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| Mafia e fascismo

L'Asse secolare tra mafia e neofascismo: la strage nera di Gioia Tauro

Luca Grossi

In provincia di Catanzaro, nella proprietà di Valerio Borghese, si “tennero delle riunioni golpiste e insurrezionali. In una di queste parteciparono i vari responsabili delle organizzazioni terroristiche e mafiose: Maestro Lino Salvini, Birindelli, "Alto Ufficiale della Marina Militare Italiana", Edgardo Sogno, Stefano Delle Chiaie, Claudio Orsi, Maletti o Miceli, Natale Manaò, Felice Genovese Zerbi, Ciccio Franco e altri loro consociati, oltre a industriali nazifascisti”. Stabilirono l'unificazione di tutte le squadre terroristiche che dovevano operare e compiere scontri in piazza, tumulti, attentati, stragi di persone inermi e innocenti indiscriminatamente, per far sì che il popolo italiano si rivoltasse contro le leggi democratiche, per imporre il malcontento ricorrendo a ogni tipo di violenza e al caos nelle città.
Questo è solo uno spaccato che la maxi informativa dell'indagine Olimpia offre.
Il contesto è la rivolta di Reggio Calabria, esplosa il 14 luglio 1970, che rappresentò uno dei momenti più drammatici della storia calabrese del dopoguerra. Scoppiata in seguito alla decisione del sindaco Pietro Battaglia di trasferire il capoluogo di regione a Catanzaro, la protesta si trasformò rapidamente in una stagione di violenze e tensioni che vide convergere istanze popolari, militanza missina e interessi della criminalità organizzata.
Pochi giorni dopo l’inizio dei moti nacque il Comitato d’azione per Reggio capoluogo, guidato tra gli altri dal sindacalista missino Ciccio Franco, futuro senatore. Il 18 novembre 1970 il Comitato diffuse un volantino che si chiudeva con lo slogan destinato a diventare simbolo di quella stagione:
"Il Comitato d’azione non è disposto a mollare e vi invita a restare nello 'Stato di Agitazione' che mai è stato revocato e che deve dimostrare, ove ancora ve ne fosse bisogno, la decisa determinazione di batterci fino a quando Reggio e la sua Provincia non avranno ottenuto giustizia completa. Perché riconoscere a Reggio il suo secolare ruolo di Capitale della Calabria non è, come sostengono i baroni rossi, un premio alla violenza ma soltanto un doveroso ed indiscutibile atto di giustizia! Per Reggio Capoluogo: Boia chi molla!"
Secondo quanto ricostruito dalle indagini, vari soggetti, tra cui i fratelli Paolo e Giovanni De Stefano, Paolo Romeo e Felice Genoese Zerbi (noto come Fefè), furono i protagonisti dell'intreccio tra 'Ndrangheta e destra eversiva. Zerbi, esponente della nobiltà terriera e rappresentante in città di Junio Valerio Borghese, si occupava per conto di Avanguardia Nazionale anche del reclutamento di militanti, come nel caso di Carmine Dominici.
Fu proprio Zerbi a comunicare lo stop alle attività golpiste. Tuttavia, rivolgendosi a Dominici, il marchese chiarì che non tutto era concluso: "Non tutto era finito, c'erano grosse amicizie e alcuni personaggi delle istituzioni erano dei 'nostri'. Con la parola 'nostri' Zerbi indicava coloro che anche operativamente operavano con Avanguardia, a differenza della parola 'vicini', con la quale indicava coloro che davano appoggio, ma senza partecipare a fasi operative", si legge nell'informativa di Reggio Calabria del 2 febbraio 2016.
"A questo punto - si legge nella maxi informativa - viene spontaneo chiedersi, atteso che la 'Ndrangheta, e la mafia più in genere, non avrebbe un credo politico, quali interessi possano avere avuto esponenti delle organizzazioni calabresi ed in particolare, il clan De Stefano, ad appoggiare, non tanto l'insurrezione cittadina, quanto chi fomentò e tentò di sfruttare detta manifestazione.
La risposta, allo stato, non è difficile. Infatti, a fronte di quanto si andava prospettando alla fine degli anni '60, con l'attività della destra finalizzata a sovvertire l'ordinamento dello Stato, è sicuramente credibile l'interesse della 'Ndrangheta ad acquisire meriti nei confronti di chi era portatore di tali iniziative, non solo per il ritorno che avrebbe potuto comportare la semplice partecipazione, ma anche nell'ottica di un eventuale progetto separatista.
Ancor più semplice, tenuto conto di ciò che poi si verificherà, è spiegare l'interesse del clan De Stefano ad un avvicinamento alla destra 'eversiva'."

