L'Asse secolare tra mafia e neofascismo: 'La Fenice' nera, Cosa nostra e la strage del Rapido 904
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Una strage con finalità diverse ma complementari: fermare il percorso del Paese verso un modello di democrazie completa e fermare il lavoro che i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino stavano facendo a Palermo.
Una 'strage cerniera' quella Rapido 904 del 23 dicembre del 1984: in cui confluiscono Cosa nostra, Camorra, neofascisti e apparati deviati dello Stato; tutti impegnati a realizzare una serie di interessi convergenti compresa la "diffusione indiscriminata del terrore" al fine di "indebolire" lo Stato e "distoglierne con false emergenze l'impegno civile, politico e giudiziario", si legge nella sentenza di primo grado del 25 febbraio 1989.
Il presidente della commissione stragi dal 1994 al 2001 Giovanni Pellegrino parlò della 'zone grigia' fatta di elementi della P2, dei servizi, degli affari, della criminalità organizzata.
È questo dunque il contesto: un eccidio impostato su una strategia di carattere terroristico atto a colpire persone comuni in un momento che avrebbe dovuto essere di pace e colore famigliare. Anche il luogo dove avviene la strage è emblematico: la Grande Galleria dell'Appennino tra le stazioni di Vernio e San Benedetto Val di Sambro, la stessa zona in cui 10 anni prima era accaduta la strage dell'Italicus. La bomba esplose alle 19.08 nel vagone della seconda classe, circa a metà convoglio.
In tutto la strage ha provocò ben 17 morti - fra loro ci sono famiglie e bambini che stavano andando dai parenti al nord per le vacanze di Natale - e 267 feriti.
Lo scoppio era stato causato da una carica di esplosivo radiocomandata posta su una griglia portabagagli, probabilmente durante la sosta a Firenze.
Il sostituto procuratore di Bologna, Claudio Nunziata alcune ore dopo l’esplosione sul 904, disse che "la pista nera è chiarissima. Basta leggere gli atti giudiziari di questi anni". È probabile, cioè, "che questa strage si inserisca nel solco delle altre, dal 1969 in poi". In particolare vi sono "molte analogie" con quella dell’Italicus, a partire dalla scelta del luogo, aggiunse il giudice Ferdinando Imposimato. Secondo Giorgio Bocca, giornalista e partigiano, invece, la strage potrebbe esser fatta "risalire a quei poteri occulti, a quei centri di criminalità politica e mafiosa che sono stati messi negli ultimi anni con le spalle al muro". Interessante anche l'intervento del capogruppo socialista alla Camera, Salvatore Formica, il quale disse che con tempismo costante i seminatori di morte "invadono la scena per ricordare e dirci che l'Italia non può e non deve avanzare in autonoma sovranità". E poi il ministro dell'Interno Virginio Rognoni invece parlò di un tentativo della criminalità organizzata di allentare la pressione dello Stato, appunto su di essa.













