mano quel fascicolo e scoprire chi vuole uccidere un magistrato che indaga sulle stragi e sulla trattativa, De Luca e la sua Procura preferiscono ignorare del tutto questo aspetto e buttarlo nella spazzatura. Questa non è una leggerezza: è un fatto di una gravità assoluta.
All’Università di Catania, nel seminario di Ateneo “Territorio, ambiente e mafie” intitolato a Giambattista Scidà, Nino Di Matteo ha spiegato chiaramente la situazione: "È cambiato intorno a questo tipo di indagini anche il clima all'interno della stessa magistratura. E questo anche in seguito ad alcune recenti sentenze della Cassazione. Cito quella conclusiva sulla trattativa Stato-mafia, cito quella sul processo ‘Ndrangheta-stragista. Cito sempre della Cassazione l'ultima sentenza che ha riguardato l'omicidio Agostino: ‘C'è sembra nessuna responsabilità di quello che dico. Voler prendere le distanze da quelle indagini, quei processi che avevano ricostruito un contesto più ampio, non solo di mafia militare, nel quale quei delitti erano maturati’. Oggi i magistrati che si ostinano a voler guardare al di là del perimetro mafioso nella ricostruzione della stagione stragista sono sempre di meno e vengono visti come missionari e considerati quasi come venivano considerati gli ultimi giapponesi che si ostinavano a combattere quando la guerra era già finita. Dobbiamo renderci conto che la partita assai difficile oggi da sostenere sul campo delle ricostruzioni giudiziarie dovrebbe più efficacemente giocarsi sul piano della ricostruzione storica e dell'impegno politico per accertare la verità. Purtroppo quello che sta avvenendo in Commissione Parlamentare Antimafia sembra oltremodo significativo. Stanno concentrandosi soltanto su una delle stragi, su una pista tutto sommato minimalista e rassicurante. Stanno di fatto allontanando la speranza di una verità. E per fare questo hanno bisogno anche di sporcare l'immagine e di estromettere addirittura quei componenti, in particolare il senatore Serafini, che si sono sempre dimostrati in grado di offrire e sollecitare accertamenti ben più ampi e approfonditi di quelli che si sta fingendo di fare. Questa è la situazione, che non è una situazione che può indurre a facili ottimismi rispetto alla domanda: quanto manca per la ricostruzione completa sulle stragi?". 
De Luca ha attaccato - velatamente ma nemmeno troppo - Di Matteo sostenendo che queste parole fossero "assai inopportune e destabilizzanti per le istituzioni", ma ha evitato di confutare la sostanza.
In realtà Di Matteo non ha attaccato le istituzioni, ma ha denunciato una tendenza concreta: “Non possiamo accettare che la storia delle stragi venga ridotta a una narrazione minimalista, fatta di vendette efferate della mafia contro nemici storici. Stiamo perdendo di vista una visione unitaria di quei fatti". "Si sta proponendo una visione riduttiva - ha dichiarato Di Matteo - secondo cui Borsellino sarebbe stato ucciso per aver mostrato un generico interesse verso la pista ‘mafia-appalti’. Ritengo invece che questo approccio sia sbagliato e allontani dalla verità. È un metodo che rischia di configurarsi come un vero e proprio depistaggio istituzionale". 


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Roberto Scarpinato © Paolo Bassani 


E ha aggiunto: “Dobbiamo riconoscere l’esistenza di un filo unico che lega le stragi di terrorismo a quelle di mafia. Forse dovremmo chiamarlo ‘filo nero’, ma quel filo esiste, se vogliamo davvero comprendere". Il sostituto procuratore nazionale antimafia ha inoltre ribadito che, soprattutto a livello politico, "si tende a spezzare questi legami. La Commissione antimafia sembra voler affrontare la strage di via D’Amelio isolandola dal contesto: una scelta fuorviante, con conseguenze negative, perché quella strage può essere compresa solo in relazione a ciò che l’ha preceduta e a ciò che è seguito". 
A rendere ancora più difficile il percorso verso la verità, "è stata la morte di molte persone - mafiosi e non - che hanno portato con sé segreti importanti". Il procuratore De Luca ha criticato evitando di entrare nel merito. Invece di attaccare Di Matteo, farebbe meglio a leggere con attenzione le sentenze che cita, a leggere le 57 pagine che Scarpinato ha depositato presso la commissione antimafia dove vengono elencati tutti i punti che ancora devono essere chiariti per fare totale luce sulle stragi; e soprattutto a eseguire quanto richiesto dal Gip Luparello: indagare seriamente su eversione nera e collegamenti con elementi esterni a Cosa nostra. Quegli stessi elementi che hanno deciso la condanna a morte del pm Di Matteo proprio perché si stava occupando della trattativa e delle stragi del 1992. 
La Trattativa c’entra. Ignorare chi vuole uccidere chi ha indagato è una scelta gravissima. 


