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Da Aviano un migliaio di voci per la pace: ''No alle guerre e alle bombe nucleari''

Davide Scomazzon*

Sei giugno 2026, a 58 anni da quella che secondo molti è considerata la prima manifestazione contro la presenza di ordigni nucleari sul suolo italiano e contro l’allora politica della NATO, il 3 di novembre 1968, vecchie e nuove generazioni, radunate per l’ennesima volta all’insegna della pace, del rispetto del diritto inalienabile di ogni essere umano prima di tutto ad esistere, a vivere libero e dignitosamente come essere civile rispettoso del bene comune e dei suoi simili, ovunque essi si trovino e nel rispetto della terra che lo ospita e che lo nutre. 

Gli organizzatori ci dicono che circa un migliaio persone si sono radunate in piazza Duomo anche se provenienti da realtà associative diverse e con differenti obiettivi da realizzare nel tessuto civile di provenienza, tutti consapevoli che nonostante le differenze e le divergenze esiste un convincimento, un valore universale che rappresenti una necessità comune così forte da unire chiunque in uno scopo che è una identità implicita nell’essere umani: più di cento associazioni, ciascuna con le proprie delegazioni ed ognuna con il suo personale messaggio di pace, da sostenere di fronte alle autorità militari della base USAF
di Aviano, con una unica variopinta pretesa:

Pretendiamo che cessi il massacro e la complicità del governo italiano che permette che esso si perpetui a scapito del popolo palestinese, simbolo dell’indifferenza e della crudeltà di chi agisce, di chi guarda reggendo i 30 denari sul palmo della mano, o di chi si ritiene migliore perché ha il pudore di girare le spalle e fingere che dalla finestra non si odano le grida dei disperati, dei moribondi e di chi li piange, ancorché fossero di bambini e madri, nel caso non cristiane.  

Non è ancora terminato il genocidio perpetrato da Israele in Gaza che un altro popolo quello libanese si trova nuovamente sotto attacco: notizia di questi giorni è che l’IDF sta utilizzando il fosforo bianco vietato da ogni convenzione contro civili, sparso su ampie zone residenziali non militari e già migliaia sono le vittime innocenti sradicate dalle proprie abitazioni e separate dai propri familiari.

Pretendiamo che l’Italia rifiuti ogni forma di conflitto che miri a sopraffare altri popoli con la violenza, o attraverso la codardia della mistificazione nei confronti del proprio popolo e che in modo definitivo il territorio italiano non rappresenti mai più l’alcova in cui trova accoglienza il perverso frutto dell’orgasmico desiderio di assassinio indiscriminato rappresentato dagli ordigni atomici, che l’America a spregio nostro, ma più ancora di se stessa, ci onora di ospitare.

Pretendiamo che venga rispettato il vituperato articolo 11 della Costituzione italiana, ostracizzato e artificiosamente distorto dalle lingue biforcute dell’informazione nazionale, così meschina da non avere nemmeno il coraggio di tutelare la memoria ed il valore su cui si fondano le radici non soltanto del mondo occidentale, ma soprattutto del popolo italiano che ha lottato ed ha sacrificato ben più del proprio tornaconto personale, preferendo ad esso la propria integrità e la speranza che da un mondo di violenza potesse nascerne uno nuovo in cui un abbraccio non sarebbe mai più stato scambiato per un’aggressione, non nei confronti di un singolo individuo indifeso, ma nemmeno tra popoli e nazioni. 





Oggi ci vogliono volontari partecipi dei massacri che la democrazia occidentale compresa la sua diramazione orientale, ha seminato in quasi tutto il mondo e non da ieri. Vogliono che i nostri figli rinneghiamo le nostre coscienze e la nostra storia e si adirano, si irritano e sono di sdegno le smorfie che assumono i loro volti mentre manifestano stupore nell’accorgersi che a noi non riesce così naturale, come a loro, rinnegare quel poco di evoluzione che abbiamo conquistato fra sangue ed ignoranza, superando i più bui capitoli della storia e non mi riferisco alle guerre puniche e nemmeno al medioevo…

Durante il percorso della manifestazione, che aveva come traguardo i cancelli della Base, si sono succeduti alcuni interventi, ci teniamo a riportare in sintesi stralci di alcuni di questi:

