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| Mafia e fascismo

L'Asse secolare tra mafia e neofascismo: Portella, Moti di Reggio e il Golpe dell'Immacolata

Luca Grossi

Neofascismo e mafia: a lungo due mondi apparentemente lontani.
Eppure, tra le ormai decine di milioni di carte giudiziarie, emerge una realtà ben diversa.
Senza giri di parole si può affermare che ormai sono un tutt'uno e ancora oggi camminano insieme. La strada da loro percorsa è durata oltre mezzo secolo; i cadaveri abbondano e il prezzo di questa guerra condotta contro la Repubblica è ben più alto di quello che il cittadino comune immagina. L'arco temporale è quello che intercorre dal 1946 fino alle stragi degli anni '90: il tempo dell'attacco diretto alla democrazia da parte delle forze reazionarie che non hanno mai accettato la Costituzione repubblicana.
Sono gli anni di piombo e della lotta armata; una lotta combattuta da una milizia che non ebbe tra le sue fila solo i nostalgici della Repubblica Sociale.
Due degli 'attori' principali furono Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale.
La prima nacque nel settembre 1953 a Roma come corrente interna al Movimento Sociale Italiano e stabilì la propria sede in via di Porta Castello 13. Da lì si proponeva di aggregare i dissidenti dell'estrema destra attorno a un programma sintetizzato nell'ex nazismo e fascismo, puntando contro la democrazia parlamentare.
Alla guida del movimento figurava Pietro Sangiorgi, mentre Pino Rauti – giornalista del quotidiano ‘Il Tempo’, già ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana di Salò e autore della celebre affermazione secondo cui “la democrazia è un'infezione dello spirito” – assunse il ruolo di segretario e di direttore della rivista omonima, fondata nel 1955.
Più avanti arrivò la frattura con l'Msi, nel gennaio 1957 (ipotesi già ventilata dal 1954): Pino Rauti, insieme ad altri settantadue militanti romani, lasciò il partito dopo l’esclusione dei candidati ordinovisti dal comitato centrale. Venne così formalizzata la nascita del Centro Studi Ordine Nuovo, federato al Nuovo Ordine Europeo, organismo neonazista con sede a Losanna guidato dallo svizzero Gaston-Armand Amaudruz, leader anche di Nouvel Ordre Européen. L’organizzazione raccoglieva realtà come la francese Jeune Europe, la franchista Europe Réelle di Léon Degrelle e la belga MAC (Movimento di Azione Civica). Il gruppo di Rauti si ispirava alla pretesa di cogliere e rappresentare fedelmente l'essenza del fascismo attraverso l'esaltazione paganeggiante del superuomo, dell'élite rivoluzionaria, della gerarchia, dell'antidemocrazia e del razzismo. Del direttivo nazionale facevano parte, oltre allo stesso Rauti, Clemente Graziani, Giuliano Bracci, Paolo Romano Andriani, Oddo Occhini, Famiano Capotondi, Giuseppe Tricoli, Riccardo Romani, Antonio Lo Vecchio, Ennio Murtas e Ugo Cesarini. Le sedi locali erano circa una dozzina, distribuite da Milano a Palermo. Ordine Nuovo strinse inoltre rapporti di collaborazione con la Federazione Nazionale Combattenti della RSI, presieduta da Junio Valerio Borghese.




