L'Asse mafia-neofascismo, i pentiti: ''Gli estremisti di destra erano come fratelli''
I Nar, Nuclei Armati Rivoluzionari, furono la "principale organizzazione terroristica della destra e difficilmente infiltrabile. A causa della estrema esiguità dei suoi nuclei militari fruivano di ottimi rapporti con i boss della banda della Magliana con cui si andavano scambiando favori reciproci e così Terza Posizione, che aveva capi carismatici introdotti nella loggia P2. La stessa Cosa nostra, attraverso i canali carcerari e la continua attività del traffico d'armi, era in grado di agganciare e stabilire buoni rapporti con i nuclei del terrorismo nero". Sono parole contenute nella sentenza ordinanza del 23 novembre 1973 sul caso dell'aereo militare Argo 16. A distanza di decenni queste parole sono state confermate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nella richiesta di misure cautelari del dicembre 2016 nei confronti di Giuseppe Graviano, storico boss palermitano di Brancaccio, e di due esponenti della ‘Ndrangheta: Antonio Filippone e Rocco Santo Filippone. La richiesta, firmata dai magistrati Federico Cafiero de Raho, Francesco Curcio e dai pm Giuseppe Lombardo (oggi procuratore aggiunto a Reggio Calabria) e Antonio De Bernardo, ha evidenziato come boss di Brancaccio e corleonesi avevano rapporti stretti con neofascisti in carcere; tutto questo grazie alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia calabresi, i fratelli Nicola e Dario Notargiacomo. In particolare emergono i legami di Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Nino Marchese con militanti neofascisti, tra cui il noto Mario Di Curzio, pregiudicato romano nato intorno alla metà degli anni Cinquanta. È noto principalmente per due omicidi commessi in carcere e per i suoi legami con ambienti della malavita romana, dell’eversione di destra e, indirettamente, con figure legate alla Banda della Magliana. Nel dicembre 1978, nel carcere di Rebibbia, uccise Roberto Melone. Pochi anni dopo, il 31 agosto 1983, nel carcere di Badia Morronese a Sulmona, fu l’esecutore materiale dell’omicidio di Sisto Nardinocchi (“Mano de Pietra”), rapinatore e sequestratore legato a Laudavino De Sanctis. Di Curzio colpì la vittima con un coltello-punteruolo mentre era sotto la doccia. Per questo delitto fu condannato in via definitiva a 21 anni di reclusione (più 4 mesi per detenzione dell’arma). Nel processo emerse che aveva agito su mandato di ambienti carcerari romani e ricevette compensi. Non fu mai un membro stabile della Banda della Magliana, ma era considerato uomo di fiducia di Antonio Mancini (“l’Accattone”) e aveva rapporti di parentela con altri affiliati. In carcere era molto legato a Pierluigi Concutelli, il terrorista neofascista autore dell’omicidio del giudice Vittorio Occorsio, assassinato a Roma il 10 luglio 1976.
