Se l'assenza di un uomo si fa poesia
Un anno fa ci lasciava Salvo Vitale, amico e compagno di lotte di Peppino Impastato
“Ho sempre avuto con la poesia un rapporto intenso, in quanto naturale canale per esprimere, talora per chiarire anche a me stesso, la mia interiorità, l'intensità del sentimento, la complessità del rapporto con la vita e con i suoi aspetti di gioia, dolore, angoscia, amore, realtà, utopia”.
Salvo Vitale
Un anno può essere un tempo lunghissimo, ma anche un battito di ciglia. E quando l’assenza di un uomo diviene poesia fatta di carne e sangue, intrisa delle sue stesse parole, allora quel tempo non è passato in vano. Quell’uomo era Salvo Vitale, maestro di vita, compagno di lotte di Peppino Impastato, scomparso lo scorso anno. Un uomo che ha amato appassionatamente la vita, e che da lei è stato a sua volta amato, tanto. Ma anche preso a pugni in pieno viso. Ferito nel cuore e nell’anima, quasi a non avere più fiato per parlare. O forse no, perché la sua voce, libera e ribelle, dalla notte dell’omicidio di Peppino, fino a quando ha potuto, non è mancata mai. E se la sua presenza è stata inghiottita da un silenzio che mai avremmo voluto sentire, a scuoterci da un’inquietudine irredimibile ci pensano le sue stesse parole. Che graffiano come un mazzo di spighe di grano che schiaffeggia chi sta per cedere al dolore e alla stanchezza. Perché non è questo il tempo di fermarsi, anche se il cuore vorrebbe un po’ di tregua. Col suo sguardo sornione, Salvo afferra per una mano tutti coloro che si riconoscono nelle sue battaglie e li ributta nella mischia dove il suo spirito ispira ancora tante ragazze e tanti ragazzi, di tutte le età. Perchè lottare per un mondo più giusto, senza più guerre e divisioni, e senza più politici con le mani sporche di sangue, resta una via da seguire che Salvo ci ha indicato.
Parole indelebili
Rileggo alcuni passaggi di qualche tuo scritto e risento la tua voce, profonda e autentica, che continua a scassare la minchia a quel potere che tanto hai osteggiato, e che continua a irritare anche i suoi servi, i tanti ominicchi e quaquaraquà.
“Purtroppo si diventa eroi dopo che si è morti a seguito della coerenza con le proprie idee e del proprio lavoro svolto nella società. Sono dell'avviso che non ci siano eroi, ma uomini normali, che si sono trovati a vivere accanto a chi questa normalità l'ha stravolta con il ricorso alla violenza”.
Ti ritrovo che vivi nella tua amata poesia, quella che ti faceva vedere la vita sotto una particolare lente di ingrandimento e che ti rendeva così speciale.
“La poesia, quando riesce a universalizzare l'interiorità, a renderla patrimonio comune in cui chi legge o chi ascolta si riconosce, è – o almeno sinora è sempre stata – uno strumento potente di risveglio delle coscienze, di presa di coscienza, di stimolo alla lotta”.
In una di quelle tue poesie, che avevi intitolato “Migranti”, nella parte finale vibravano forte le parole di uno di quegli “invisibili”, che troppo spesso giacciono adagiati sui fondali del Mediterraneo.
“Tu dici, non ho posto per te, non c’è posto e lavoro neanche per i miei figli, ma io non voglio toglierti niente, mi accontento delle briciole, e neanche di quelle, ho già rinunciato alla mia dignità d’uomo, ho perduto la mia identità di donna. E dici, devi lottare per la tua terra, quale terra?, quella in cui non è rimasto più niente, solo morte e assassini? Non ho avuto fortuna, era messo in conto, adesso come dice Peppino: i miei occhi giacciono in fondo al mare nel cuore delle alghe e dei coralli”.
Mezzo secolo di poesia
E’ in quella meravigliosa trilogia pubblicata due anni fa che hai intitolato “Mezzo secolo di poesia” che ti ritrovo, più vivo e rivoluzionario che mai.
