Strumenti di accessibilità
Skip to main content
| Cosa Nostra

Capaci: servizi italiani e agenti Cia, gli accertamenti sui verbali di Pietro Riggio

Karim El Sadi

Al processo contro gli ex carabinieri Pellegrini e Tersigni sentita l’ex dirigente della Mobile di Caltanissetta Giustolisi: “Peluso dimostrava competenza in materia di esplosivi

Stragi di mafia, servizi segreti e mandanti esterni. Le dichiarazioni esplosive di Pietro Riggio, ex agente penitenziario poi arrestato per legami con i clan e diventato collaboratore di giustizia, sono al vaglio del tribunale di Caltanissetta che per valutarne l’attendibilità ha sentito la scorsa settimana l’ex dirigente della Squadra Mobile nissena Marzia Giustolisi nell’ambito del processo contro gli ex carabinieri Angiolo Pellegrini Alberto Tersigni, accusati di aver ostacolato le indagini relative alle dichiarazioni dell’allora confidente. Insieme a loro è alla sbarra anche l’ex poliziotto Giovanni Peluso, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa, ricordiamo, i due ex investigatori della Dia non avrebbero dato il giusto peso alle rivelazioni di Riggio, all’epoca loro confidente (nome in codice “Ugo”), che avrebbero potuto  portare alla cattura di Bernardo Provenzano e a scoprire un progetto di attentato contro l’ex giudice Leonardo Guarnotta. Entrato e uscito più volte dal carcere (la prima nel 1998 per l’inchiesta “Grande Oriente”), Riggio iniziò ufficialmente a collaborare con la giustizia nel 2008 dopo la seconda scarcerazione e nel giugno 2018 era stato sentito a verbale dalla Squadra Mobile di Caltanissetta diretta da Giustolisi. Tutte carte che, assieme agli esiti degli accertamenti svolti dalla Squadra mobile di Caltanissetta, la teste ha portato in aula per rispondere alle domande del pm Pasquale Pacifico. La lunghissima audizione sul mare magnum di rivelazioni del collaboratore, concentrata sui soggetti orbitati attorno a lui, è cominciata parlando degli ex poliziotti detenuti con Riggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: tra questi Giovanni Peluso, e Giuseppe Leonardo Porto, entrambi appartenenti alla Polizia di Stato e poi destituiti dal Capo della Polizia. Soggetti indicati da Riggio come appartenenti ai servizi e membri della squadra che si sarebbe dovuta occupare dell'arresto di Provenzano. Con loro, a Santa Maria Capua Vetere, “abbiamo accertato la presenza di due soggetti dei servizi segreti: D’Antone (Ignazio, ndr) e Bruno Contrada”, ha rivelato Giustolisi a inizio deposizione. In un’occasione, i due sarebbero stati in compagnia di almeno altri tre 007 che però non erano ristretti. Accertamenti, sono stati poi fatti, acquisendo anche documentazione dell’Aisi e dell’Aise, su tale “Zio Tony”, che Riggio ebbe modo di apprendere fosse il “deus ex machina” dell'operazione per la cattura di Provenzano e che lo stesso sarebbe un agente della Cia in Italia. “Il collaboratore - ha spiegato la teste - lo aveva identificato come Antonio Miceli, ma non abbiamo ritrovato nessuna corrispondenza con queste generalità nelle banche dati”. La vera identità saltò fuori grazie a un episodio singolare: un fermo nel 1998 alla frontiera di Pontechiasso insieme a Porto dove poi fu denunciato. I due - trovati in possesso di un documento falso (Miceli) e di una fotocopia di un passaporto statunitense (Porto) - riferirono “di essere degli appartenenti ai servizi che dovevano travalicare il confine perché si stavano occupando della cattura di un latitante”, ha riportato Giustolisi. Fu in quella circostanza che si scoprì che Antonio Miceli in realtà era Antonio Mazzei. Lo stesso, ha riportato Giusolisi, “era stato indicato come agente Cia in Italia” e a suo carico fu realizzata “una perquisizione nel giugno 2019” nella quale furono sequestrati “pc, pendrive, CD Rom, materiale cartaceo e un fucile calibro 12 semiautomatico con matricola abrasa”. “In quel frangente - ha ricordato - venne tratto in arresto”. “La cosa interessante per noi - ha affermato la teste - era riscontrare questa vicinanza o collaborazione con i servizi sia da parte di Mazzei che da parte di Porto”. Per quanto riguarda Mazzei “risulta essere stato collaboratore del Sisde di Napoli dall’11 ottobre 1996 all’11 novembre 1996 con il soprannome di ‘Romano’. Poi abbiamo trovato una nota importante della direzione del Sisde di Roma del 4 gennaio 1999 in cui veniva ritenuto Mazzei come soggetto millantatore, nonostante il rapporto era già stato abbastanza breve. Sempre su Mazzei venne ritrovato un altro documento in cui era risultato essere stato collaboratore-informatore del centro Sisde Lazio nel marzo 1992 per sei mesi in qualità di “fonte di un soggetto appartenente ai servizi, tale Fausto Del Vecchio”. Porto, invece, “ha avuto un rapporto di collaborazione molto più esteso con i servizi”, ha aggiunto. “Infatti risultava essere stato collaboratore dei servizi presso il centro Sisde dell’Aquila dall’ottobre 1982 al novembre 1986”. Da accertamenti degli investigatori di Caltanissetta Porto risulta anche essere uno degli autori delle missive indirizzate rinvenute in una perquisizione nella casa della madre di Riggio. Si tratta di lettere in linguaggio criptato con l’utilizzo disimboli e nomi in codice dove Porto (“Elliot”) e Peluso (“Tano”), si rivolgevano a Riggio (chiamato “Cobra” o “Gabriel”). 

