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| Poesie

Palingenesi

Salvo Vitale

Abbiamo attraversato lager di brutte facce,

melme fetide, briciole di potere cannibalesche

nella loro sapiente capacità

di fagocitare anche l’increspatura del dubbio,

copulazioni spiaccicate con disprezzo

sulla pelle dei meschini

avvolti dalle loro debolezze di sopravvivenza,

icone della prima repubblica,

fascisti, traffichini, mafiosi, terroristi di stato.

Abbiamo creduto che il fondo era là,

che il momento di riemergere era arrivato

con la sua luce stellare sull’universo delle diversità,

sull’arco di  melodie fruibili alle orecchie dei proletari

ma deprecabili per le brave signore in decolté.

In qualche angolo c’era anche il Cristo dei poveri

con la sua infinita dolcezza,

a dirci che anche su questa terra,

si poteva entrare nell’altra dimensione.

Non avremmo mai immaginato

che il disgusto diventasse cibo quotidiano,

che gli scheletri di guerra risorgessero

dai cimiteri in cui li avevamo sepolti,

che il porco più porco di tutti

potesse continuamente esibire i suoi muscoli

tagliuzzando a pezzetti la carne dei suoi fratelli,

che il pullulare di vermi sotto i piedi

opponesse alla voglia di schiacciarli

la difficoltà del rispetto per qualsiasi forma vivente.

Interminabile rassegna di brutti visi,

osceni lacchè dello zar “circonfuso”,

bisogno fisiologico di sputar loro in faccia

e dovere cristiano di perdonarli e amarli.

In tutto questo balugina, ci vogliamo credere,

la speme, ultima dea: non può finire così,

c’è un limite al masochismo, alla sopportazione,

all’indifferenza, al dominio della prepotenza:

la palingenesi è possibile, è già iniziata. 

Foto © Deb Photo

Salvo Vitale

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