Durante le indagini a Palermo, Giovanni Falcone rinvenne la scheda di iscrizione di Concutelli (tessera numero 11.70) presso la sede della Loggia Camea. Si trattava di una loggia frequentata da uomini di Cosa Nostra e retta da figure come Aldo Vitale, Michele Barresi e Giuseppe Mandalari. La Loggia Camea è stata un punto di contatto tra la massoneria deviata, i servizi segreti (tramite l'ufficiale Giovanni Allavena) e interessi mafiosi. Secondo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, escussi rispettivamente il 28 giugno e il 6 luglio 2016, Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, avrebbe stretto “strettissimi rapporti” durante le carcerazioni con esponenti della destra eversiva, tra cui appunto Mario Di Curzio. Nicola Notargiacomo ha raccontato: "Giuseppe Graviano era molto legato — ma lo erano anche Leoluca Bagarella e Nino Marchese — a Mario Di Curzio, detenuto nel periodo 1985/88, nel carcere di Ascoli Piceno, noto estremista di destra ergastolano e killer delle carceri”. Lo stesso collaboratore ha precisato che Nino Marchese, saputo del trasferimento di Stefano Bartolomeo, gli spiegò che avrebbe potuto contare sull’amicizia di Di Curzio “che era amico suo, di Giuseppe Graviano e di Bagarella”. Di Curzio, una volta arrivato Bartolomeo, “lo mise a completa disposizione, nel senso che diede la sua disponibilità ad aiutare in qualsiasi frangente il Bartolomeo Stefano proprio perché era amico dei ‘siciliani’”. Dario Notargiacomo ha confermato: “Da Stefano Bartolomeo ho saputo che i fratelli Graviano avevano rapporti con estremisti di destra tra cui tali Antonio Mancini e Marietto Di Curzio. Questi riferimenti vennero fatti in ambito carcerario se non sbaglio quando ci trovavamo nel carcere di Trani”. I due pentiti calabresi riferiscono inoltre che Bagarella e Marchese, durante le conversazioni nel carcere di Trani, sostenevano che per loro “quelli dell’estrema destra erano come ‘fratelli’”, mentre i brigatisti “se avessero potuto, li avrebbero uccisi tutti”. La Procura reggina aveva sottolineato che Di Curzio, pur non avendo precedenti per reati “politici”, in detenzione si era avvicinato agli ambienti della destra eversiva “tanto che unitamente al Concutelli e ad altri, partecipava, in ambiente carcerario a manifestazioni contro l’Amministrazione”. Tale circostanza viene ritenuta in linea con “la convergenza fra mafie ed estrema destra nel contesto delle cd Liste Autonomiste”.
Secondo i Notargiacomo, Giuseppe Graviano aveva “agganci ovunque. Ad esempio nell’estrema destra”. I collaboratori descrivono un rapporto di reciproca utilità: i boss mafiosi vedevano nei neofascisti figure utili in carcere, mentre i rapporti appaiono improntati a una certa sudditanza di Di Curzio verso Bagarella, anche se altre fonti (come Tullio Cannella) riferiscono che Bagarella pretendeva che “costoro dovevano fare quello che diceva lui”.
Leonardo Messina: contatti mafia-politica in Campania e legame operativo con i Nar
Durante l’audizione davanti alla Commissione antimafia, Leonardo Messina, uno dei più importanti collaboratori di giustizia, ha fornito elementi sui collegamenti tra organizzazioni mafiose e mondo politico, limitandosi però a quanto di sua diretta conoscenza nella provincia e nella regione Campania. Il pentito ha raccontato di essere stato inviato a Roma, intorno al 1989, per un’operazione di recupero crediti che lo ha portato a incontrare esponenti dei Nar. Il teste, ascoltato nella seduta di venerdì 4 dicembre 1992 presieduta da Luciano Violante, ha risposto alle domande del presidente e del deputato Pietro Folena. Messina ha premesso di poter parlare solo di fatti di cui è a conoscenza diretta: “Posso parlare dei rapporti con la politica per la mia provincia, per la mia regione. Parlo solo di quello che conosco”. Riguardo ai rapporti con la politica, il collaboratore ha citato la figura di Pippo Calò, e i suoi legami con ambienti politici “anche se non ne sono a conoscenza”; ha poi concentrato l’attenzione sulla realtà campana, confermando l’esistenza di una “decina” di soggetti impegnati in altri settori che intrattengono rapporti con ambienti politici. Sul fronte dei contatti con gruppi eversivi, Messina ha ricostruito un episodio specifico. “Sono stato mandato per espressione dei palermitani ad un contatto con uno dei Nar”, ha dichiarato. L’incarico, ricevuto dal mandamento, riguardava il recupero di 300 milioni di lire a Chianciano Terme per conto di una famiglia palermitana.
Curioso che nessuno dei commissari non abbia approfondito la questione.
