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Arrestato Raffaele Galatolo, i pm di Palermo: gestiva il clan dell’Acquasanta con permessi premio

La denuncia della sua pericolosità nel video di ANTIMAFIADuemila del direttore Giorgio Bongiovanni

Luca Grossi

Una ‘follia’ di Stato che sembra essersi conclusa: Raffaele Galatolo, 75 anni, storico boss dell’Acquasanta ed ergastolano fedelissimo di Totò Riina, è stato arrestato in un blitz della Guardia di Finanza che ha colpito duramente le famiglie mafiose dell’Acquasanta e dell’Arenella, nel mandamento di Resuttana. La sua pericolosità, così come quella del suo clan, era già stata ampiamente denunciata da ANTIMAFIADuemila con un recente video del direttore Giorgio Bongiovanni, che ha raggiunto quasi 300.000 spettatori, segno che una parte della cittadinanza è ancora vigile e attenta quando si tratta di concedere benefici penitenziari ai boss irriducibili.
Nonostante la condanna all’ergastolo, Galatolo – definito lo “strangolatore di vicolo Pipitone” per la sua ferocia negli anni Ottanta – avrebbe continuato, secondo gli investigatori, a riorganizzare e gestire il clan, impartendo ordini durante i permessi premio e la semilibertà ottenuti dal carcere di Secondigliano, dove lavorava presso un’associazione di volontariato.
L’operazione del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza ha portato a 13 arresti: otto in carcere e cinque ai domiciliari. L’ordinanza del Gip, richiesta alla fine della brillante operazione dalla Dda di Palermo coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, ha coinvolto complessivamente 45 persone. Le accuse spaziano dall’associazione mafiosa al riciclaggio, autoriciclaggio, bancarotta fraudolenta, reimpiego, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo di attività di scommesse e favoreggiamento personale.

Le indagini, supportate da intercettazioni, dichiarazioni di collaboratori di giustizia e approfondite analisi patrimoniali, hanno ricostruito come Galatolo abbia ripreso il controllo del clan dell’Acquasanta già dal 2020, dopo la morte del fratello Vincenzo, scalzando Giovanni Ferrante (che l’anno successivo ha scelto di collaborare con la giustizia). I permessi premio gli venivano concessi dal 2018: in carcere risultava detenuto modello, ma all’esterno riprendeva immediatamente il comando del gruppo, approfittando anche della semilibertà.
La famiglia Galatolo, lo ricordiamo, ha scritto pagine sanguinarie della storia di Cosa nostra. Dal covo di vicolo Pipitone partirono numerosi sicari per delitti eccellenti: l’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, del giudice Rocco Chinnici, del prefetto Pio La Torre, oltre al fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone. La roccaforte dell’Acquasanta era nota per i legami con ambienti deviati delle istituzioni e con i servizi segreti. Raffaele Galatolo, che non ha mai collaborato con la giustizia, custodisce ancora molti di questi segreti.
Ma la più importante notizia legata alla famiglia Galatolo è figlia di eventi ancor più recenti: tra i nipoti c’è Vito Galatolo (figlio di Vincenzo) che ha deciso di collaborare con la giustizia nel 2014, rivelando un piano concreto per attentare al pm Nino Di Matteo, oggi sostituto procuratore nazionale antimafia, con 200 chili di tritolo acquistati dalla ‘Ndrangheta, un progetto sostenuto da Matteo Messina Denaro e approvato dallo stesso Riina. Le indagini di Caltanissetta hanno confermato che quel piano era reale e “certamente operativo”.
Mandanti? “Gli stessi di Borsellino”, disse Vito Galatolo.
In manette è finito pure Stefano Fidanzati, 78 anni, ritenuto al vertice della famiglia dell’Arenella. Secondo gli inquirenti, una rete di incensurati prestanome ha continuato ad aiutare i mafiosi nell’accumulo e nel reinvestimento di ricchezza illecita anche dopo la collaborazione di Ferrante.
Ripetiamo la stessa domanda che ci ponemmo alcuni mesi fa: com’è possibile che un membro della famiglia Galatolo abbia ottenuto un permesso premio?

