La mafia in Piemonte non avrebbe relazioni esterne: il dubbio è che non sia proprio così
Certe traiettorie criminali non sarebbero state possibili senza quelle “relazioni esterne”
La mafia in Piemonte non esiste (più): se ne facciano una ragione investigatori e pm che ancora provano a documentare il contrario.
L’incipit potrebbe sembrare più che una provocazione un vero e proprio errore dal momento che soltanto pochi giorni fa presso il tribunale di Ivrea si è concluso il primo grado del processo “Echidna” in rito ordinario con condanne per complessivi cinquant’anni a soggetti ritenuti affiliati alla ‘Ndrangheta e responsabili di una agguerrita “locale” a Brandizzo, capace di entrare nel ciclo degli appalti per la manutenzione della A32 (Torino-Bardonecchia), di fare estorsioni, usura, recupero crediti (di quelli a cui non puoi dire di no)… etc.
Qual è il problema?
Per rispondere dobbiamo fare un salto indietro al 30 giugno 1963, quando il tritolo mafioso provocò la strage di Ciaculli che convinse un distratto Parlamento ad istituire per la prima volta la Commissione parlamentare antimafia. Da allora cominciò un lento e faticoso percorso politico che attraverso contributi di straordinario valore come quelli di Cesare Terranova, Pio La Torre e Luciano Violante produsse una nuova fattispecie di reato che definì precisamente l’organizzazione criminale di stampo mafioso, distinguendola definitivamente dalla associazione “semplice”.
Una organizzazione, quella di stampo mafioso, così pericolosa per l’ordine pubblico da meritare, secondo gli inventori della fattispecie, la severa reazione del sistema penale anticipata rispetto alla successiva, eventuale, commissione dei cosiddetti reati fine. Insomma, la mera appartenenza all’associazione, a prescindere dalla dimostrata commissione dei reati fine (droga, estorsioni, appalti, omicidi…), sarebbe bastata a finire dietro le sbarre per un congruo numero di anni.
Che cosa giustificava una simile anticipazione della reazione da parte dello Stato? La particolare pericolosità del sodalizio mafioso, capace di generare omertà ed assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo. A sua volta questa insuperabile capacità non dipendeva tanto dalla intrinseca competenza dei mafiosi nel minacciare o, peggio, nell’agire la violenza, quanto dall’aura di impunità di cui le organizzazioni mafiose si erano ammantate per decenni. Una impunità derivante dalle relazioni esterne, ed è questo il punto.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
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