Qualcuno aveva ricevuto merce senza pagarla e il gruppo, di cui faceva parte anche Messina, era stato formato per ottenere il saldo. L’operazione si concluse positivamente: “Si è impegnato a pagare. So che ha chiuso”, ha riferito il pentito, confermando che il debito fu saldato. Durante il viaggio a Roma, Messina fu fermato dai carabinieri insieme alla persona che lo accompagnava. Interrogato sulla natura del legame con i Nar, il collaboratore ha precisato che si trattò di un contatto occasionale, organizzato tramite Palermo: “Il contatto non era a San Cataldo, ma era a Palermo”. Alla domanda se fosse l’unico caso di rapporto con appartenenti a un gruppo eversivo, Messina ha risposto: “Per quanto di mia conoscenza, sì”.
L'artificiere 'nero' di Capaci
La Corte Suprema di Cassazione il 31 maggio 2002 aveva confermato in via definitiva alcune condanne per la strage di Capaci: due i nomi Benedetto Santapaola, capo della famiglia mafiosa catanese, e Pietro Rampulla, affiliato alla famiglia catanese di Santapaola. Già vice-rappresentante della famiglia di Mistretta, Rampulla è stato definito dai pentiti “arca di scienza” nella preparazione di ordigni”, ha partecipato al trasporto dei bidoncini di esplosivo, al caricamento del cunicolo autostradale, al collegamento del congegno di attivazione, alle prove di velocità e agli appostamenti, ha fornito i telecomandi (provenienti da Barcellona Pozzo di Gotto) e i congegni elettrici per l’attivazione. Già nel 1987-1988, il pentito Antonino Calderone lo indicò a Giovanni Falcone come esperto di esplosivi per conto di Santapaola. In un verbale del 9 aprile 1987 (Marsiglia), Calderone raccontò che nel 1978 Rampulla disinnescò con facilità un ordigno telecomandato sotto l’auto del fratello Pippo, facendo sospettare che ne fosse l’artefice.
Oltre a questo non mancano episodi di collegamento con “episodi di terrorismo di destra”. Rampulla ha un passato politico neofascista documentato: da giovane, durante gli studi all’Università di Messina era militante di Ordine Nuovo. Nel 1976 è stato condannato in via definitiva per aggressione a cinque studenti di Lettere, in concorso con altri estremisti di destra, tra cui Rosario Pio Cattafi, Pasquale Cristiano (Fuan-MSI) e Francesco Prota (ambienti Avanguardia Nazionale e Fronte Nazionale di Borghese). Cattafi, nel rapporto del 2 febbraio 2016 indirizzato al procuratore aggiunto reggino Giuseppe Lombardo, la Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria lo ha indicato come figura di interesse per i collegamenti tra ambienti dell’estrema destra, clan siciliani e calabresi. Il rapporto, firmato dal capo centro Col. Angiolo Pellegrini, è relativo ai movimenti separatisti “Calabria Libera – Sicilia Libera”. Sia Rampulla che Cattafi frequentavano anche Carmelo Laurendi, nato a Bagnara Calabra l’11 maggio 1951, residente a Saronno, e con “molta probabilità” Pasquale Adolfo Cristiano, nato a Ferruzzano il 29 settembre 1945, attivista del F.U.A.N. (Fronte Universitario d’Azione Nazionale). Quest’ultimo era stato raggiunto da un ordine di cattura della Procura di Messina l’11 dicembre 1971 per lesioni personali volontarie in concorso. Queste frequentazioni, secondo la Dia, emergono nel contesto di “fatti delittuosi verificatisi nell’ambito universitario”. Sempre Cattafi è stato condannato con sentenza passata in giudicato per associazione mafiosa il 16 maggio del 2023. "Non ci sono dubbi", si legge, sul fatto che Rosario Pio Cattafi, almeno dall'ottobre del 1993 al marzo del 2000, fosse a tutti gli effetti un uomo della cosca mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), non solo come persona di fiducia del boss Pippo Gullotti (di cui era stato testimone di nozze) ma anche, dopo l'arresto di quest'ultimo avvenuto nel febbraio del 1998, come "riferimento di spicco dell'organizzazione" per gli altri affiliati e storici vertici, "assumendo compiti e rapporti con le Istituzioni deviate e i colletti bianchi".