Gli accertamenti su Porto

Sempre riguardo ai due ex poliziotti, Marzia Giustolisi ha relazionato alla corte quanto rinvenuto sui telefoni di entrambi in un’ispezione realizzata in occasione della loro convocazione in procura il 6 marzo 2019. “Sul telefono di Porto hanno attirato la nostra attenzione dei messaggi su Whatsapp che aveva scambiato con un soggetto identificato in Raniero Parlagreco, perché in questo messaggio Parlagreco è come se gli desse delle indicazioni su quello che sarebbe successo a escussione di Caltanissetta”. Questi “gli consiglia di riflettere molto e di moderarsi nelle dichiarazioni”. Alla Giustolisi è stato quindi chiesto di riportare il testo del messaggio: 
Entità mi dice che non è nulla di preoccupante, saranno domande che hai sentito in compagnia di altri, può anche succedere di non ricordare. E’ meglio. Entità consiglia riflessione e moderazione nelle dichiarazioni”. Il messaggio arriva nel giorno stesso in cui veniva notificato a Porto di presentarsi alla Dda di Caltanissetta quindi qualche giorno prima del 6 marzo 2019. “Parlagreco è stato poi escusso e si è giustificato dicendo che parlava con il fratello morto ed era un messaggio di autoscrittura, cioè che il fratello morto gli parlava e scriveva quello che gli diceva”. 

