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Da Woodstock alla Milano-Meda: la ribellione ai tempi dei like

Se il problema fosse più grande del trapper "351 Bratan"?

Giuseppe Cirillo
antimafiaduemila

Il trapper “351 Bratan”, all’anagrafe Nicolae Novacenco, 31 anni, alcuni giorni fa ha pensato bene di bloccare, insieme a un gruppo di motociclisti, la tangenziale Milano-Meda per girare un videoclip. Presumibilmente musicale.

Il traffico è rimasto paralizzato per diversi minuti, il tempo necessario per realizzare le riprese con un drone e consentire alla “star” di mettersi in mostra. Pochi minuti, sufficienti però a creare il caos in tangenziale. 

Pare siano questi gli enfant terrible di oggi. Altri tempi, dunque, quelli che la mia generazione non ha vissuto ma che hanno fatto la storia: i tempi di Woodstock. All’epoca c’erano Hendrix, Joplin e una generazione che pretendeva di cambiare il mondo; oggi basta bloccare una superstrada per sentirsi dei ribelli.

A rendere l’impresa ancora più brillante, eroica per qualcuno, egoica e stupida per qualcun altro, è stato proprio il filmato realizzato con il drone. Già, perché il filmato è stato prontamente pubblicato sui social.

Il problema è che tra gli internauti, insieme ai fan della star e a qualche automobilista incazzato, c’era pure la polizia, che ha dapprima individuato il video e poi lo ha utilizzato, insieme all’analisi dei profili social, per risalire ai responsabili, compreso “351 Bratan”. In sostanza, hanno prodotto e pubblicato ciò che poi ha permesso alla polizia di identificarli: straordinariamente brillante.

Risultato? 351 Bratan, star per un giorno, è stato rimpatriato.

A quel punto, però, anche lo Stato ha deciso di cimentarsi nella produzione audiovisiva. Lo ha fatto diffondendo il video del rimpatrio, con tanto di musica accattivante e immagini ad effetto. 

Ma la faccenda diventa ancora più interessante quando entra in scena ciò che, a un primo sguardo, sembra assumere le sembianze della propaganda. Qualche agenzia e qualche titolo hanno infatti trasformato “351 Bratan”, cittadino moldavo originario di Ștefan Vodă, in un cittadino russo. Una piccola metamorfosi che, con l’aria che tira, non è esattamente un dettaglio che passa inosservato.

A questo si aggiunge l’utilizzo politico e propagandistico di casi analoghi, che diventano materiale perfetto per una comunicazione costruita intorno ai temi della sicurezza, dell’immigrazione e dell’ordine pubblico, tanto più in prossimità delle scadenze elettorali.

Il punto, però, è un altro.

Il disagio giovanile, che riguarda tanto i ragazzi stranieri quanto quelli italiani, anche se spesso in modo molto diverso, dovrebbe essere affrontato prima di tutto sul piano sociale, educativo e culturale. Magari con un pò di lavoro e di costanza ci si ritrova con meno ragazzi che mettono like ai video in cui sedicenti artisti si riprendono a volte persino con le armi in pugno, mentre incitano all’uso di droga e alla violenza, e con qualche ragazzo in più disposto a investire il proprio tempo in passioni, interessi e modelli un pò più sani.


bratan ilfattoquotidiano


Magari lo si potrebbe fare partendo dalle scuole: quelle in cui mancano insegnanti, quelle in cui molti docenti sono precari e macinano chilometri ogni giorno facendo i pendolari. Proprio quelle in cui mancano risorse e manutenzione e in cui, in qualche caso, l’intonaco decide persino di abbandonare il soffitto prima degli studenti. 

Magari proprio in quelle sedi si potrebbe parlare con i ragazzi. Ascoltare quello che hanno da dire, quello di cui hanno bisogno. Indirizzarli verso strade diverse, più sane, che non siano una tangenziale o una manciata di like, tutta apparenza e niente sostanza. Dare loro la possibilità di capire chi sono e cosa potranno diventare. Cosa saranno in grado di fare, per loro stessi e per gli altri.

Peccato che il grande problema del momento sembra essere il burqa nelle aule.

Nel frattempo, se un’insegnante invita Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, a confrontarsi con gli studenti su giustizia e diritti umani, può ritrovarsi coinvolta in un procedimento disciplinare.

E’ quanto accaduto mesi fa ad Alessandra Guermandi, docente dell’IIS Enrico Mattei di San Lazzaro di Savena, nel Bolognese. 

Ed è qui che il cortocircuito diventa difficile da ignorare: da una parte invochiamo educazione, integrazione, responsabilità e rispetto delle regole; dall’altra rischiamo di trasformare persino il confronto con figure istituzionali internazionali su temi complessi e controversi in un problema disciplinare. Nella migliore delle ipotesi, quello che comunichiamo ai ragazzi è un messaggio contorto. Evitiamo poi di commentare la peggiore.

Ora, premesso che chi sbaglia paga, oltre a pubblicizzare le espulsioni e a spingersi, in altri contesti, fino a parlare di remigrazione, non sarebbe anche il caso di chiedersi quale società stiamo costruendo per quelli che invece devono restare? Ammesso che qualcuno voglia ancora restare in questo Paese. L’emorragia di giovani che fuggono all’estero, e non perché espulsi, non si è mai arrestata.

I ragazzi che bloccano una superstrada per ottenere qualche visualizzazione sono certamente un problema. Soprattutto quando hanno l'abitudine di mettersi in mostra, veicolando messaggi deleteri e pericolosi. Ma una società che pensa di risolvere il disagio giovanile a colpi di propaganda politica, oggi contro questo nemico, domani contro un altro, mentre abbandona scuole e insegnanti, costretti a dover fare i conti con precarietà e carenza di risorse, le stesse risorse che, guarda caso, non mancano mai per le armi, comprese quelle che mandiamo a Israele con un genocidio in corso, rischia di essere sicuramente parte del problema. Forse la parte più pericolosa.

Giuseppe Cirillo

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