
Tutto ciò che è stato descritto finora, l'arrivo di Musk con i suoi satelliti, di Thiel con il suo software di sorveglianza, di Fink con i suoi capitali, non sarebbe stato possibile senza un precedente. Qualcuno, prima di loro, aveva già aperto la breccia e stabilito il principio che la sicurezza nazionale di un Paese del G7 potesse essere affidata a soggetti stranieri senza che il Parlamento ne discutesse, senza che l'opinione pubblica ne fosse informata, e senza che il responsabile stesso della cybersicurezza nazionale fosse d'accordo. Quel qualcuno è lo Stato di Israele. E la breccia è stata aperta nel marzo 2023.
Per comprendere cosa è accaduto bisogna ricostruire la sequenza con la precisione di un verbale, perché i fatti parlano da soli.
Il 6 marzo 2023, Roberto Baldoni rassegna le dimissioni dalla direzione dell'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. Non è un funzionario qualsiasi. Baldoni è stato vicedirettore generale dell'intelligence italiana, docente di informatica alla Sapienza, e dal 2021 ha costruito da zero la prima struttura nazionale di cybersicurezza, contribuendo a redigere la Strategia nazionale 2022-2026 che avrebbe dovuto dotare l'Italia di una capacità autonoma di difesa digitale. È l'uomo che più di chiunque altro, nelle istituzioni italiane, conosce le vulnerabilità del sistema informatico del Paese e i rischi di affidarne la protezione a soggetti esterni. Le dimissioni vengono attribuite ufficialmente a “rapporti deteriorati con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano”, che ha la delega ai servizi segreti. Baldoni viene sostituito dal prefetto Bruno Frattasi, un profilo più rassicurante per Palazzo Chigi, meno tecnico e più istituzionale [60].
Due giorni dopo, l'8 marzo 2023, il premier israeliano Benjamin Netanyahu atterra a Roma. È il primo incontro tra i capi di governo dei due Paesi dopo nove anni. Meloni e Netanyahu tengono una conferenza stampa congiunta in cui annunciano la volontà di compiere “un salto significativo nella cooperazione tra Italia e Israele”. Netanyahu si dice pronto ad “aumentare le relazioni tecnologiche ed economiche”. Il ministro per lo Sviluppo economico Adolfo Urso dichiara: “Israele è una superpotenza tecnologica, l'Italia è una grande potenza industriale. Siamo consapevoli che dalla nostra piena collaborazione possa sortire un effetto positivo” [60]. Tra i temi centrali dell'incontro: la cybersicurezza e l'intelligenza artificiale. I dettagli degli accordi non vengono resi pubblici. Meloni annuncia un vertice intergovernativo, il primo dal 2013, da tenersi “quanto prima” in Israele.
La concomitanza tra le dimissioni del massimo responsabile della cybersicurezza nazionale e la firma, due giorni dopo, di accordi strategici con Israele nel medesimo settore non è stata oggetto di alcuna inchiesta parlamentare. Non è stata discussa in Commissione Difesa, né al Copasir, né in aula. I giornali ne hanno parlato come di due notizie separate. Ma i fatti, messi in fila, raccontano una storia diversa: l'uomo che aveva costruito l'architettura della cybersicurezza italiana se ne va nel momento esatto in cui il governo decide di affidare pezzi di quella architettura a un partner straniero. Non esistono documenti pubblici che confermino un appalto integrale della cybersicurezza a Israele. Ma la traiettoria legislativa e operativa dei due anni successivi rende la sequenza del marzo 2023 non una coincidenza, bensì un punto di svolta.
Benjamin Netanyahu e Giorgia Meloni © Imagoeconomica
Ciò che è avvenuto dopo il marzo 2023 è forse ancora più grave della sequenza iniziale, perché è avvenuto alla luce del sole, per via normativa, senza che quasi nessuno protestasse.
Il primo passo è stato il disegno di legge sulla cybersicurezza. Nella versione iniziale, il testo circoscriveva il perimetro dei fornitori di tecnologie sensibili ai Paesi dell'Unione Europea e della NATO. Era una scelta logica: se la cybersicurezza è una questione di sovranità, le tecnologie che la garantiscono devono provenire da alleati vincolati dagli stessi trattati e soggetti alle stesse regole. Ma in fase di approvazione, nel giugno 2024, un emendamento ha modificato il perimetro per includere anche le aziende israeliane [61]. Israele non è membro della NATO e non è membro dell'Unione Europea. È un Paese alleato, certamente, ma un Paese il cui apparato di sicurezza e intelligence opera con regole proprie, non soggette al controllo delle istituzioni europee. L'emendamento è passato senza un dibattito pubblico proporzionato alla sua portata.
