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Alfredo Morvillo: ''Falcone tradito da chi oggi lo celebra''

L’ex procuratore critica i rapporti tra politica e mafia, attacca Nordio e rilancia l’allarme su Palermo

AMDuemila

Per onorare il sacrificio di uomini e donne che hanno dato la vita per la lotta alla mafia ci vuole una svolta. Chi governa deve stare il più possibile lontano dagli ambienti mafiosi”. Sono queste le parole pronunciate ai microfoni del Fatto Quotidiano dall’ex procuratore Alfredo Morvillo, a trentatré anni dalla strage che a Capaci strappò la vita a sua sorella Francesca Morvillo insieme al marito, il giudice Giovanni Falcone, e a tre agenti della scorta: Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

Il rischio, secondo l’ex procuratore, è che il vero messaggio di Falcone possa essere invalidato e tradito proprio da chi oggi lo celebra. Senza troppi giri di parole, Morvillo ha puntato il dito direttamente contro quella che ha definito una Palermo trasformata in una sorta di “capitale del compromesso politico-mafioso”. Anche per questo motivo, le commemorazioni, alle quali si rischia di abituarsi se non hanno un seguito concreto, non bastano più. Bisogna andare oltre. “Per onorare il sacrificio di uomini e donne che hanno dato la vita nella lotta alla mafia - ha spiegato - ci vuole una svolta. Chi governa deve stare il più possibile lontano dagli ambienti mafiosi”.

Di belle parole ne sono state “registrate a tonnellate”, ha sottolineato Morvillo. Ma occorrono anche iniziative concrete, come quelle che potrebbero riguardare, ad esempio, “il reato di concorso esterno” oppure il potenziamento “degli strumenti investigativi” contro i reati di mafia.

Le sue parole arrivano anche dopo le polemiche nate dalle recenti dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che aveva accostato i rischi corsi da lui durante le indagini sulle Brigate Rosse a quelli affrontati da Falcone nella lotta alla mafia. “Preferisco non dire nulla - ha commentato - del resto, chi legge queste parole è in grado di commentarle da solo”.

L’ex procuratore ha proseguito l’intervista con Il Fatto Quotidiano criticando anche l’approccio del governo sul fronte delle indagini antimafia. Secondo lui, invece di limitare strumenti investigativi importanti come le intercettazioni, i trojan e i controlli sugli smartphone, bisognerebbe rafforzarli seguendo la linea già tracciata proprio da Falcone e Paolo Borsellino. “Il ministro dovrebbe avere canali aperti con la magistratura per capire di quali strumenti abbia bisogno, invece di toglierli”.

Restando sempre sulle parole espresse in più occasioni dal Guardasigilli, Morvillo ha respinto con fermezza anche la narrativa portata avanti dal ministro, secondo cui Falcone sarebbe stato favorevole alla separazione delle carriere in magistratura, con tutti gli effetti che ne sarebbero conseguiti e che sono stati ampiamente discussi da diversi addetti ai lavori anche durante il referendum degli ultimi mesi.

Morvillo ha infatti rifiutato questa interpretazione, spiegando che “Falcone non avrebbe mai gradito essere un funzionario del ministro di turno”. E cita direttamente il libro Cose di Cosa Nostra, ricordando come Falcone avesse scritto chiaramente di non auspicare “un pm sotto il controllo dell’Esecutivo” e di voler invece “rafforzare autonomia e indipendenza” delle procure.

Nell’analisi di Morvillo c’è spazio anche per la situazione attuale di Palermo, descritta dall’ex procuratore come profondamente preoccupante. Le estorsioni, infatti, continuano ancora a colpire commercianti e imprenditori, mentre tornano sulla scena anche episodi di violenza legati alle logiche mafiose del comando e della gestione del territorio. “Le sparatorie hanno alle spalle logiche mafiose”, ha spiegato, ricordando persino i colpi sparati contro la porta di un sacerdote.

Il punto centrale del suo ragionamento resta però politico e culturale. Richiamando le parole di Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci, Morvillo ricorda che la lotta alla mafia “è anche un fatto sociale, morale e culturale”.

Proprio rispetto a questo, l’ex procuratore ha sottolineato le evidenti criticità che emergono quando figure condannate per mafia continuano ad avere un peso nelle dinamiche politiche e nelle decisioni di governo. Una circostanza che, oltre a essere drammatica, rischia anche di trasmettere ai cittadini un messaggio devastante: quello che con la mafia si possa convivere. “Finché non ci sarà una chiusura totale a questi ambienti la gente non avrà mai la forza di reagire”, dice, sottolineando come molte persone continuino a ricevere favori, aiuti e protezioni da quei circuiti di potere.

Non dimenticatevi di noi - ha detto l’ex magistrato rivolgendosi direttamente alla politica nazionale - non ci abbandonate”. L’appello dell’ex procuratore è una richiesta di aiuto chiara, per evitare che la città di Palermo possa cadere in quell’oblio che rischia di annichilire completamente l’eredità morale lasciata da Falcone e Borsellino.

Anche perché, ricordando quando Falcone disse a Borsellino “ho l’impressione che la gente tifi per noi”, Morvillo si chiede oggi, con amarezza: “Non è che adesso tifano per Cuffaro e Dell’Utri?”.

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Foto di copertina © Imagoeconomica