Pista nera sul delitto Mattarella
È notizia ormai nota che la procura di Palermo, oltre alla pista mafiosa in cui sono indagati Nino Madonia e Giuseppe Lucchese, sta battendo anche la cosiddetta 'pista nera' in merito all'omicidio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella avvenuto il 6 gennaio del 1980 a Palermo. Per quell'omicidio vennero indagati e processati Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, entrambi poi assolti con sentenza passata in giudicato. Ma come e quando Cosa nostra ha avuto contatti con la destra eversiva in quegli anni? Una prima riposta la troviamo direttamente all'interno della sentenza-ordinanza contro "Michele Greco +18" per gli omicidi Reina-Mattarella-La Torre-Di Salvo. Il documento, emesso dall’Ufficio Istruzione Processi Penali del Tribunale di Palermo (n. 3162/89 A - P.M. n. 1165/89 R.G.U.I.), analizza nel dettaglio il “contatto” tra esponenti NAR e Cosa nostra, realizzato prevalentemente a Roma attraverso canali già rodati come la banda della Magliana oppure attraverso contatti più diretti: Pierluigi Concutelli, irriducibile neofascista, rese una deposizione “estremamente misurata”; ammesse di aver conosciuto personalmente il principe Junio Valerio Borghese “ma solo poche volte” tra fine anni ’60 e primi ’70. Riguardo al golpe Borghese, dichiarò di saperne “appena qualcosa di più di ciò che è stato pubblicato dai giornali”, perché all’epoca era un giovane militante. La notte dell’Immacolata (8 dicembre 1970) era in carcere all’Ucciardone per detenzione e porto abusivo di armi, arrestato nell’autunno 1969 insieme a Guido Lo Porto (politico di destra siciliano), Orlando Mistretta e Alfio Lo Presti. Precisò inoltre di essere stato scarcerato nell’estate del 1970.
Altra fonte autorevole è la sentenza di primo grado del processo per la strage di Bologna del 2 agosto 1980 (ora coperta da giudicato in quanto ha resistito sino alla Cassazione): nella motivazione della condanna la Corte richiama le indagini condotte dal giudice Giovanni Falcone tra il 1986 e il 1987 e la relazione dell’8 settembre 1989 dell’Alto Commissario per la delinquenza mafiosa Loris D’Ambrosio, depositata agli atti del processo. Questi elementi sono sintetizzati anche nel volume Italia Occulta di Giuliano Turone. Il movente dell’omicidio Mattarella sarebbe stato l’opposizione alle aperture al PCI e alle sue politiche di controllo sugli appalti pubblici. Un pentito di ‘Ndrangheta, Filippo Lo Puzzo, indicò invece Stefano Bontate come colui che avrebbe commissionato l’omicidio a Pippo Calò per reclutare killer a Roma, nominando esplicitamente Cavallini. Le fonti convergono nel descrivere un omicidio non solo mafioso ma “politico-mafioso”, in cui Cosa nostra era solo una delle componenti di un più ampio “antistato”. Il documento ricostruisce inoltre come il contatto tra Nar e mafia a Palermo sia stata propiziata anche dai piani di evasione di Concutelli dal carcere inizialmente gestiti da Francesco Mangiameli e poi egemonizzati da Valerio Fioravanti. A Palermo erano accertati rapporti di Mangiameli con Salvatore Davì e Francesco Buffa, legati alle famiglie mafiose di San Lorenzo-Pallavicino.
Chi era Francesco Mangiameli?