Il secondo passo è stato il decreto del Presidente del Consiglio del 30 aprile 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 5 maggio. Questo decreto disciplina i contratti di beni e servizi informatici destinati alla tutela degli interessi nazionali strategici e della sicurezza nazionale. E introduce un meccanismo di premio: le imprese che acquistano tecnologie di sicurezza informatica da Israele, insieme ad Australia, Corea del Sud, Giappone, Nuova Zelanda e Svizzera, ottengono otto punti in più nelle gare d'appalto pubbliche [62]. Otto punti possono sembrare un dettaglio tecnico, ma nei bandi pubblici sono spesso la differenza tra vincere e perdere. In pratica, il decreto crea un incentivo strutturale affinché le amministrazioni italiane scelgano fornitori israeliani rispetto a concorrenti europei o italiani. La sovranità digitale, che Baldoni aveva cercato di costruire, viene smontata per via regolamentare.
Il risultato è una penetrazione capillare. Sono diversi i reparti speciali delle forze dell'ordine, le procure italiane e i settori dei servizi di intelligence che si affidano oggi a piattaforme israeliane per funzioni che toccano il cuore della vita democratica: la gestione dei dati d'indagine, le intercettazioni telefoniche e ambientali, il riconoscimento biometrico, le attività forensi digitali [52]. Non si tratta di acquistare un antivirus o un firewall, ma di affidare a un fornitore straniero gli strumenti con cui lo Stato indaga sui propri cittadini, intercetta le comunicazioni dei sospettati, identifica i volti nelle telecamere di sorveglianza. Sono le funzioni più intime e delicate dell'esercizio della sovranità. E sono in mano a software scritti a Tel Aviv.
La stessa Palantir di Thiel ha seguito il medesimo percorso, partendo dalla sanità per arrivare alla difesa. Nel 2023, Palantir ha siglato una partnership con il Policlinico Gemelli di Roma, uno dei principali ospedali italiani [53]. È un modello già visto nel Regno Unito, dove Palantir è entrata nel Servizio Sanitario Nazionale durante l'emergenza del Covid-19 e poi ha esteso la propria presenza alla difesa e alla polizia. Prima ti offro un servizio in un settore non controverso come la sanità, dove la resistenza è minore. Poi, una volta dentro il sistema, propongo l'estensione ai settori sensibili. Il piede nella porta.
Ma il caso più grave, quello che avrebbe dovuto provocare una crisi di governo in qualsiasi democrazia funzionante, è lo scandalo Paragon Solutions.
Paragon è un'azienda israeliana fondata dall'ex primo ministro Ehud Barak e da veterani dell'Unità 8200, il reparto di intelligence elettronica delle forze armate israeliane, lo stesso vivaio da cui sono uscite NSO Group (produttrice dello spyware Pegasus), Cellebrite e Cognyte. Paragon ha sviluppato un sistema di sorveglianza chiamato Graphite. Non è un software ordinario. È uno strumento di tipo militare che penetra negli smartphone attraverso l'applicazione di messaggistica WhatsApp senza che la vittima debba cliccare nulla, senza che debba aprire un allegato, senza che debba compiere alcuna azione. Il telefono viene infettato in modo silenzioso e invisibile. 
Ehud Barak © Knesset Archives
Una volta che Graphite è dentro il dispositivo, l'operatore che controlla lo strumento ha accesso totale: può leggere tutti i messaggi, compresi quelli su applicazioni crittografate come Signal e Telegram, che milioni di persone usano proprio perché credono che le loro conversazioni siano protette. Può accedere alle foto, ai video, alla rubrica dei contatti, alla posizione geografica in tempo reale. Può attivare il microfono del telefono e trasformarlo in una cimice ambientale, ascoltando le conversazioni che avvengono nella stanza. Può attivare la fotocamera e vedere ciò che il telefono inquadra. In sintesi: chi controlla Graphite controlla la vita della persona sorvegliata [52].
Il governo italiano ha acquistato questo strumento. E lo ha utilizzato non per indagare su terroristi o criminali, come previsto dai termini contrattuali, ma per sorvegliare giornalisti e attivisti italiani. Quando la notizia è emersa è stata la stessa Paragon a rescindere immediatamente il contratto con il governo italiano, accusandolo di aver violato i termini di servizio e il quadro etico concordato. Paragon dichiara di vendere i propri prodotti esclusivamente a governi democratici e solo per indagini su terrorismo e criminalità grave. Spiare giornalisti e attivisti non rientrava tra le attività consentite. Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, il Copasir, ha confermato l'utilizzo di tecnologie israeliane da parte dei servizi di intelligence italiani. Il contratto con Paragon è stato chiuso definitivamente nel giugno 2025, dopo mesi di pressioni mediatiche [52].
Un governo che si definisce sovranista ha acquistato da un Paese straniero uno strumento di spionaggio militare e lo ha usato contro i propri giornalisti e attivisti. La società straniera che lo ha venduto ha giudicato l'uso talmente improprio da rescindere il contratto di propria iniziativa. Il Parlamento non è stato informato in anticipo. L'opinione pubblica lo ha scoperto dalla stampa. Ma il caso Paragon è solo la punta visibile di un sistema molto più esteso e strutturale di dipendenza dalle tecnologie israeliane di sorveglianza.