Cantieri navali, mercato ortofrutticolo e politica: i tentacoli del sistema Galatolo

Galatolo era considerato un detenuto modello: otteneva permessi regolari e semilibertà per lavorare in un’associazione di volontariato, rientrando frequentemente a Palermo, città da cui mancava dal 1990. Da casa avrebbe ripreso a impartire ordini, gestendo estorsioni, scommesse e affari economici, nonostante la condanna definitiva. Secondo quanto ricostruito dai magistrati, il boss avrebbe puntato a riconquistare la reggenza della cosca dell’Acquasanta, già guidata dal fratello Vincenzo. Il collaboratore di giustizia Giovanni Ferrante, ultimo capo in carica della famiglia, ha raccontato i timori per questa scalata: "Deve prendersi tutto in mano lui". Ferrante ha descritto un confronto armato con Galatolo, avvenuto mentre ristrutturava un’agenzia di scommesse: "Andai a cercarlo e mi portai una pistola sotto il bomber — ha raccontato — quel giorno era molto agitato e sudato, aveva le braccia conserte. Quindi ho capito che aveva una pistola". "Aveva toni minacciosi — ricorda il collaboratore — io mi rifiutai. E se si fosse mosso, l’avrei ammazzato in quell’occasione". Le mire espansionistiche partivano da due snodi strategici, secondo gli inquirenti: ai Cantieri navali, attraverso Davide Matassa (arrestato), Galatolo avrebbe percepito stipendi di operai fatti assumere e inseriva “picciotti” in una cooperativa di pontisti legata a figure vicine ai Galatolo, come documentato anche dal pentito Vito Galatolo nel 2019. Al mercato ortofrutticolo, invece, controllava le “carrettelle” per il trasporto merci insieme al figlio Angelo Galatolo (detto Angelino) e a Benedetto Marciante, entrambi ora in carcere. Luigi De Francesco, referente degli uomini di fatica, avrebbe gestito le percentuali destinate ai mafiosi e i tesserini, anche dopo la costituzione di una cooperativa comunale nel 2022; l’imprenditore è ora ai domiciliari. L’indagine della procura di Palermo avrebbe fatto emergere inoltre il coinvolgimento in una fabbrica di caffè di Gaetano Pensavecchia, dove i clan incassavano quote mensili in rappresentanza del capomafia detenuto Antonino Madonia. Galatolo investiva in attività lecite, come la società “Kissaj e Cafè Srl”, e manteneva un atteggiamento violento: "Io domani a suo figlio ci vado a sparare punto e basta… Io ho l’ergastolo e non è che esco più!", si è ascoltato in una intercettazione. In un altro episodio ha minacciato un commerciante: "Vedi di finirla che nomini a tuo cognato, che è sbirro e carabiniere, un sacchetto non te lo faccio vendere più". L’inchiesta ha svelato anche tentativi di condizionamento politico. Nel 2022 Galatolo avrebbe procacciato voti per Girolamo Russo, candidato al Consiglio comunale di Palermo con Fratelli d’Italia (poi arrestato per voto di scambio), promettendo in cambio opportunità lavorative per il figlio Angelo: "Il politico si sta interessando – diceva il boss – però gli dobbiamo dare i voti. È del fascista, il fascista è la Meloni, e che ci interessa? Perché gli altri sono più onesti?".  Galatolo inoltre si spendeva con Russo per il Sì al referendum sulla giustizia del 2022, promosso dalla Lega e dai Radicali.  Russo non fu eletto, ma informava comunque il figlio di Galatolo che avrebbe lavorato come guardiano all’Ippodromo di Palermo tramite l’assunzione fatta passare dall’imprenditore Antonino Domino. Quest’ultimo, padre di Claudio Domino (il bambino ucciso dalla mafia nel 1986), contattò direttamente Galatolo dopo aver capito chi era veramente che avrebbe dovuto assumere: "A me hanno ucciso un figlio…la mafia… che aveva 11 anni". Il boss fece allora un passo indietro. Il gip Walter Turturici ha sottolineato nell’ordinanza "l’irreversibilità della scelta di appartenenza alla mafia", evidenziando come Galatolo abbia esercitato il potere "in modo davvero sfrontato" proprio grazie agli spazi di libertà ottenuti.

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Immagine di copertina by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA