Maranza non è un reato. La violenza sì
Gruppi giovanili, coltelli, rapine e ricerca del dominio nello spazio urbano
La parola “maranza” non appartiene al linguaggio giuridico. Non individua un’associazione criminale, non descrive una fattispecie di reato e non consente di formulare giudizi sulla pericolosità di una persona in base all’abbigliamento, alla musica ascoltata, al modo di parlare o alla provenienza familiare.
Per chi opera nella polizia, il termine non possiede alcun valore investigativo...
Le indagini non riguardano le etichette.
Riguardano le condotte.
Una felpa, una collana vistosa o un linguaggio provocatorio non costituiscono materia penale. Lo diventano la rapina commessa in gruppo, l’aggressione contro un ragazzo isolato, la minaccia accompagnata dall’esibizione di una lama, il possesso di armi, lo spaccio, il danneggiamento e la diffusione di immagini destinate a prolungare l’umiliazione della vittima.
Quando compaiono questi elementi, la questione non è più stabilire chi possa essere definito “maranza”.
Occorre identificare gli autori, ricostruire i ruoli, acquisire le prove, proteggere le persone offese e verificare se il singolo episodio appartenga a una sequenza più ampia.
Liquidare il fenomeno come una moda significa non comprenderne i rischi.
Trasformarlo in una categoria etnica o sociale significa abbandonare l’accertamento dei fatti e sostituirlo con il pregiudizio.
Entrambe le letture sono incompatibili con un’attività di polizia seria.
Il gruppo come strumento di superiorità
Molte aggressioni giovanili presentano una caratteristica ricorrente.
La superiorità numerica.
La vittima viene individuata perché sola, più giovane, fisicamente meno prestante o comunque incapace di opporre una resistenza efficace. Può essere avvicinata in una stazione, su un autobus, all’uscita da scuola, nei pressi di un locale o lungo una strada scarsamente frequentata.
L’approccio iniziale appare talvolta banale.
Una sigaretta.
L’ora.
Il telefono da utilizzare per una chiamata.
Una domanda formulata con tono provocatorio.
In pochi istanti il gruppo restringe lo spazio attorno alla vittima e le impedisce di allontanarsi. La richiesta diventa pretesa. Il rifiuto viene utilizzato come giustificazione per l’aggressione. Un soggetto parla, un altro controlla che nessuno intervenga, un terzo sottrae il bene.
La responsabilità deve essere accertata individualmente, ma l’azione acquista forza proprio dalla presenza coordinata del gruppo.
Non è sempre necessario colpire.
Il numero degli aggressori, il tono delle minacce e la possibilità che qualcuno sia armato possono essere sufficienti a privare la persona offesa di ogni concreta libertà di scelta.
La rapina di gruppo non produce soltanto una perdita economica.
Produce soggezione.
La collana, il telefono o il denaro diventano il mezzo attraverso il quale gli autori impongono alla vittima di riconoscere la propria inferiorità in quel momento.
La finalità predatoria si accompagna così a una dimostrazione di dominio.
La lama e l’irreversibilità del gesto
Il coltello rappresenta uno degli elementi di maggiore pericolo.
È facilmente occultabile, immediatamente disponibile e capace di trasformare una condotta intimidatoria in un evento mortale.
Tra i ragazzi circola spesso la convinzione che la lama serva soltanto a spaventare. È una rappresentazione priva di aderenza alla realtà.
Durante una colluttazione, il controllo si perde rapidamente. Qualcuno spinge. La vittima reagisce. Gli altri incitano. Il soggetto che ha mostrato l’arma può sentirsi obbligato a utilizzarla per non apparire debole davanti al gruppo.
In quel momento il confine tra minaccia e omicidio può ridursi alla durata di un gesto.
L’attività di controllo del territorio consente con frequenza di rinvenire coltelli, taglierini, tirapugni, sfollagenti telescopici e spray utilizzati fuori dalle condizioni consentite.
Il sequestro impedisce che quell’oggetto venga impiegato nell’immediato.
Non spiega però perché un adolescente abbia ritenuto normale portarlo con sé.
Le ragioni possono essere diverse. La volontà di offendere. Il timore di subire aggressioni da gruppi rivali. La ricerca di prestigio. Il desiderio di apparire pericoloso. La convinzione che la strada appartenga a chi riesce a intimidire gli altri.
Qualunque sia la motivazione, il risultato non cambia.
Chi porta una lama introduce nella propria vita e in quella degli altri una possibilità irreversibile.
Non esiste controllo perfetto di un’arma durante una rissa.
Esiste soltanto l’illusione di poter tornare indietro dopo averla estratta.
La violenza trasformata in contenuto
Una parte delle condotte non viene soltanto commessa.
Viene registrata.
La videocamera del telefono accompagna l’aggressione, documenta la paura della vittima e consente agli autori di mostrare il fatto a persone estranee.
