Egregio Direttore, ogni mattina mi capita di ascoltare almeno uno scorcio della rassegna stampa di Prima pagina su Radio 3 e immancabilmente ogni giorno si affaccia nel dibattito la questione dei giovani, le preoccupazioni per i loro atteggiamenti violenti, le derive e quant’altro. Raramente però si riconosce che l’inquietudine delle nuove generazioni dipende anche, o forse soprattutto, dal mondo che noi adulti abbiamo apparecchiato loro, questa è la tavola e a loro non resta che prendere posto e consumare ciò che c’è. Adeguarsi è la parola d’ordine, integrarsi se si è figli di immigrati. Nei decenni scorsi il Capitale ha celebrato in lungo e in largo la sua vittoria perenne sull’utopia socialista e in questo momento ci mostra con estrema arroganza in cosa consista il suo dominio assoluto. La guerra in Ucraina che è diventata un elemento ormai quasi ‘naturale’ delle nostre vite (così come un elemento costitutivo dell’economia nell’importante mercato delle armi), il genocidio a Gaza che si sta consumando nell’impotenza generale, la guerra in Libano, l’aggressione USA all’Iran, e prima al Venezuela, così come lo strangolamento di Cuba. Proprio quest’ultimo, dopo 67 anni di embargo nord americano, rappresenta metaforicamente la ‘morte della speranza’. Si, perché proprio Cuba ha rappresentato per molti anni e per varie generazioni la speranza che fosse possibile un futuro diverso per l’umanità da quello che il capitalismo rappresentava. Se è vero che il ‘socialismo’ cubano non è di certo esente da errori, occorre anche riconoscere che quell’esperimento, così come altri, non ha certo goduto della benevolenza o della tolleranza dei Paesi capitalistici vicini e lontani e tanto meno dell’imperialismo nord americano. Anzi, il blocco statunitense lo ha costretto fin dall’inizio a rifugiarsi tra le braccia dell’altra superpotenza dell’epoca, quell’Unione Sovietica che a sua volta aveva rappresentato la speranza dopo l’immane tragedia della Grande Guerra. I rivoluzionari cubani non hanno quindi potuto costruire ciò che avrebbero voluto, bensì sono stati costretti a costruire ciò che a loro è stato permesso dalla pressione asfissiante di un mondo dominato dall’imperialismo. Oggi a Cuba, come a Gaza, si muore di fame mentre da noi si vive senza speranza, servendo quel “demone flaccido, bugiardo, dall’occhio spento, di una follia rapace e spietata” di cui parlava Marlow, “seduto a poppa, con le gambe iåncrociate, appoggiato all’albero di mezzana”, in ‘Cuore di tenebra’ di Joseph Conrad. Non lamentiamoci dei giovani, guardiamoci piuttosto allo specchio e chiediamoci quale esempio siamo.
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