Francesco Mangiameli, detto “Ciccio”, fu un esponente di spicco dell’estrema destra siciliana, nato a Palermo e morto ammazzato a Roma il 9 settembre 1980. Insegnante di filosofia nei licei di Palermo aveva fatto della militanza politica la sua vita: negli anni ’70 militò inizialmente nel FUAN (organizzazione giovanile del MSI), per poi diventare uno dei principali dirigenti siciliani di Terza Posizione (TP), movimento neofascista fondato da Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e altri, collocato su posizioni più “rivoluzionarie” e movimentiste rispetto al MSI. Nel contesto dell’ordinanza-sentenza del Tribunale di Palermo esaminando, Mangiameli è una figura centrale nel ponte tra NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e ambienti siciliani (inclusi quelli mafiosi). Fu, come anticipato, tra i principali organizzatori del tentativo di far evadere dal carcere dell’Ucciardone Pierluigi Concutelli. Il piano coinvolgeva sia Terza Posizione che i NAR di Valerio Fioravanti. Secondo le dichiarazioni storiche di Cristiano Fioravanti (fratello di Valerio), Mangiameli avrebbe ospitato più volte a Palermo Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini. I due avrebbero compiuto frequenti viaggi in Sicilia proprio grazie a questi contatti.
Mangiameli fu ucciso poi a Roma il 9 settembre 1980 da un commando dei Nar composto dai fratelli Fioravanti, Francesca Mambro, Giorgio Vale e altri. Secondo le ricostruzioni processuali più accreditate (confermate anche da Cristiano Fioravanti a Falcone), il movente fu duplice: eseguire una rappresaglia per le promesse non mantenute sull’evasione di Concutelli e sugli appoggi in Sicilia e le divergenze strategiche; Mangiameli si sarebbe opposto ad azioni più sanguinarie o a una linea ritenuta troppo “avventurista” dai NAR (in alcuni processi è emerso anche il suo tentativo di frenare la strage di Bologna).
I depistaggi sulla strage di Capaci e i contatti con l'estrema destra
Il gip di Caltanissetta Santi Bologna nell'ordinanza di custodia cautelare dell'11 luglio 2023 scrisse che Stefano Menicacci e Domenico Romeo avrebbero orchestrato false dichiarazioni per ostacolare le indagini sui possibili contatti tra ambienti della destra eversiva e Cosa nostra in occasione della strage di Capaci del 23 maggio 1992. La richiesta di arresto venne firmata dall’attuale Procuratore della Repubblica di Caltanissetta Salvatore De Luca. Ricordiamo chi sono: Stefano Menicacci (Foligno, 4 ottobre 1931 – Roma, 4 dicembre 2023) è stato un politico, avvocato e figura di spicco dell’estrema destra italiana nonché deputato del Movimento Sociale Italiano per tre legislature, dal 1968 al 1979. Menicacci è stato per decenni l’avvocato storico e difensore di Stefano Delle Chiaie (fondatore di Avanguardia Nazionale, “primula nera” della destra eversiva).
Oltre al rapporto professionale, i due furono soci in affari: parteciparono alla società Intercontinental Export Company I.E.C. Srl, attiva nell’import-export. Nel 1990, insieme a Domenico Romeo e altri personaggi vicini a Delle Chiaie, Menicacci promosse la nascita di varie “Leghe meridionali” (Lega Pugliese, Marchigiana, Molisana, Meridionale, Sarda, ecc.), un progetto politico che secondo le inchieste si inseriva in un più ampio tentativo di creare un soggetto politico alternativo nel Sud, con presunti collegamenti a ambienti massonici (P2 di Licio Gelli) e della destra eversiva. Fu indagato nel procedimento palermitano “Sistemi Criminali” (insieme a Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie) per concorso esterno in associazione mafiosa, con riferimento ai rapporti tra destra eversiva, massoneria deviata e Cosa nostra. L’inchiesta fu poi archiviata. Nel 2023, all’età di 91 anni, finì agli arresti domiciliari su ordine del Gip di Caltanissetta nell’ambito di un’indagine su presunto depistaggio nelle indagini sulla strage di Capaci. Menicacci morì a Roma il 4 dicembre 2023 a 92 anni. La sua morte ha fatto archiviare alcuni procedimenti a suo carico, tra cui quello per falsa testimonianza nel processo sulla strage di Bologna. Domenico Romeo (nato a Palermo nel 1954 invece, è considerato autista e collaboratore di Stefano Delle Chiaie. Sua sorella Maria Romeo, compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, affermò davanti all'autorità giudiziaria di aver visto Delle Chiaie in Sicilia (anche a Palermo e nella zona di Capaci) nei mesi precedenti la strage di Capaci, insieme al fratello.