Particolarmente sentito l'intervento di Stefania Maurizi, giornalista indipendente:
"Le nuove bombe americane scaricate non molti mesi fa, le B6112, sono arrivate ad Aviano e a Ghedi, le due basi atomiche, che assieme al numero stesso di ordigni, danno all’Italia il primato di nazione europea con il maggior numero di presenze “atomiche” sul territorio, come rivelato dal massimo esperto in termini di dislocazione di armi atomiche sul territorio occidentale Hans Christensen.
Non sono graditi questi ordigni, ma non è gradita nemmeno la presenza così invasiva della macchina bellica americana nel complesso, all’interno della quale noi siamo sempre più integrati, come ho potuto evincere grazie a 16 anni di studio della documentazione proveniente da  Wikileaks: lo slogan “guerra perpetua per avere la pace perpetua” oggi è diventato “guerra perpetua per guerra perpetua” [come sostiene anche Assange secondo il quale la finalità di un conflitto moderno non è quello di arrivare alla vittoria, ma di far durare il conflitto il più a lungo possibile, a vantaggio dei produttori di armi che vendono ad entrambi gli schieramenti]. 
La sorte toccata all’Irak (600mila morti civili 9,32milioni di sfollati, all’Afganistan, alla Libia, ora siamo all’Iran e al Libano, sono frutto di queste strategie ed è accaduto recentemente che il segretario Rubio si sia complimentato con il nostro governo per aver investito e continuare a faro grandi cifre sul fronte del riarmo e a sostegno della Nato, pur ignorando il rischio che corre il nostro stato sociale. Per questo dobbiamo tornare a difendere l’articolo 11 della Costituzione, per salvaguardare il benessere dei cittadini e l’indipendenza della nazione e far cessare anche i viaggi della morte di quelle popolazioni che fuggono da guerre che non sono mai state la loro".
Di forte impatto anche l'intervento di Chiara Lautieri dei Giovani del Sole, che ha scelto il linguaggio simbolico e filosofico per riflettere sulla crisi dell'umanità contemporanea: "Avverto la presenza di una coscienza antica, silenziosa, paziente, ‘avverto come un ricordo che non mi appartiene eppure lui è li con la calma di chi non ha mai avuto fretta. Cosa potrebbe aver visto? Un occhio così non può appartenere ad un essere umano, perché un essere umano dimentica, ne ha bisogno altrimenti non sopravviverebbe a tutto questo dolore. Cosa significherebbe esser testimoni della nascita e dell’evoluzione della storia dell’umanità , di un essere capace di riconoscersi in un suo riflesso ed attribuire un significato al suo passaggio, una creatura che avverte il bisogno di comprendere il suo mondo, raccontarlo e trasformalo. Da quella consapevolezza l’uomo aveva compreso di essere parte di un ordine più grande di sé e aveva imparato a rispettare quell’ordine. 


Forse non c’è un istante preciso in cui l’ordine delle cose si è invertito, ma l’uomo dimenticò il posto che occupava; l’uomo ha smesso di considerarsi parte del mistero e ha preteso di sostituirsi ad esso, ha eretto troni dove un tempo sorgevano altari, ha sostituito Dio con il denaro, la sapienza con il potere, la comunione con la supremazia, ha chiamato civiltà ciò che spesso era dominio, progresso ciò che era sfruttamento, forza ciò che era soltanto paura travestita da grandezza, perdendo la capacità di riconoscersi nel volto dell’altro come un fratello, perdeva il senso del sacro della propria umanità. Forse è per questo che quello sguardo ha quest’espressione, sembra lo sguardo di chi continua a custodire una promessa che il mondo ha smesso di ricordare, ma se davvero ha visto tutto perché è ancora aperto? Perché continua a guardarci, continua ad attendere quell’istante i cui due esseri umani si incontrano e si riconoscono prima ancora di chiedersi chi siano, come si incontrano due parti perdute di sé. E’ per quell’istante che l’occhio resiste, un istante fragile in cui le differenze restano, ma smettono di essere confini in cui nessuno perde ciò che è eppure si apre la percezione di appartenere alla stessa storia, allo stesso mistero, alla stessa umanità. Continua a guardarci perché conosce ciò che potremmo diventare, se soltanto ciò che ci separa smettesse di prendere più di ciò che ci unisce.
Ponti invece di muri, valore al posto della distanza e sotto confini e paure una unica trama che ci attraversa tutti. Forse è questo che l’occhio attende da sempre, non un cambiamento dell’uomo, ma un suo riconoscimento, il momento in cui ognuno torna a sentirsi parte del proprio posto nel tutto con rispetto amore e fratellanza.

