Gaetano Costa, la lotta alla mafia e ''il dovere di avere coraggio''
Quarantasei anni fa Cosa nostra uccideva il procuratore capo di Palermo. La Fondazione Costa: “Fu lasciato solo, il suo omicidio attende ancora giustizia”

“Un uomo forte che ha sfidato la morte per risanare questo nostro mondo malato di sopraffazione e di disonesti profitti”. Il cardinale Salvatore Pappalardo usò parole vibranti di dolore e rabbia per l’estremo saluto a Gaetano Costa, caduto in agguato mafioso la sera del 6 agosto 1980. Costa, procuratore di Palermo, stava sfogliando le pagine di un libro in una delle bancarelle che era solito frequentare dopo il lavoro in via Cavour quando un uomo, dal volto nascosto, gli sparò alle spalle tre colpi calibro 38/357 magnum da meno di mezzo metro di distanza. Inutile la corsa all’Ospedale Civico. Da quel tremendo omicidio di mafia sono trascorsi 46 anni. Quello di Gaetano Costa fu uno dei vari delitti inanellati da Cosa nostra in quegli anni, inseriti in un clima di terrore generale e nazionale ad opera di organizzazioni criminali di varia natura. Solo qualche giorno prima i terroristi neri eseguirono la strage alla stazione di Bologna (85 morti e circa 200 feriti), un paio di mesi prima la mafia aveva abbattuto il capitano Emanuele Basile a Monreale e, andando ancora più indietro, le Br ammazzarono il vicepresidente del Csm Vittorio Bachelet il 12 febbraio, per finire con l’assassinio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, il giorno dell’Epifania. Un delitto di cui, ancora oggi, non conosciamo pienamente la matrice. Come loro, Gaetano Costa era un uomo di Stato dalla schiena dritta e dall’alto senso del dovere. Indubbiamente scomodo e, per certi aspetti, visionario. Costa comprese che la mafia siciliana non era più solo violenza e racket: si era radicata nella pubblica amministrazione, nel ricchissimo sistema degli appalti, nella gestione delle assunzioni. Riteneva che la vera lotta alla mafia dovesse partire dai patrimoni: seguire il denaro, colpire i beni illeciti, smascherare i legami tra crimine organizzato, affari e politica. Per tal ragione era indigesto agli stomaci del convitato di pietra che nella Prima Repubblica aveva in pugno il Paese. Nato a Caltanissetta, nel cuore dell’Isola, il 1° marzo 1916, entra in magistratura dopo la laurea in Giurisprudenza a Palermo e partecipa come ufficiale dell’aviazione alla Seconda guerra mondiale, ottenendo due croci al valor militare. Dopo l’armistizio aderì alla Resistenza nelle formazioni partigiane della Val di Susa. Conclusa la guerra, prestò servizio come magistrato a Roma, per poi chiedere il trasferimento nella sua città natale, dove svolgerà gran parte della sua carriera: da sostituto procuratore a procuratore capo, Costa si distingue per indipendenza, rigore professionale e grande umanità, soprattutto nei confronti dei più deboli. Già negli anni ’60 aveva intuito che per colpire la mafia bisogna puntare al denaro, una visione che qualche decennio più tardi caratterizzò anche la strategia investigativa di Giovanni Falcone. Passano gli anni nell’ufficio a Caltanissetta e nel 1978 Costa è nominato Procuratore capo della Repubblica di Palermo. Si alza l’asticella: Palermo è un territorio ancor più insidioso. Palermo è la capitale della borghesia mafiosa, oltre ad essere il centro dei palazzi del potere siciliano. Il magistrato sapeva della sfida che lo attendeva, era consapevole delle ostilità e delle collusioni con la mafia. Lo dichiarò apertamente nel suo discorso di insediamento, in cui non nascose il timore di essere isolato. E così fu. Dalla sua scrivania diede avvio a inchieste cruciali, infliggendo duri colpi a Cosa nostra. In particolare aggredì il sistema degli appalti al Comune di Palermo, con particolare attenzione alle imprese riconducibili a Rosario Spatola. Firmò personalmente la convalida di 55 arresti, tra cui anche esponenti di primo piano delle famiglie Spatola, Inzerillo e Gambino, subito dopo l’uccisione di Emanuele Basile. Una scelta di enorme forza, che molti suoi colleghi si rifiutarono di fare. Costa diceva di avere “il dovere di avere coraggio”. Nei suoi due anni in procura a Palermo venne spesso isolato, esposto alle ritorsioni di Cosa nostra, che colpisce da sempre quando ormai la vittima è scoperta. “Mio marito fu lasciato solo a firmare i mandati di cattura contro la cosca Spatola-Inzerillo. Qualcuno lo additò addirittura come unico responsabile di quei mandati. Lo andarono a raccontare in giro agli avvocati dei mafiosi, ai giornalisti”, disse la moglie Rita Bartoli al Corriere della Sera. La vicenda di Gaetano Costa, infatti, non è solo la storia di un magistrato ucciso dalla mafia. È anche la storia della solitudine istituzionale in cui, troppo spesso, chi ha il compito di applicare la legge si è trovato a operare. “Un omicidio, come altri di vittime eccellenti e non, ancora senza giustizia”, scrive la Fondazione Gaetano Costa. “Queste vittime sono morte, così, due volte. Raramente il Procuratore Costa viene nominato o ricordato e questo la dice tutta sul tentativo di far calare la nebbia su quello che aveva capito e su quanto stava attuando con determinazione”, prosegue la nota. La Fondazione richiama inoltre la necessità di continuare a pretendere verità e giustizia sui delitti che hanno segnato gli anni Ottanta e Novanta, sottolineando l’importanza di approfondire il contesto in cui maturarono alcuni dei più gravi fatti di sangue della storia italiana. Ad oggi, nonostante la Corte d’Assise di Catania ne abbia accertato il contesto mafioso individuandolo nella zona grigia tra affari, politica e crimine organizzato, l’omicidio Costa non ha un colpevole definitivo.
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