L’ordinanza del Gip di Caltanissetta ricostruisce un quadro indiziario basato soprattutto su intercettazioni ambientali nell’abitazione di Menicacci. In quei colloqui l’avvocato avrebbe istruito nel dettaglio Romeo su cosa dire ai magistrati di Caltanissetta, dettandogli un vero e proprio “copione” per minimizzare o negare fatti ritenuti rilevanti.
Tra gli elementi contestati: la minimizzazione del ruolo nella fondazione di varie “Leghe meridionali” nel 1990 insieme a Menicacci, la negazione di rapporti con Licio Gelli e soprattutto le circostanze relative ai movimenti di Delle Chiaie in Sicilia. Romeo, nelle sommarie informazioni rese ai pm, avrebbe seguito in parte le indicazioni ricevute, ammettendo solo ciò che gli investigatori già sapevano e negando o edulcorando il resto. Il giudice sottolinea che Menicacci agiva con spregiudicatezza, arrivando a prospettare a Romeo il rischio concreto di essere arrestato per la strage di Capaci se non avesse seguito scrupolosamente le istruzioni. Secondo l’ordinanza, il movente principale di Menicacci era proteggere se stesso e l’ambiente della destra eversiva da un rinnovato interesse investigativo sui rapporti con Cosa nostra. Una considerazione, quest'ultima, che fa comprendere come la 'pista nera' sia tutt'altro che una mera ipotesi. Il giudice non esclude l’ipotesi di legami tra Delle Chiaie e ambienti mafiosi negli anni delle stragi, definendola “un’ipotesi di lavoro certamente non peregrina”, ma precisa che al momento non ci sono prove decisive e che le indagini sono ancora in corso.
Cosa resta da scoprire
Ci sono ancora diversi procedimenti che si stanno svolgendo innanzi alle corti d'Assise di Caltanissetta, così come procedono le indagini per l'omicidio Mattarella. Al dì là delle condanne penali è ormai chiaro e certo che la destra eversiva ha avuto contatti continui e stabili con tutte le mafie tradizionali. Il ruolo di alcuni terroristi neri è stato già circoscritto da alcune sentenze passate in giudicato mentre permangono ancora molti dubbi da chiarire. Per esempio la presenza di Delle Chiaie a Capaci pochi giorni prima della strage. I legami tra Pippo Calò e la destra eversiva, mai chiariti sino in fondo. La figura di Paolo Bellini nel contesto siciliano, soprattutto nel periodo antecedente alle stragi del 1992-1993 e il suo ruolo di 'suggeritore' ai mafiosi di colpire il patrimonio artistico.
E poi i contatti tra Bagarella e Mario Di Curzio, così come quelli tra Leonardo Messina e i Nar romani: alcuni di loro potrebbero aver suggerito come attuare la strategia stragista, oltre a Bellini? Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, sono tutt'ora in vigore i contatti tra clan mafiosi e residui dell’eversione nera (o loro evoluzioni “legali”/imprenditoriali)? Finanziamenti e affari comuni: Oltre alla convergenza ideologica/anticomunista, quali flussi economici (traffico armi/droga, appalti, riciclaggio) legano storicamente e attualmente mafie ed ambienti neofascisti? Esempi come ville di mafiosi usati per riunioni (es. Frank Coppola) sono episodi isolati o potrebbero richiamare ad uno schema ricorrente? Esiste oggi un rischio di riattivazione di reti mafiose-neofasciste per destabilizzazione (es. in contesti di crisi politica o migrazioni), oppure per colpire i magistrati scomodi che ancora oggi cercano la verità sulle stragi?
E poi perché l’attuale governo, soprattutto elementi di spicco come l’attuale presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo e la premier Giorgia Meloni si sono dimostrate così ‘vicine’ a figure come Luigi Ciavardini?
Fine
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