Il 'principe nero' Junio Valerio Borghese


Avanguardia Nazionale, invece, nacque nel 1957: un gruppo di giovani decise di distaccarsi dal movimento guidato da Pino Rauti per dar vita ai Gruppi di Azione Rivoluzionaria che poi, nell’aprile del 1960, si trasformeranno in Avanguardia Nazionale. A guidare gli scissionisti ci fu Stefano Delle Chiaie, all’epoca un giovane militante proveniente dal Movimento Sociale Italiano, dirottato poi verso Ordine Nuovo.
Avanguardia Nazionale venne sciolta per ben 3 volte, per poi rinascere dalle proprie ceneri senza svanire mai del tutto dal panorama politico italiano, nemmeno quando è stata la legge a imporlo.
Fu da questi due recipienti che presero forma le torbide alleanze tra la destra eversiva e le mafie.
Per citare un esempio: nel 1975 Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo cercarono di riunirsi e la convocazione si tenne a Pomezia, nella villa del mafioso Frank Coppola, detto Tre Dita, alleato all'epoca di AN.
Inoltre Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano (ex membro dei movimenti neofascisti Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, in carcere dal 1979), rivelò che Mino D'Agostino, importante esponente della struttura occulta di AN, aveva fatto un viaggio in aereo in compagnia di Tommaso Buscetta.

Da Portella al golpe dell'Immacolata

Lo stesso Buscetta, davanti alla comm. antimafia della XI legislatura, affermò che “nel 1970 Luciano Liggio, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontate erano interessati a creare in Sicilia un 'clima di tensione' che avrebbe dovuto favorire un colpo di Stato”.
Il riferimento è al cosiddetto 'Golpe dell'Immacolata' o 'Golpe Borghese', avvenuto a cavallo tra il sette e l'otto dicembre del 1970.Il coinvolgimento della mafia era talmente concreto e visibile che si venne a sapere anche in America: Buscetta, rientrando negli Stati Uniti dopo un vertice a Milano, si sentì chiedere dalla polizia americana: “Lo fate o no questo golpe?”
Quando chiese prudentemente a cosa si riferissero, gli agenti furono espliciti: “Quello con Borghese”, il principe nero Junio Valerio Borghese, comandante della X Mas, la stessa che si rese protagonista del primo massacro 'battesimale' della storia repubblicana: la strage del primo maggio 1947 a Portella della Ginestra.
Studi recenti hanno portato all’attenzione nuovi documenti, provenienti in larga parte dagli archivi dei servizi segreti britannici e statunitensi, che delineano un quadro diverso sui rapporti del bandito Salvatore Giuliano. Secondo queste fonti, il bandito siciliano risultava organicamente inserito nell’estrema destra e operava addirittura alle dirette dipendenze del principe. Inquadrato nella X Mas, venne segnalato come incursore di marina italiano e successivamente come paracadutista: proprio con tale ruolo, insieme ad altri fascisti della stessa formazione, fu inviato in Sicilia per contrastare le operazioni alleate. Le carte indicano che il gruppo guidato da Giuliano fungeva di fatto da squadrone della morte agli ordini dei Fasci di Azione Rivoluzionaria (Far) di Pino Romualdi, delle Squadre Armate Mussolini (Sam) e della X Mas di Borghese. I documenti del controspionaggio Usa, conservati negli Archivi Nazionali di College Park, nel Maryland, attestano contatti tra emissari di Salò e Giuliano già dall’estate del 1944.
In quel periodo un commando nazifascista operava sulle montagne tra Partitico e Montelepre per addestrare militarmente gli uomini della banda. Un cambio di scenario significativo si verificò verso la conclusione del conflitto. Giuliano, che in precedenza era stato impiegato per possibili azioni contro gli Alleati, venne invece orientato a sostenerli. Si passò così alle alleanze con la mafia e i latifondisti agrari per contrastare le prime occupazioni delle terre. Il rapporto con il controspionaggio americano assunse poi una dimensione più apertamente politica: i neofascisti organizzati avrebbero dovuto provocare un casus belli attraverso un’insurrezione armata della sinistra, in modo da giustificare un intervento dei Carabinieri contro i comunisti di Togliatti e i socialisti di Nenni. Obiettivo ultimo di questo disegno era la strage di Portella della Ginestra.