L’inchiesta non fu archiviata e non rimase senza indagini

L’indagine Mafia-Appalti non fu mai ‘insabbiata’, come paventato già da diversi giornaletti e politicanti. Partita su delega della Procura di Palermo al ROS (Mori e De Donno), produsse già nel 1991-1992 arresti di soggetti chiave come Angelo Siino (il "ministro dei Lavori pubblici" di Cosa Nostra), imprenditori e intermediari. Dopo le stragi, con l’arrivo di Caselli e nuovi collaboratori di giustizia (Siino, Brusca e altri), l’inchiesta proseguì e portò a centinaia di arresti, coinvolgendo capi mafia, politici e imprenditori nazionali, con condanne per il sistema di spartizione degli appalti gestito da Siino per conto di Riina. La presunta "archiviazione" del 1992 riguardava stralci parziali per insufficienza di elementi all’epoca, ma il fascicolo principale non fu chiuso: fu riaperto e sviluppato negli anni successivi. Affermare che "non è stato fatto un filo di indagini" è una menzogna ripetuta che non trasforma in verità la realtà processuale. Come ricordato più volte, Roberto Scarpinato ha definito questa narrazione una "menzogna" usata come arma politica.
La tesi che Buscemi e il Gruppo Ferruzzi godettero di "impunità totale" fino al 1997 è smentita dal fatto che l’inchiesta produsse rinvii a giudizio già nel 1992 e che posizioni archiviate per insufficienza di prove furono riaperte con nuovi elementi. La richiesta cautelare del 1997 (la cosiddetta "del tavolino") non fu il salvataggio di un’indagine morta, ma il frutto di un lavoro cumulativo. Il ne bis in idem per Buscemi non dimostra un favoreggiamento, ma l’esito di procedimenti paralleli. 


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Gioacchino Natoli © Paolo Bassani 


La gestione del pool antimafia e gli "errori" di Pignatone e Natoli

De Luca parla di "indagini apparenti", di "gravissimo errore procedurale" commesso soprattutto da Pignatone e di anomalie nel procedimento 3589/91 assegnato a Sciacchitano, Natoli e Pulli. Gioacchino Natoli, ascoltato più volte, ha sempre ribadito la correttezza del suo operato, spiegando che le bobine non furono distrutte (ne sono state ritrovate sei) e che l’ordine di smagnetizzazione seguiva una prassi consolidata con moduli prestampati, non un "buco nero" per occultare prove. La difesa ha evidenziato che l’atto era conforme al codice e non mirava a far sparire elementi rilevanti. Le cosiddette "omissioni" (es. nome Di Fresco o linguaggio criptico su "pellicola" e "pizza") non dimostrano un insabbiamento intenzionale: gli investigatori dell’epoca lavoravano su elementi maturati progressivamente, e molte intercettazioni erano già note al pool fin dal 1990 grazie alle proroghe. La doppia refertazione del ROS (febbraio 1991 e settembre 1992) è un altro nodo: la prima informativa non conteneva ancora tutti i nomi politici emersi dopo, ma le intercettazioni chiave risalivano già al 1990. 


Il nesso con le stragi: una "comoda scorciatoia" respinta

La parte più grave dell’audizione è l’affermazione che la gestione di mafia-appalti sia stata "sicura causa" di via D’Amelio (e in misura minore di Capaci), con interesse di Falcone rilevante anche per la sua strage, mentre ha escluso totalmente la Trattativa.
Una narrazione semplicistica, comoda, ma che non spiega assolutamente nulla.
Mafia-appalti fu un’inchiesta importante ma non spiega da sola le stragi del 1992.
Le dichiarazioni di collaboratori come Spatuzza, Cancemi, Graviano, le anomalie sull’agenda rossa di Borsellino, i furti di atti, i depistaggi istituzionali (vedi sentenza Borsellino Quater), la presenza di elementi di eversione nera (Rampulla e altri), i legami con apparati deviati e la trattativa Stato-Mafia indicano mandanti esterni e convergenze di poteri ben più ampi degli appalti.
Borsellino era interessato a molti filoni, non solo a mafia-appalti; una nota di Massa Carrara smentisce un suo interesse esclusivo o ossessivo per quel dossier: Paolo Borsellino ricevette e lesse personalmente questa nota ma non diede segni di particolare “ossessione” o urgenza per quel filone, anzi, la passò ad altri colleghi (Lo Forte e Pignatone) invece che gestirla direttamente o insistere con Natoli. Inoltre Borsellino era già a conoscenza del dossier mafia-appalti attraverso altre vie (informativa ROS del 1991, interrogatorio di Leonardo Messina, ecc.), eppure non emerge un interesse “viscerale” o esclusivo per quel tema rispetto ad altri filoni.
Quindi ridurre tutto a questa pista serve a chiudere una saracinesca su verità scottanti, pista nera, depistaggi, mandanti esterni.
In sintesi, l’audizione De Luca rappresenta un tentativo di imporre una narrazione univoca che ignora la complessità delle indagini, le acquisizioni processuali successive, le difese degli ex pm del pool e le prove su piste alternative.
La verità sulle stragi del 1992 non si esaurisce in "mafia-appalti". Continuare a spingere questa tesi unica significa fare un torto alla memoria di Falcone e Borsellino e alle vittime, che meritano la ricerca di tutti i mandanti, interni ed esterni. 

Foto di copertina © Imagoeconomica

Questo articolo, che riproponiamo ai nostri lettori, è stato scritto in data 15 aprile 2026

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