L’imputato Peluso e la competenza in esplosivi

Per quanto riguarda il telefono di Peluso, accusato di essere possibile compartecipe nelle stragi, “veniva rinvenuta una foto del crest del settimo corso vicesovrintendenti Nettuno che è il corso che Peluso frequentava nel periodo della strage di Capaci e che ha sempre manifestato essere il suo alibi rispetto alla frequentazione del corso di Nettuno”. Gli uomini guidati da Giustolisi si recarono quindi, ha riferito, nel centro di Nettuno nel dicembre 2019 “per verificare se potesse esserci altra documentazione utile a capire se nel periodo di frequentazione del corso Paluso si sarebbe potuto assentare”. In quell’occasione “verificammo dei periodi di sospensione del corso che sono stati dal 24 marzo 1992 al 27 aprile 1992, dal 13 maggio al 15 maggio e dal 29 maggio al 7 giugno del 1992. E abbiamo dato atto del fatto che la scuola era chiusa il fine settimana perché le lezioni finiscono il venerdì”. La strage di Capaci, come risaputo, avvenne di sabato. Non solo. Su Peluso, ha detto Giustolisi in aula, “abbiamo acquisito gli atti di una perquisizione che aveva subito nel maggio 1997 da parte della Digos di Roma” nella casa che l’ex poliziotto aveva preso in affitto nella Capitale dal 1991 a febbraio 1997. Durante questa perquisizione vennero “rinvenute 450 cartucce, un caricatore dello stesso calibro e un ordigno rudimentale con due candelotti collegati con una sveglia e fili elettrici”. “Pur tuttavia - ha sottolineato Giustolisi - Peluso venne denunciato solo per detenzione delle cartucce, non venne arrestato. Sulla natura di questi candelotti non fu fatto nessun tipo di accertamento. Però nelle Sit rese all’epoca tentò di giustificarsi dicendo che quell’ordigno gli sarebbe servito per fare del concime chimico e poi diede atto che avesse delle conoscenze in materia di esplosivi aggiungendo che aveva fatto servizio militare al 91° Battaglione Lucania di Potenza, COMSUBIN”. Sul punto agli inquirenti risulta chiara la competenza di Peluso in termini di esplosivi. “Si dimostrava competente in materia”, ha detto Giustolisi.


aula tribunale ima 2342259

© Imagoeconomica


Del tema è lo stesso ex poliziotto a farne menzione nel corso di conversazioni con la figlia, intercettate, “che hanno riguardato espressamente ammissioni di Peluso in ordine alla sua competenza sull’utilizzo di esplosivi. Peluso fa anche riferimento alle tecniche di occultamento di una granata militare. E questa cosa ci colpì molto”, ha commentato l’ex dirigente della Mobile. Intercettato, in un frangente “disse di aver lavorato per conto dello Stato e non per lo Stato, che semanticamente ha un valore diverso”. 
Di esplosivi e ordigni attribuibili a Peluso ne aveva parlato lo stesso Pietro Riggio in aula un anno fa. "Porto mi disse che Peluso preparava gli ordigni per conto del Sismi. Fu Porto ad aprire questo scorcio su Peluso e mi disse che era convinto che Peluso fosse coinvolto nella strage di Capaci". Non solo, rispondendo alle domande del pm Pacifico, Riggio riferiva che “Giovanni Peluso mi disse come fosse stato messo l'esplosivo per la strage di Capaci, con l'utilizzo dello skateboard, sotto l'autostrada. Su Giovanni Brusca mi disse che era convinto che fosse stato lui a premere il bottone. Poi aggiunse: 'Pensi che questi quattro pecorai sono capaci di fare una cosa del genere. All'interno delle dinamiche gli hanno fatto capire che avevano avuto dei ruoli'. Io intuivo che ci fosse una sorte di accreditamento personale di quello che era accaduto”.  

L’attentato a Guarnotta

Sempre su Peluso, nell’attività di indagine e di riscontro svolto dalla Mobile di Caltanissetta, Giustolisi riporta due note della Dia del 25 gennaio 2001 in cui si parlava di un “fatto eclatante”, in pratica un attentato, “da svolgersi a Palermo” ai danni dell’ex giudice Leonardo Guarnotta. “E la persona che doveva essere coinvolta in questo atto eclatante era Giovanni Peluso”, ha spiegato l’investigatrice. “E’ il primo momento in cui troviamo il nominativo di Peluso come soggetto che poteva rendersi autore di questo atto eclatante e sempre in questo carteggio viene fatta una nota del 29 gennaio 2001 sempre della Dia di Palermo indirizzata al primo e al secondo reparto in cui venivano richieste le intercettazioni preventive a carico di Peluso”. La fonte di questa nota del 2001 era proprio Riggio e cita: “Non meglio indicati soggetti presumibilmente non in linea con il loro orientamento di Cosa nostra potevano porre in essere un episodio eclatante, verosimilmente a Palermo e che tali soggetti potevano servirsi in quel periodo per le attività connesse al suddetto attentato di Peluso Giovanni, ex poliziotto”. 