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I moti di Reggio Calabria


Strage di Gioia Tauro, l’attentato che unì eversione nera e ‘Ndrangheta nei moti di Reggio

La protesta raggiunse il suo apice tragico il 22 luglio 1970 con la strage di Gioia Tauro, definita negli anni "la strage dimenticata".
Nel corso dell'istruttoria di Olimpia si aprì uno squarcio di verità, sia pur tardiva per la morte dei tre presunti responsabili; si è aperto anche per questo episodio ed è stata confermata la matrice di destra della strage e il suo collegamento con l'ambiente di Avanguardia Nazionale di Reggio Calabria, o più correttamente con l'area grigia della 'Ndrangheta reggina.
Inizialmente si tentò di attribuire la responsabilità a quattro ferrovieri, accusati di omicidio colposo e poi prosciolti. Successivamente emersero analogie con altri tre attentati compiuti il 22 e il 27 settembre 1970 sulla linea Rosarno-Villa San Giovanni e il 10 ottobre sulla tratta Catania-Messina.
Nel quadro più ampio degli obiettivi eversivi rientravano anche il mancato attacco al ponte Citarella di Catanzaro, alla prefettura di Reggio Calabria e il progetto di far saltare diversi traghetti, ipotesi alla quale si oppose l’armatore Amedeo Matacena, titolare della compagnia Caronte. L’obiettivo strategico complessivo era chiaro: isolare la Sicilia dalla Calabria sia da un punto di vista elettrico sia da un punto di vista della viabilità. Tra i bersagli indicati figuravano gli elettrodotti del rione reggino di Condera e il grande ponte sopra Scilla.
L’addestramento all’uso degli esplosivi per gli avanguardisti calabresi venne affidato a un legionario francese di nome Jean, figura ricorrente nelle indagini sulla strategia della tensione, a partire dalla strage dell’Italicus del 4 agosto 1974.


L'esplosione: sei morti e oltre settanta feriti, molti in condizioni gravi

Poco dopo le 17:00, il treno Freccia del Sud (Palermo-Torino), conosciuto anche come Treno del Sole, deragliò a circa 750 metri dall’ingresso della stazione di Gioia Tauro, sulla linea tirrenica. Il convoglio viaggiava a circa 90-100 km/h con circa 200 passeggeri a bordo, tra cui un gruppo di pellegrini diretti a Lourdes. Il macchinista Giovanni Billardi e l’aiuto macchinista Antonio Romeo avvertirono "un forte colpo sotto i carrelli" e azionarono immediatamente il freno di emergenza. Le prime cinque carrozze rallentarono regolarmente, ma dalla sesta in poi i carrelli uscirono dai binari. Il convoglio si spezzò in più tronconi: alcune carrozze si ribaltarono sulla massicciata, altre rimasero inclinate o finirono fuori sede dopo aver urtato pali della catenaria. Il bilancio fu drammatico: sei morti e oltre settanta feriti, molti in condizioni gravi. Le vittime, tutte siciliane tranne una, furono: Rita Cacicca, 35 anni, di Bagheria, insegnante in una struttura per sordomuti; Rosa Fassari, 68 anni, di Catania, casalinga; Andrea Gangemi, 40 anni, di Napoli, funzionario di banca; Nicolina Mazzocchio, 70 anni, di Casteltermini, casalinga; Letizia Concetta Palumbo, 48 anni, di Casteltermini, sarta; Adriana Maria Vassallo, 49 anni, di Agrigento, insegnante.