“A parte le poesie di mio padre – avevi scritto nella premessa – e che da bambino ‘bevevo’ di nascosto, e a parte Leopardi, primo amore, ho incontrato, crescendo, Pavese, Quasimodo, Montale, Lorca, Prevert, Eliot, Gingsberg, Neruda che mi hanno lasciato qualcosa nella ricerca del modulo espressivo, ma ho cercato di andare oltre, di fare della poesia un modo di vivere, anzi la sola vita possibile”.
E quasi volessi rispondere alla domanda sul senso di quei tuoi scritti, graffiati su carta, rileggo il tuo pensiero sul concetto stesso che attribuivi a quei versi.
“Il significato è in ogni riga, oppure si dipana in una serie parallela di significati da non registrare in un campo unico o in un livello d’analisi, da negare e ricondurre al primordiale carattere di significante”. Per poi concludere il pensiero con un ammiccamento verso chi stava leggendo le tue poesie. Mi pareva quasi di vederti mentre gli facevi l’occhiolino: “Se mi riuscisse di farti scrivere qualcosa sarei felice”.
L’avevi spiegato bene da dove provenivano quelle poesie raccolte in quei tre voluminosi volumi, erano “versi recuperati tra le mie vecchie agende”, e avevi ugualmente raccontato la genesi di quel tuo mettere a nudo la tua anima.
“E’ l’inizio di un percorso che è diventato un abituale spazio di vita. E’ cominciato molto prima della data della prima poesia (1961), quando imparavo a memoria con disinvoltura i versi di Leopardi o traducevo quelli latini di Catullo, e quando leggevo i versi di mio padre e quelli dei dilettanti poeti suoi amici.
Questi primi amori poetici erano legati ai primi amori dell’adolescenza: eravamo una generazione in cui la poesia era una parte del nostro vissuto, non ci accontentavamo solo di leggerla, ma di ricercarla nelle nostre inquietudini, nella nostra interiorità, di comunicarcela attraverso fogli scarabocchiati, di recitarla tentando di scimmiottare Gassman, Foa, Albertazzi”.
Sui “tempi” del poeta avevi le idee molto chiare, che probabilmente avranno incuriosito alcuni cultori della poesia nel senso più tradizionale del termine.
“Si dice che l’adolescenza e la prima giovinezza siano i momenti in cui è più facile scrivere poesie – avevi scritto tutto d’un fiato – perché si scoprono e si vivono sensazioni in modo intenso, drammatico, estatico, instabile; non è sempre vero: si può rimanere poeti per tutta la vita, ma è vero che l’immediatezza con cui l’emozione diventa parola, non ancora attraversata dal rigore logico, in alcuni momenti della vita si proietta in una dimensione infinita di dolcezze e di tristezze che riempie di colori la nudità di ciò che ci circonda, cioè si fa poesia. Una sorta di continuo pullulare di sentimenti, di diapositive, di pezzi di vita che affiorano, scompaiono, si disperdono, si sedimentano ed esprimono e solidificano la mia identità nei suoi infiniti rapporti con tutto ciò che la circonda”.
Questo eri, Salvo, questo sei e sarai, per tutti coloro che ti hanno amato, e per chi ti conoscerà solamente dopo che hai lasciato questo mondo. Dove, mai come in questo momento, mancano come l’aria uomini come te, capaci di leggere gli eventi con uno sguardo pulito e profondo. Lo sguardo di chi aveva saputo attraversare il dolore, l’ingiustizia, financo la rabbia, ed era riuscito a trasformarli in amore, impegno civile, speranza, e anche gioia nel trasmettere tutto questo alle nuove generazioni. A loro rimarranno i tuoi versi immortali, a cui magari, in qualche notte di sconfitta o di disillusione, ripenseranno per farsi forza, e per continuare a lottare.
Dall'alto: Peppino Impastato e Salvo Vitale, al microfono
L’uomo
L’uomo ritorna al suo scoglio,
dove la vita ha un confine
e un passo nel vuoto risolverebbe tutto.
