''Amici miei''. Il numero di luglio de ''Il foglio de I Siciliani giovani''
La rete, la rete! E dài! È una vita che ci ripeti che dobbiamo “fare rete”. E allora? Un momento! Stavolta non si parla di reti metaforiche, virtuali. Stavolta sono reti vere, che fanno ancora puzza di mare. Le reti (di Maremma o Catania), il mare, i pescatori. E ce lo volete mettere pure un giornalista, tanto per sapere che fanno? Giornalisti ne abbiamo (in questo caso il nostro Luciano), con l'unico difetto che se ne vanno a due a due. E non pensate scemenze, che non è il caso.
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Il fatto è che lavorano insieme (Siciliani, Avvenimenti e tutta la roba in mezzo) da una trentina d’anni, e se ne metti uno solo si offendono. Per cui, prendi una foto qualunque, delle decine che ti hanno mandato insieme) e li fai contenti. Il primo numero di questa serie del nostro giornale (dicembre ‘11), per intenderci, esce con un servizio a due firme di Fabio e Luciano. Io magari ne parlo bene perché sono il direttore, ma chi è del mestiere li conosce. E pure i mafiosi li conoscono, laggiù in Sicilia: pistole in faccia, macchine fotografiche rotte in testa, e roba del genere. Così sono emigranti, diciamo cosi, e lo sono ancora. Se scrivessero un libro (qualcosa l’hanno anche scritta, e anche un po’ di teatro) sarebbe un gran libro, perché ne hanno di cose da raccontare. E questo è quanto. Io chiamo tutti “compagni” ma loro sono anche “amici”, e - tecnicamente parlando - pure “colleghi”. Fate voi. Sono dei giornalisti, dei nostri redattori, dei cittadini esiliati per il loro coraggio. Ne parlo troppo? Può darsi. Ma io, che ho conosciuto Falcone e Borsellino (per non dire sempre di Fava) oggi parlo di loro, di Fabio e Luciano, nostri giornalisti. Penso che siano importanti, e non solo per me, e non solo per il giornale. Sono un pezzo d’Italia, e se dovessi chiederlo risponderebbero in molti.
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