La violenza acquista così una seconda funzione.
Non serve più soltanto a sottrarre un bene o punire un avversario. Serve a costruire reputazione.
Il video diventa una credenziale all’interno del gruppo. Dimostra che l’autore ha avuto il coraggio di compiere ciò che altri si limitano a minacciare. Ogni condivisione aumenta la visibilità del gesto. Ogni commento rafforza l’idea che il prestigio possa essere misurato attraverso la paura provocata.
La persona offesa subisce una doppia aggressione.
La prima avviene nel luogo del fatto.
La seconda comincia quando le immagini della propria umiliazione vengono diffuse e sottratte a ogni possibilità di controllo.
Il danno non si esaurisce nelle lesioni.
Può proseguire nella vergogna, nell’isolamento, nella paura di tornare nei luoghi abitualmente frequentati e nella convinzione che chiunque abbia assistito al video possa riconoscerla.
Per la polizia giudiziaria, quelle immagini costituiscono anche una fonte di prova.
Un volto, una voce, un capo di abbigliamento, un tatuaggio, un veicolo, l’insegna di un negozio o un particolare architettonico possono consentire di individuare autori e luogo del fatto.
La ricerca della notorietà può diventare la traccia che conduce all’identificazione.
Chi registra un reato per dimostrare di essere intoccabile finisce spesso per consegnare agli investigatori una parte del materiale necessario per contestarglielo.
Non ogni gruppo è un’organizzazione criminale
Occorre evitare semplificazioni.
Non ogni aggregazione di ragazzi costituisce una gang. Non ogni rissa dimostra l’esistenza di un vincolo stabile. Non ogni frequentazione tra soggetti coinvolti in reati consente di ipotizzare una struttura organizzata.
La qualificazione deve fondarsi su elementi concreti.
Continuità dei rapporti.
Ripetizione delle condotte.
Ripartizione dei compiti.
Disponibilità comune di armi e mezzi.
Gestione dei beni sottratti.
Individuazione sistematica delle vittime.
Capacità di imporre silenzio attraverso minacce e ritorsioni.
In molti casi il gruppo nasce da rapporti scolastici o di quartiere e agisce in modo occasionale. In altri, la reiterazione dei fatti produce una progressiva stabilizzazione.
Il ragazzo che inizialmente partecipa a una singola aggressione può acquisire un ruolo.
Chi dimostra maggiore violenza diventa il soggetto ascoltato dagli altri. Chi possiede un veicolo facilita gli spostamenti. Chi conosce i luoghi individua le vittime. Chi dispone di contatti nello spaccio introduce il gruppo in un’attività più remunerativa e pericolosa.
Il passaggio dall’aggregazione alla struttura criminale non avviene con una proclamazione.
Avviene attraverso la ripetizione delle condotte e la trasformazione della violenza in metodo.
È questo sviluppo che l’attività investigativa deve cogliere prima che il gruppo consolidi un controllo effettivo su una zona o su altri ragazzi.
Il rapporto con la criminalità adulta
La maggior parte dei gruppi giovanili non presenta collegamenti con organizzazioni mafiose o strutture criminali consolidate.
La possibilità non può essere esclusa quando i ragazzi operano in territori nei quali lo spaccio, la ricettazione e altri mercati illeciti risultano già gestiti da soggetti adulti.
La criminalità organizzata osserva.
Individua chi sa mantenere il silenzio, chi accetta ordini, chi dimostra aggressività e chi appare disposto a correre rischi per ottenere denaro o considerazione.
I minorenni possono essere utilizzati come vedette, corrieri, custodi dello stupefacente o autori di danneggiamenti. La giovane età e l’assenza di precedenti li rendono meno immediatamente riconoscibili rispetto ai soggetti già noti alle forze di polizia.
Non ogni ragazzo violento viene reclutato.
È però evidente che la reiterazione di rapine, aggressioni e attività di spaccio possa trasformarsi in una forma di selezione criminale.
La violenza commessa oggi per apparire importante agli occhi degli amici può diventare domani una disponibilità venduta a chi possiede interessi più grandi.
La criminalità adulta non offre un’identità.
Offre una funzione.
Finché il ragazzo è utile viene impiegato. Quando viene identificato, arrestato o ferito, viene sostituito.
Il rischio resta interamente sulle spalle della manovalanza.
Il profitto e la direzione rimangono altrove.
Il contesto operativo della polizia
Il contrasto non può esaurirsi nel controllo occasionale di una piazza o di una stazione.
Occorre collegare i fatti.
Una rapina denunciata in metropolitana può presentare modalità analoghe a un’aggressione avvenuta giorni prima davanti a una scuola. Un coltello sequestrato durante un controllo può comparire in un video acquisito da un dispositivo. Un telefono può contenere immagini relative a episodi mai denunciati.
L’indagine deve ricostruire la serialità.
Chi sceglie le vittime.