Dal palco è arrivato anche il contributo del sindacato. Eliana Cuomo della Cgil che ha invitato a contrastare la cultura della guerra nella vita quotidiana e nei luoghi di lavoro: "Abbiamo la consapevolezza che questo mondo non ci dovrà rendere cattivi, un mondo che ancora ci offre l’occasione di esprimere i nostri convincimenti attraverso le elezioni che si terranno in primavera in Spagna, Italia e Francia di fermare l’onda nera del razzismo, del fascismo sommerga le nostre società. Il nostro dovere è certamente quello di rifiutare la guerra come strumento di relazione tra i popoli, ma non soltanto in piazza ma anche nei luoghi che frequentiamo anche nei luoghi di lavoro e che frequentiamo nel quotidiano perché si diffonda questa volontà e trovi un sostegno sempre crescente. La vicenda Palestinese, l’iniziativa della Sumud Flotilla sono la manifestazione del rifiuto di un mondo che ci vuole incattivire e far vivere nella precarietà, nella sussistenza appena accennata.
Combattere contro la guerra significa lottare p runa vita degna, contro chi sfrutta il tema della difesa dei diritti delle donne per giustificare l’aggressione di una nazione. Dobbiamo lottare per non lasciare questo mondo in mano agli speculatori, agli sfruttatori, loro sono gli stranieri che vanno cacciati dalla nostra patria.

Infine, per il comitato Palestina Pordenone è intervenuto Amar: "Oggi la nostra voce si solleva forte e unita da Aviano! Siamo qui per gridare un "no" assoluto alla barbarie della guerra, al massacro e squarciare il velo di complicità e di silenzio che circonda il dramma del popolo palestinese.
Siamo il popolo della pace, della giustizia e della solidarietà con tutti i popoli colpiti dall'orrore dei bombardamenti. Non possiamo più restare a guardare mentre la politica delle bombe distrugge vite innocenti.
A Gaza è in corso un genocidio sotto gli occhi del mondo: decine di migliaia di morti, città cancellate, ospedali distrutti, scuole bombardate, bambini strappati alla vita. Un intero popolo viene affamato, assediato e massacrato mentre le grandi potenze continuano a garantire sostegno politico e militare a Israele.
Il Libano viene colpito, le sue città vengono bombardate, la popolazione civile paga ancora una volta il prezzo della violenza e della logica della guerra.
In Cisgiordania, lontano dalle telecamere, i coloni armati continuano ad aggredire villaggi palestinesi, incendiano case e terreni, terrorizzano famiglie che vivono sotto occupazione da decenni.
È una violenza quotidiana, sistematica, che ha un solo obiettivo: cacciare i palestinesi dalla loro terra. Noi siamo qui per denunciare tutto questo.
Siamo qui davanti a una base americana perché gli Stati Uniti continuano a essere il principale sostenitore di Israele: senza il sostegno politico, economico e militare delle grandi potenze, questa tragedia non avrebbe potuto raggiungere dimensioni così devastanti. Per questo chiediamo la fine immediata del genocidio a Gaza, la fine dell’assedio, la fine dell’occupazione della Palestina, la fine delle aggressioni in Libano e lo smantellamento delle colonie in Cisgiordania. La nostra presenza qui oggi è un messaggio chiaro: non accetteremo che il Friuli-Venezia Giulia diventi una retrovia delle guerre. Non accetteremo che le basi militari presenti sul nostro territorio siano strumenti di una politica fondata sulla forza e sulla distruzione. Continueremo a mobilitarci, a manifestare, a informare, a costruire solidarietà. Palestina vive, il Libano resiste, gloria ai nostri martiri per la libertà, ai nostri prigionieri, libertà per Marwan BarghoutibevHusdam Abu Safyis. Perché la Palestina non è sola. Palestina libera!". 

La manifestazione si è conclusa con un intenso flash mob. Al suono di una sirena d'allarme militare, centinaia di partecipanti si sono sdraiati su grandi teli bianchi indossando o appoggiando sul corpo stoffe rosse, simbolo delle ferite provocate dai conflitti. Un'immagine forte, capace di trasformare per qualche istante una protesta in una rappresentazione collettiva delle vittime civili delle guerre.

Tra slogan, bandiere e interventi dal palco, da Aviano è partito ancora una volta un messaggio chiaro: fermare l'escalation militare, difendere la pace e riportare al centro della politica il valore della vita umana.  

*per Veritas Vincit, Tombolo- PD