Cosa resta, dopo tutto questo? Resta un principio, che è il vero lascito del marzo 2023, e che spiega tutto ciò che è venuto dopo. Il principio è questo: la sicurezza nazionale italiana si può esternalizzare a un partner straniero senza che il Parlamento ne discuta organicamente, senza che esista un dibattito pubblico proporzionato alla posta in gioco, e senza che il responsabile tecnico che ha costruito il sistema di protezione debba essere d'accordo.
Una volta stabilito questo principio con Israele, l'ingresso della Silicon Valley non è più una rottura: è un ampliamento. Se si è accettato che le intercettazioni delle procure italiane girino su piattaforme israeliane, su quale base giuridica o morale si può rifiutare che le comunicazioni crittografate delle ambasciate transitino su satelliti americani? Se si è concesso a un'azienda israeliana di mettere i propri strumenti di sorveglianza nei telefoni dei cittadini italiani, su quale principio si può impedire a Palantir di analizzare i dati della Digos? La breccia aperta da Israele è la breccia attraverso cui sono entrati Musk, Thiel e Fink. Non nel senso di una cospirazione coordinata, ma nel senso più semplice e più grave: una volta che un Paese ha rinunciato a un pezzo della propria sovranità digitale, ogni rinuncia successiva diventa più facile, più naturale, più difficile da contestare. 
Sebastian Kurz © Imagoeconomica
Come ha scritto La Fionda in un'analisi che merita di essere letta per intero: “Israele non esporta soltanto prodotti, ma una cultura operativa: l'idea che sicurezza, sorveglianza, innovazione e mercato siano parti della stessa architettura di potere. L'Italia ha importato quel modello integralmente, senza la capacità di controllarlo dall'interno” [61]. E il modello israeliano non è nato dal nulla: è il prodotto di una saldatura precoce tra apparato statale, ricerca, capitale di rischio, complesso militare e intelligence che ha trasformato la cybersicurezza in uno strumento di proiezione strategica. Per Paesi arrivati tardi, come l'Italia, l'ecosistema israeliano è apparso non come un semplice mercato di tecnologie, ma come una scorciatoia per recuperare un ritardo che non si era avuto il coraggio politico di colmare con una strategia nazionale coerente. Si chiama scorciatoia verso la dipendenza.
La connessione tra l'ecosistema israeliano e il mondo di Thiel non è una speculazione: è documentata e tracciabile. L'ex cancelliere austriaco Sebastian Kurz offre un caso di studio illuminante. Da capo di governo, Kurz ha negoziato con Palantir per l'acquisto dei suoi prodotti. Dopo le dimissioni, è stato assunto da Thiel Capital, la società di investimento personale di Peter Thiel. Oggi Kurz co-fonda aziende con l'ex direttore generale di NSO Group, la società israeliana che ha prodotto il sistema di spionaggio Pegasus, lo stesso sistema utilizzato per sorvegliare giornalisti, attivisti e capi di Stato in tutto il mondo, dal presidente Macron al direttore del Washington Post. Thiel stesso ha assunto il figlio dell'amministratore delegato di Axel Springer (il colosso editoriale tedesco proprietario di Bild, Welt e Politico Europe) come proprio capo di gabinetto [58].
Il Parlamento europeo, nella sua indagine sullo spionaggio informatico, ha definito questa catena di relazioni “una connessione indiretta ma allarmante tra l'industria dello spionaggio informatico, Thiel e la sua azienda Palantir” [58]. Non è un'accusa penale: è una constatazione politica. L'industria della sorveglianza israeliana e l'industria dell'analisi dati americana non sono mondi separati. Sono due facce della stessa medaglia: la prima raccoglie i dati penetrando nei dispositivi, la seconda li analizza e li trasforma in decisioni operative. Chi possiede entrambe le facce possiede il ciclo completo del controllo. E il governo italiano, con i contratti secretati della Difesa, con le piattaforme israeliane nelle procure, con lo scandalo Paragon e con la proposta di Palantir alla Polizia, le sta consegnando entrambe a soggetti esterni.
Quando l'esercito svizzero ha rifiutato di utilizzare Palantir per il timore che dati di rilevanza nazionale finissero nelle mani dell'intelligence americana, la Svizzera ha fatto una scelta. L'Italia ne ha fatta un'altra. La differenza non sta nella competenza tecnologica. Sta nella consapevolezza di ciò che si sta cedendo. O forse, più semplicemente, nella volontà di sapere.
Fine terza parte - continua
Rielaborazione grafica by Paolo Bassani. Realizzata con il supporto dell'IA
ARTICOLI CORRELATI
Elon Musk e SpaceX: quando un privato controlla il sistema nervoso di uno Stato
Paypalmafia, il tecnofeudalesimo che governa il mondo
''Tigre di carta'': è ora di uscire dalla NATO
Riapre Hormuz, ma è solo un'illusione dei Trump per gli insider trader
Iran, inferno nucleare
Sigonella, la guerra e la sovranità che non c'è
Trump minaccia Kharg: ''Accordo o distruzione''. L'Iran gela: ''Irrealistico''
La guerra santa che nessuno chiama per nome
Vince la guerra chi non spara un colpo