Chi impartisce disposizioni.
Chi porta l’arma.
Chi conserva i beni sottratti.
Chi li rivende.
Chi minaccia le persone offese affinché non parlino.
Gli impianti di videosorveglianza costituiscono uno strumento decisivo, ma devono essere esaminati con metodo. Non basta individuare il momento dell’aggressione. È necessario seguire gli spostamenti precedenti e successivi, verificare le vie di fuga, confrontare abbigliamento e caratteristiche fisiche, individuare eventuali mezzi utilizzati.
La stessa attenzione deve essere riservata alle comunicazioni digitali.
I dispositivi possono documentare rapporti, soprannomi, fotografie di armi, divisione dei proventi e preparazione di nuove azioni.
La prova tecnologica deve essere accompagnata dagli strumenti tradizionali della polizia giudiziaria.
Osservazione.
Conoscenza del territorio.
Escussione delle persone informate sui fatti.
Analisi dei collegamenti tra episodi.
Riscontro delle dichiarazioni.
Rapporto costante con scuole, famiglie e servizi territoriali.
La qualità dell’attività investigativa si misura nella capacità di trasformare informazioni frammentarie in un quadro coerente, senza forzature e senza anticipare conclusioni non sostenute dagli elementi acquisiti.
La vittima al centro dell’accertamento
Molte persone offese non denunciano.
Temono ritorsioni. Provano vergogna. Credono che il bene sottratto non valga il rischio di esporsi. Hanno paura che il video venga diffuso ancora di più.
Alcuni ragazzi minimizzano l’accaduto davanti ai genitori e alla polizia. Non vogliono apparire deboli. Temono di essere riconosciuti come coloro che hanno parlato.
Il silenzio favorisce gli autori.
Un gruppo che non incontra reazioni interpreta la mancata denuncia come prova della propria forza. La condotta viene ripetuta e le vittime successive possono subire una violenza maggiore.
L’ascolto deve essere accurato e privo di giudizi.
La persona offesa deve comprendere che riferire i fatti non significa tradire qualcuno. Significa interrompere una condotta che potrebbe colpire altri.
Proteggere la vittima non è un aspetto secondario dell’indagine.
È il presupposto per ottenere informazioni attendibili e restituire fiducia nell’intervento dello Stato.
Prevenzione e responsabilità
Comprendere le cause di un percorso deviante non significa cancellare la responsabilità.
Le difficoltà familiari, l’abbandono scolastico, l’isolamento e la mancanza di prospettive possono costituire fattori di vulnerabilità. Non trasformano automaticamente una persona in autore di reati e non giustificano chi decide di colpire un soggetto più debole.
La maggior parte dei ragazzi che vive condizioni difficili non rapina, non aggredisce e non porta coltelli.
La scelta criminale resta una scelta.
La prevenzione deve intervenire prima che il gruppo diventi l’unico luogo nel quale il ragazzo ritiene di poter ottenere riconoscimento.
Scuola, famiglia, servizi sociali, associazioni sportive e istituzioni locali possono intercettare segnali che la polizia incontra spesso quando il percorso è già avanzato.
Frequentazioni improvvisamente mutate.
Disponibilità di denaro privo di una spiegazione plausibile.
Possesso di armi.
Abbandono scolastico.
Video violenti.
Minacce rivolte a coetanei.
La prevenzione non sostituisce la repressione.
Quando una rapina, un’aggressione o un accoltellamento sono stati commessi, occorre accertare le responsabilità e applicare gli strumenti previsti dall’ordinamento.
Proteggere i ragazzi dal reclutamento criminale e proteggere le vittime dalla loro violenza sono due doveri che devono procedere insieme.
La parola “maranza” può descrivere un’immagine.
Non spiega il reato.
Non attenua la gravità di una rapina.
Non rende meno pericoloso un coltello.
Non trasforma un’aggressione di gruppo in una forma di ribellione giovanile.
Quando cinque persone circondano un ragazzo solo, non stanno affermando coraggio. Stanno sfruttando la superiorità numerica.
Quando una lama viene mostrata a chi non può difendersi, non vi è prestigio. Vi è soltanto intimidazione.
Quando l’umiliazione della vittima viene registrata e diffusa, non nasce una reputazione. Resta la prova di una violenza compiuta per nascondere il vuoto dietro una recita di potere.
"Chi pensa di conquistare la strada con un cappuccio, una lama e un telefono deve sapere che lo Stato non si lascia impressionare dalla messinscena. Identifica i volti, ricostruisce i fatti, sequestra le armi e porta davanti al giudice chi confonde la vigliaccheria del branco con la forza. La criminalità organizzata può promettere denaro e rispetto, ma consegna sempre lo stesso futuro: ---// obbedienza per chi comanda, carcere o morte per chi esegue".
*Ispettore di Polizia Locale – Ufficiale di Polizia Giudiziaria