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Portella della Ginestra © Davide de Bari


Le indagini e i successivi processi attribuiranno tutta la responsabilità alla banda di Giuliano, ma le ombre e i dubbi persistono, soprattutto quando c'è di mezzo un omicidio eccellente: Gaspare Pisciotta, luogotenente di Giuliano, aveva fatto alcuni nomi di alto profilo.
Durante il processo di Viterbo (1951-1952), Pisciotta accusò esplicitamente i deputati monarchici Giovanni Alliata di Montereale (principe Alliata), Tommaso Leone Marchesano e Giacomo Cusumano Geloso e i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba (all’epoca ministro dell’Interno).
Li indicò come persone che avrebbero avuto contatti con Salvatore Giuliano per pianificare o commissionare la strage, con finalità anticomuniste. Pisciotta parlò anche di forniture di armi (mitragliatori) da parte di esponenti delle forze dell’ordine, citando in particolare l’ispettore generale di P.S. Ettore Messana.
Dichiarazioni che vennero tutte ritrattate non ritenute attendibili dai giudici.
Tuttavia accadde un fatto: poco prima di essere ucciso (il 9 febbraio 1954 nel carcere dell’Ucciardone a Palermo), Pisciotta aveva chiesto di parlare con il magistrato Pietro Scaglione per fare “nuove sconvolgenti rivelazioni” sui rapporti tra banditismo, politica, mafia e apparati dello Stato.
Non vi fu più tempo. Il 9 febbraio del 1954, infatti, Gaspare Pisciotta morì avvelenato con la stricnina, contenuta in un cucchiaio di Vidalin e non nel leggendario caffè corretto (come si era creduto per tanti anni). Ma chi tappò per sempre la bocca a uno scomodo pentito, depositario di inquietanti segreti sulla strage di Portella della Ginestra e sugli inconfessabili accordi tra il potere e la malavita?
Indagando sulla morte di Pisciotta, il sostituto procuratore Pietro Scaglione parlò apertamente di responsabilità dell’alta mafia, che aveva già ucciso numerosi sindacalisti nemici del latifondo.
Lo stesso omicidio del magistrato Scaglione, assassinato a Palermo il 5 maggio del 1971 assieme all'agente Antonio Lorusso (entrambi in foto) rientrò nel contesto del colpo di Stato: il boss corleonese Luciano Liggio avrebbe cercato di preparare il terreno adatto allo scontro assassinando il procuratore e il giornalista del quotidiano ‘L'OraMauro De Mauro. Attentati come questi servivano per “scassare la credibilità dello Stato”, si legge tra le carte della Commissione Antimafia dell'11 novembre 1992 (audizione di Antonino Calderone).


Il magistrato Pietro Scaglione e l'agente Antonio Lorusso


I segni di questa alleanza li indicò anche Vincenzo Vinciguerra: "In contrasto con quella che era stata la realtà storica (e cioè una certa azione di contrasto nei confronti dei gruppi mafiosi attuata durante il regime fascista), il neofascismo si trovò a un certo punto vicino alle organizzazioni storiche della criminalità italiana in nome di un esasperato anticomunismo e della salvaguardia di tradizioni e valori che queste organizzazioni sembravano voler difendere e talvolta incarnavano. Un errore che sta poi alla base di collusioni operative come quelle in occasione del golpe Borghese” (sentenza-ordinanza del giudice istruttore di Milano Guido Salvini del 22 marzo 1995).
Anche le parole dello storico collaboratore di giustizia Leonardo Messina raccontano di questa scellerata alleanza: nel dicembre 1970 “eravamo pronti ad assaltare caserme e prefetture, municipi e tutto”, dichiarò Messina, già aggregato al mandamento di Vallelunga, in presunti rapporti in seguito con i neri dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), di cui ebbe indirizzi e numeri di telefono. “Noi prendevamo ordini dal vecchio Cali di San Cataldo. Eravamo circa venti giovani, uomini d'onore e avvicinati, i figli del Cali ed io che ero il nipote”.
Nel frattempo Borghese si era mosso anche in Calabria.