Solo lui sa
quante volte ha ritratto il piede sospeso.
E’ tranquillo chi rema là in fondo?
L’uomo annega nel mare, finito.
Passa il tempo e quest’uomo
più non cerca parole.
Quando l’ultima cicca gli brucia le dita
si distoglie e ritorna ai suoi passi
(1962)
J’accuse
Non pensate di cavarvela così.
Lo so, confidate nella memoria corta degli italiani,
ma vi si legge negli occhi il terrore
di perdere il controllo delle operazioni.
E’ pronto per ognuno di voi
un pubblico dibattimento, una pena esemplare.
Pagherete il debito spaventoso
creato dalla corruzione,
della dilapidazione di soldi pubblici
in Grandi Opere Inutili,
dai soldi dell'evasione, dallo scudo fiscale,
mentre ai pensionati e ai disoccupati
per qualche centinaia di euro viene pignorata la casa.
io vi accuso di aver sottratto il futuro
a due generazioni,
vi accuso di collusione con le mafie,
di furto ai danni dello Stato
con i finanziamenti ai partiti,
aboliti da un referendum.
Vi accuso di dilapidare miliardi
in cacciabombardieri e fregate
mentre gli operai muoiono nei cantieri
per mancanza di controlli e di sicurezza
e gli imprenditori si suicidano
perché non riescono a pagare le rate a Equitalia.
Vi accuso di aver cancellato l'innovazione,
la ricerca, la cultura, la scienza,
di aver trasformato le nostre scuole
in diplomifici inutili.
Vi accuso di aver condannato
un popolo alla miseria
di aver occupato ogni spazio
con la vostra voracità,
con le vostre mandibole e le vostre tangenti.
Insaziabili come una metastasi. (...)
(2012)
Passa un giorno
Passa un giorno, passa un altro,
il paese sprofonda sempre di più
in un fascismo feudale mascherato.
Stanno ballando su una polveriera
e, pur sapendolo, sono sicuri
che nessuno accenderà mai la miccia.
Ometti ignoranti e ridicoli
giocano con la nostra vita
ci hanno portato alla fame, alla disperazione
per mantenere i loro privilegi.
nessuna dignità, nessuno scatto d’orgoglio,
nessuna storia, niente di niente...
i paesi del terzo mondo si ribellano
e noi ci beviamo le balle della tv
e dei giornali servi dei politici.
Ci succhieranno il sangue
fino a renderci degli zombie,
continueranno a vomitarci in faccia
la loro boria, i loro simboli,
dalla croce, al denaro, al bastone, alla toga
sicuri di poter fare tutto impunemente.
Vorrei esserci
quando verrà il momento di processarli
(2012)
Ora e sempre
Sono i momenti estremi
che rendono l'uomo umano
le ardite imprese
che rendono la vita passione
la voglia di riscatto
che ripaga la sete di libertà
Su la testa per scoprire
il partigiano che vive dentro di te
basta subire
basta nascondersi
basta aspettare
riconquistiamo il nostro futuro
ora è sempre resistenti
(2012)
Metempsicosi
Spogliarsi dalle squame
di un mondo che ci chiude.
Dare agli occhi soltanto
il difficile segreto delle cose.
Niente più esiste
se non la risacca sulle spiagge
e il vaneggiare di queste onde
verso un sole scolorato.
Rivangare ricordi, l’inutile cosa
che l’acqua non sa perdere.
Ricercare parole per piangervi sopra.
Ah, il male che sentiamo in noi
ci condanna e ci imbeve in poca luce.
La bruma avvolge i monti
e l’infinito si allarga con due mani.
Camminare per queste strade
e smarrirsi in altre insensibili cose.
Guardare e sentire davanti un dio
che sospinge sul pelo dell’acqua
il viso nudo di ciò che sta intorno.
Ritornare.
(1962)
Mattino
Serena naviga
la più lontana spoglia di luna.
Sopra i monti hai una nuova vita
nell’animato incendio dell’aurora.
Il mare ha solo una gran voglia d’annullarsi.
Anch’io divento mare
(1961)
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