L’Asse secolare tra mafia e neofascismo: Bellini, strage Bologna e la rete nera vicino al governo - La Trattativa delle opere d'arte
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La Trattativa delle opere d'arte
Paolo Bellini finì in carcere il 14 febbraio del 1981 sotto la falsa identità di Roberto Da Silva e mantenne questa copertura fino al 1982, quando le impronte digitali rivelarono il suo vero nome. Dopo vari trasferimenti tra istituti penitenziari, sempre nel 1981, fu recluso nel carcere di Sciacca, dove strinse amicizia con il boss di Altofonte Antonino Gioè – uomo del ‘mondo di mezzo di cui abbiamo più volte scritto - braccio destro di Giovanni Brusca, uno degli esecutori della strage di Capaci. La sua storia si intrecciò profondamente con quella di Gioè, dando vita a una trattativa parallela tra apparati istituzionali e mafia, conosciuta come “trattativa delle opere d’arte”. È assolutamente provato che Paolo Bellini era un 'infiltrato' nella mafia per conto di apparati istituzionali.
Ma è paradossale il fatto che soltanto 24 ore dopo avere incontrato il maresciallo Tempesta uccise a Cutro per conto della 'Ndrangheta calabrese Paolino Lagrotteria.
Nel 1991 Bellini cominciò a recarsi frequentemente in Sicilia con il compito di recuperare dipinti rubati alla Pinacoteca di Modena. In questo contesto rientra in contatto con Antonino Gioè.
Il 12 agosto 1992, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Bellini incontrò nuovamente il maresciallo Roberto Tempesta in un autogrill della periferia romana, tra l’Anagnina e Roma Settebagni.
Mentre manteneva questi contatti istituzionali, Bellini commetteva un omicidio per la ‘Ndrangheta”.
Gli incontri con Antonino Gioè si svolsero in luoghi diversi: il distributore di benzina gestito dal boss ad Altofonte, una casa di campagna isolata e una cava abbandonata della Butitta.
Bellini compì almeno altre tre trasferte in Sicilia nel 1992: la notte tra l’11 e il 12 luglio all’hotel Kala Kalura di Cefalù, il 6 agosto e il 30 dicembre al motel Agip di Palermo. Presentatosi come emissario delle istituzioni per il recupero dei quadri di Modena, Bellini ricevette una controproposta: la mafia non aveva quei dipinti ma ne possedeva altri, sottratti a Palazzo Mazzarino (Palermo), del valore di circa un miliardo e mezzo di lire. In cambio chiese benefici penitenziari per cinque detenuti di alto livello, tra cui Pippo Calò, Luciano Liggio, Bernardo Brusca e altri nomi (le versioni oscillano tra Giovanbattista Pullarà, Giovanni Giacomo Gambino o Bernardo Provenzano).
In particolare, Bellini propose il recupero da parte dei Carabinieri di 15 dipinti rubati nel 1985 a Palazzo Mazzarino.
In cambio chiedeva la "libertà sanitaria", anche di solo mezz'ora, per uno dei cinque boss indicati su un foglietto che consegnò al maresciallo Tempesta.
Per sé pretendeva circa duecento milioni di lire, la scarcerazione per una condanna a tre anni già inflitta e un passaporto. Il maresciallo Tempesta riferì tutto al Generale Mario Mori, comandante del R.O.S., il 25 agosto 1992. Tempesta gli consegnò il foglietto con i cinque nomi ma Mori giudicò la proposta impraticabile (i nomi rappresentavano il gotha di Cosa nostra) e, secondo quanto emerso, trattenne il biglietto senza formalizzarne il sequestro e senza informare l’autorità giudiziaria; per poi distruggerlo.
La “trattativa delle opere d’arte” si interruppe presto.
Come riferì lo stesso Bellini al processo contro Matteo Messina Denaro: “Gioè mi disse che Cosa nostra ne aveva una con i piani alti del Governo”.