Il 25 ottobre 1969 avrebbe dovuto tenere un comizio a Reggio Calabria, in piazza del Popolo, ma venne vietato dal questore che, pur in precedenza, lo aveva autorizzato. In città c’era anche Stefano Delle Chiaie, spesso in trasferta in quella regione frequentata anche dall’ordinovista Pierluigi Concutelli, legato a Paolo De Stefano, che qui si intratteneva con Fefè Zerbi, definito "il perno di tutto". Dopo il divieto esplosero numerosi scontri culminati in un assalto alla questura. In quell’occasione, in piazza, c’era Giuseppe Nirta, estimatore di Delle Chiaie e confidente dell’allora colonnello dei carabinieri Francesco Delfino, in seguito accusato e assolto per la strage di Piazza della Loggia, "il quale avrebbe dovuto coordinare quattromila persone in armi pronte a partecipare al golpe Borghese", come si legge in un’informativa della dda di Reggio Calabria del 2 febbraio 2016.
Nella notte del 7 dicembre del '70, quando stava per scattare l'Operazione 'Tora Tora', il golpe per intenderci, la questura reggina fu oggetto di un attentato che ferì gravemente il piantone. Quella notte, dichiarò l'avanguardista Carmine Dominici, “anche a Reggio Calabria eravamo in piedi, tutti pronti a dare il nostro contributo. Il marchese Felice (Fefè) Genoese Zerbi, affiliato al locale di Taurianova, nonché vice di Stefano Delle Chiaie (in foto) disse che aveva ricevuto delle divise dei carabinieri e che saremmo intervenuti in pattuglia con loro, anche in relazione alla necessità di arrestare avversari politici che facevano parte di certe liste che erano state preparate”, come scritto nelle carte dell'interrogatorio datate 30 novembre 1993, ufficio istruzione di Milano, faldone N.155 A1B – Strage Questura di Milano.


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L'estremista di destra, Stefano Delle Chiaie


Il summit di Montalto: unificare 'Ndrangheta e destra eversiva

Il 26 ottobre 1969 si tenne ai piedi del massiccio di Montalto, sull'Aspromonte, Santuario della Madonna di Polsi, comune di San Luca, un summit dal profondo significato politico perché si era tentato di “unificare le varie organizzazioni [della 'Ndrangheta] in un'unica struttura di comando”, la società della santa. 
Questa nuova struttura doveva assumere una funzione “accentuatamente antistatalista, anche col ricorso a mezzi di aggressione con uso di esplosivi, che per la verità erano tipici delle nascenti organizzazioni terroristiche e non di quelle malavitose tradizionali”, come si legge nella sentenza-ordinanza del giudice istruttore di Bologna del 3 agosto 1994. 
Ma oltre a questo ebbe un altro scopo: “Convincere la 'Ndrangheta ad allearsi con la destra eversiva impersonata dal principe Junio Valerio Borghese”.
A quell'incontro partecipò anche Stefano Delle Chiaie, militante della prima ora del Msi e di Ordine Nuovo, fondatore dei Gar (Gruppi di Azione Rivoluzionaria) e di Avanguardia Nazionale, a lungo latitante in vari Paesi dell’America Latina, dove cooperava con le dittature di quei luoghi, il cui nome è stato accostato alle grandi stragi degli anni Settanta, senza però mai rimediare una condanna.
A sostegno di questo disegno – quello di unificazione tra ‘Ndrangheta ed estrema destra - ci sono le parole del collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro. Questi, con le sue dichiarazioni, consentì nuovi approfondimenti sulla strage di Gioia Tauro, avvenuta il 22 luglio 1970.
In quel periodo - sostenne il pentito -, “più volte [alla] 'Ndrangheta fu [chiesto] di aiutare disegni eversivi portati avanti da ambienti della destra extraparlamentare”.
Quindi già dal 1969 a Reggio Calabria, nell'estrema destra, c'era un progetto di seminare il panico e di una possibile rivolta armata.


