Camorra, colpo al clan Gionta: 17 arresti a Torre Annunziata, c’è anche la moglie del boss

Estorsioni a tappeto su bar, negozi e stabilimenti: i proventi usati per famiglie dei detenuti e stipendi ai gregari
Sono 17 le persone arrestate nella mattinata di ieri a Torre Annunziata, nel Napoletano, a seguito di una vasta operazione anticamorra condotta dai Carabinieri, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Le accuse, a vario titolo, spaziano dall’associazione mafiosa all’estorsione, dal traffico di droga alla detenzione illegale di armi, tutte aggravate dall’uso del metodo mafioso. Tutti sono accusati di far parte, o comunque di favorire, le attività del clan Gionta, una delle organizzazioni criminali storiche e più radicate del territorio oplontino. Tra gli arrestati figura infatti anche Gemma Donnarumma, moglie del boss Valentino Gionta, attualmente detenuto al 41 bis con una condanna all’ergastolo.
Le indagini hanno rilevato come il clan continuasse a esercitare un controllo diretto su commercianti e imprenditori della zona, spesso costretti a pagare il pizzo o a subire minacce. Particolare attenzione è stata rivolta proprio a Donnarumma, che per gli inquirenti non sarebbe solo la compagna del boss, ma una vera e propria mente strategica del clan.
Dopo essere uscita dal carcere nel 2022, Donnarumma avrebbe ripreso immediatamente il suo ruolo di comando, diventando un punto di riferimento per altri membri dell’organizzazione e gestendo in prima persona estorsioni, riscossione di tangenti e persino l’intermediazione con altri clan. Sempre secondo gli investigatori, la moglie di Valentino Gionta avrebbe ridato vigore al clan anche grazie alla sua capacità di stringere patti con gruppi camorristici un tempo rivali. Ad ogni modo, Donnarumma non si sarebbe limitata a mantenere in vita il clan, ma lo avrebbe gestito con una strategia criminale molto strutturata, esercitando una forte pressione su imprenditori e commercianti di diversi settori: dalle pompe funebri ai bar, fino alla produzione di caffè e alla gestione di stabilimenti balneari. Il tutto in un clima di omertà profondamente radicato. Solamente un commerciante, proprietario di una scuola guida che pagava il pizzo dal 2015, ha trovato il coraggio di denunciare. I soldi estorti ai commercianti oplontini - già colpiti da una profonda crisi economica che da anni affligge l’economia locale rendendola debole e stagnante - venivano poi distribuiti dal clan alle famiglie degli affiliati detenuti oppure utilizzati per pagare gli stipendi delle giovani leve attive nell’organizzazione. “Il caso dell’imprenditore che ha denunciato - ha spiegato il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri - deve essere un monito per gli altri, che non devono rimanere in silenzio. Con questa indagine abbiamo dimostrato che lo Stato è presente e risponde”.
Quando si parla del clan Gionta, non può non venire alla mente “Palazzo Fienga”, che per decenni simbolo tangibile del loro potere a Torre Annunziata. Una vera roccaforte, situata nel cosiddetto “Quadrilatero delle Carceri”, nella zona sud della città. Dall’interno di quelle mura partivano ordini, si gestivano estorsioni e traffici di droga, e si manteneva il controllo del territorio. Un modus operandi che, a quanto pare, non ha ancora trovato la sua fine. Nonostante il governo abbia già stanziato ben 7 milioni di euro per demolirlo, l’intervento non è ancora partito e il luogo-simbolo della criminalità organizzata di Torre Annunziata è ancora in piedi.
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