“Roger”, l’agente Cia in Italia

Un altro soggetto emerso dalle indagini svolte dalla Squadra Mobile di Caltanissetta è Ruggero D’Onofrio, definito “Roger”, nato a Solopaca (BN) il 3 gennaio 1922 e avente doppia cittadinanza italiana e americana. “Dall’acquisizione fatta presso l’Aise era emerso un carteggio dove si affermava che questo ‘Roger’ era un agente della Cia che era stato tratto in arresto in un’operazione del 1995, operazione ‘Check to check’, dove era indicato come ufficiale pagatore della Cia”, ha spiegato Marzia Giustolisi. “Nel 1995, nonostante l’età di 72 anni, venne ugualmente tratto in arresto per gravi reati: associazione mafiosa, traffico internazionale di armi e materiale radioattivo”. 
‘Roger’, durante le intercettazioni che noi abbiamo fatto a carico di Porto e Peluso, era in contatto con Porto. Tant’è che Porto lo chiamava ‘Nonno Roger’ e l’utenza risultava intestata a lui”.
Sempre rispetto agli accertamenti fatti su D’Onofrio, realizzati sugli atti dei servizi, “c’era una nota dell’indagine fatta nel 1983 a Trento dal giudice Carlo Palermo rispetto a un traffico d’armi. Si tratta di quella tranche di carte poi inviate al giudice Giovanni Falcone”. Qui, ha affermato, “D’Onofrio veniva qualificato come uno dei 30 ufficiali pagatori della Cia”.

Antonio Mazzei su Silvio Berlusconi

Così come d’Onofrio, anche Antonio Mazzei, come detto, era indicato come agente Cia in Italia. Mazzei, per altro, avrebbe dovuto essere sentito in aula ma è deceduto ad ottobre scorso. Tra i vari accertamenti svolti a suo carico e d’interesse dell’accusa emerge un colloquio dell’8 ottobre 2019, durante il periodo di detenzione, con la moglie e le figlie nel quale “Mazzei fa dei riferimenti espliciti a Berlusconi e a un generale. Dice - ha riportato la teste - che per pagare il suo silenzio quando sarebbe uscito dal carcere sarebbe andato da Berlusconi per chiedere dei soldi. Rispetto al generale la moglie chiedeva espressamente se lo aveva abbandonato o meno”. In questo colloquio “c’è anche un riferimento alla vicenda di Capaci perché in quell’occasione Mazzei si lamentava di essere stato convocato a Caltanissetta e quindi dice che se le cose non sarebbero andate come avrebbe voluto avrebbe fatto i nomi delle persone coinvolte in questa vicenda (la strage, ndr) e poi dice alla moglie che era stato accusato per la strage di Capaci. Mazzei venne scarcerato pochi giorni dopo e infatti quando poi venne sentito a Caltanissetta era libero”. L’udienza è stata rinviata al 26 maggio per il controesame.

ARTICOLI CORRELATI

Stato-mafia, Giustolisi conferma: ''Riggio collaborava con la Dia''

Strage di Capaci, Federico Carbone: ''Ci sono ombre di altre entità, non solo Cosa Nostra''

Stato-mafia, lettere criptiche e servizi: primi riscontri su Riggio

Il pentito Pietro Riggio: ''Io infiltrato in Cosa nostra per catturare Provenzano''

Riggio: ''Roger D'Onofrio era della CIA ed era il 'garante' per Cosa nostra''