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Giorgio De Stefano e Paolo Romeo


Calabria nera: neofascisti e 'ndranghetisti in grembiule

Ulteriori informazioni ci arriveranno agli inizi degli anni '90 con l'operazione Olimpia che rivelò la convergenza tra criminalità calabrese e altri ambienti: una convergenza che risaliva all'inizio degli anni Settanta, con l'ascesa dei De Stefano resa possibile, come si legge sempre nell’informativa della Dda di Reggio Calabria datata 2 febbraio 2016 e indirizzata al magistrato Giuseppe Lombardo (oggi procuratore aggiunto di Reggio Calabria) "in virtù di un pactum sceleris presumibilmente raggiunto con gli ambienti dell'eversione di destra attraverso la frequenza degli ambienti universitari della facoltà di giurisprudenza di Messina, nonché attraverso tali ambienti con altri ancora più potenti ed influenti a livello nazionale, quali quelli dei servizi segreti, della massoneria deviata, del terrorismo internazionale e dei grandi trafficanti di armi e droga".
Sarebbe stata, infatti, questa forma di alleanza a consentire ai De Stefano di affrontare, qualche anno più tardi, la cosiddetta prima guerra di 'Ndrangheta (26-27 ottobre 1974), riuscendo ad offuscare il carisma dei vecchi maggiorenti come Tripodo Domenico e Macrì Antonio, e ad assumere conseguentemente una posizione egemonica che avrebbero mantenuto sostanzialmente inalterata lungo l'arco di un intero decennio".
Ma il vero trait d’union tra eversione nera, clan De Stefano e progetti golpisti fu Paolo Romeo, figura di spicco della destra calabrese con un passato nella Giovane Italia e in Avanguardia Nazionale negli anni Settanta.
Proprio Romeo, nel 1979, fornì un aiuto concreto a Franco Freda – all’epoca imputato per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 – permettendogli di evadere dal carcere di Catanzaro.
Per Romeo, coprire la fuga del leader dell'eversione nera, all'epoca già imputato per la strage di piazza Fontana e sospettato di aver firmato attentati in tutta Italia, era "un gesto politico".
Successivamente Freda trovò ospitalità in Liguria presso Antonio Palamara, uno dei capi della “camera di controllo” della ’Ndrangheta a Ventimiglia. Lo stesso Romeo, già coinvolto nei moti di Reggio Calabria e iscritto alla massoneria, partecipò nel 1979 ad alcune riunioni tenute nell’abitazione del futuro collaboratore di giustizia Filippo Barreca.
A quegli incontri erano presenti, oltre a Freda, anche Giorgio e Paolo De Stefano. Oggetto delle discussioni era la creazione di una loggia segreta destinata ad accogliere esponenti di ’ndrangheta e della destra eversiva. “Altra loggia dalle stesse caratteristiche era stata costituita nello stesso periodo a Catania. Queste logge avevano come obiettivo un progetto eversivo di carattere nazionale che doveva essere la prosecuzione di quello iniziato con i moti di Reggio Calabria", si legge sempre nell'informativa della Dia reggina.
Romeo era inoltre iscritto al FUAN dell’ateneo peloritano e fu sempre lui a presentare a Paolo De Stefano il leader avanguardista Stefano Delle Chiaie. Nel giro di pochi anni il clan De Stefano acquisì un potere tale che, all’inizio degli anni Ottanta, secondo quanto riferito dal collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese – dichiarazioni confermate dalla sentenza-ordinanza del Maxiprocesso di Palermo – le famiglie mafiose palermitane Badalamenti, Inzerillo e Bontate, allora in contrasto con i corleonesi di Riina-Provenzano, si rivolgevano proprio a loro. Il motivo era il rifiuto da parte dei corleonesi della linea di Craxi e Andreotti di contrapposizione agli Stati Uniti, una politica osteggiata anche dagli americani e, soprattutto, non gradita a Licio Gelli, grande amico di Peppe Piromalli.

Immagine di copertina by Paolo Bassani

Fine prima parte

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