franco c durante moti rc

Ciccio Franco tiene un comizio durante i moti di Reggio

Le prime indagini con il taglio low profile

Immediatamente dopo la strage, le autorità parlarono di cedimento meccanico (sbullonamento del carrello n. 2 della nona carrozza) o di errore umano del personale ferroviario. Nonostante perizie successive avessero evidenziato l’asportazione di circa 1,8-2 metri di rotaia e forti analogie con altri attentati dinamitardi avvenuti sulla stessa linea nei mesi successivi, l’ipotesi terroristica fu a lungo accantonata. Nel 1974 quattro dipendenti delle Ferrovie furono prosciolti con formula "per non aver commesso il fatto".
"Suscita particolare sensazione la circostanza che, mentre nell'immediatezza dell'evento accorsero a Gioia Tauro i massimi responsabili della Questura reggina, Questore in testa, così come riferisce Silverini a Lauro, le indagini vennero poi affidate non già alla Squadra mobile o alla DIGOS, come sarebbe stato naturale, bensì alla Polizia ferroviaria, e per di più alla sezione di Palmi", si legge nell'informativa Olimpia.
"Tutto ciò fa comprendere come sin dalla fase iniziale vi sia stato il deliberato proposito di dare a quelle indagini ed al relativo procedimento un taglio di low profile, un atteggiamento riduttivo che sarebbe stato mantenuto sino alla fine, sino agli esiti sconcertanti che quel procedimento conobbe, come sarà possibile riscontrare da qui a poco.
E' come se inquirenti e magistrati temessero di accostarsi alla verità e provvedessero accuratamente a far di tutto perché non fosse neppure avanzata la pista politica.
"Eppure nella città di Reggio infuriavano i 'moti' e tutti gli organi di stampa avevano immediatamente associato 'quell'incidente ferroviario' ai fatti che si svolgevano a soli cinquanta chilometri di distanza".
Ma una simile associazione non venne in mente a nessuno degli inquirenti e dei magistrati che si occuparono di quelle vicende ed il processo conobbe una conclusione sconcertante, ispirata a una "burocratica routine".
La verità giudiziaria emerse solo nel 1993 nell’ambito della maxi-inchiesta Olimpia 1: il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, collaboratore di giustizia ed ex affiliato alla ‘Ndrangheta, confessò di aver fornito l’esplosivo (dinamite da miniera) su richiesta di Vito Silverini, detto “Ciccio il biondo”, Vincenzo Caracciolo e Giovanni Moro.
Lauro, come si legge sempre nell'informativa del 2 febbraio 2016 di Reggio Calabria, aveva "conosciuto Vito Silverini negli anni '69-'70. In quel periodo frequentava il 'Comitato d'Azione per Reggio capoluogo' e quindi frequentava tutti gli esponenti del gruppo, tra cui Renato Meduri, Natino Aloi, Angelo Calafiore, Ciccio Franco ed altri. Frequentava anche tale Vincenzo Caracciolo di Gallico Marina, proprietario di una moto Ape con la quale era solito commettere furti all'interno di negozi e tabaccherie.
Nel 1979 aveva un piccolo gruzzolo da parte, depositato presso la Banca Nazionale del Lavoro, frutto di alcuni 'lavori' che aveva eseguito in passato. In particolare, per aver messo una bomba sui binari lungo la tratta Bagnara-Gioia Tauro, che provocò il deragliamento di un treno che proveniva dalla Sicilia e che provocò la morte di 7-8 persone. Mi raccontò che aveva portato la bomba insieme a Vincenzo Caracciolo sulla moto Ape di quest'ultimo e che lui stesso aveva confezionato l'ordigno, composto da candelotti di dinamite con accensione a mezzo miccia. Mi disse ancora che la bomba aveva provocato la distruzione di circa 70 metri di linea ferrata e che l'incarico gli era stato conferito dal Comitato d'Azione
".
In relazione alla strage del 22 luglio 1970 la testimonianza di Giacomo Lauro ha trovato parziale riscontro nelle dichiarazioni di altro collaborante, Carmine Dominici, il quale aveva confermato le confidenze sull'episodio ricevute da Vito Silverini, aggiungendo altre notizie in suo possesso su tale attentato:
"In merito al disastro di Gioia Tauro posso confermare che non si trattò di un errore dei ferrovieri, ma di un attentato riconducibile all'ambiente dei 'Boia chi molla'. Quella sera eravamo a Reggio Calabria e arrivarono dalla zona di Gioia Tauro Vito Silverini, detto Ciccio il biondo, e Giuseppe Scarcella, i quali addussero quale motivo della loro presenza in quella zona delle riunioni politiche.
Nell'ambiente vi furono insistenti voci circa una loro corresponsabilità nell'episodio. Entrambi sono ormai deceduti.
Posso anche dire questo e cioè che nel 1979 io mi trovavo detenuto a Reggio Calabria nella cella n. 10 insieme a Giacomo Lauro, Silverini e altri due calabresi, entrambi poi uccisi per vicende di malavita comune.
Restammo insieme in carcere per circa 11 mesi. Silverini, ad un certo momento, ci disse che era stato lui a compiere l'attentato di Gioia Tauro in un contesto in cui io gli parlavo delle mie motivazioni politiche ed egli rispose che anche lui faceva riferimento in parte alla politica e al movimento dei 'Boia chi molla', per conto dei quali aveva fatto l'attentato".

Le conclusioni della Corte d'Appello di Palmi

Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella (tutti e tre appartenenti ad Avanguardia Nazionale) vennero indicati dalla Corte d’Assise di Palmi (presidente Salvatore Mastroeni) come responsabili esecutori dell’attentato. Tutti e tre erano già morti al momento della sentenza del 27 febbraio 2001, quindi non subirono condanne personali. Silverini aveva portato una carica di dinamite da miniera sul luogo insieme a Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, nascondendola sull'Ape Piaggio di quest'ultimo, e l'aveva posizionata con un innesco a miccia a lenta combustione.
Moro era un ‘ndranghetista affiliato al clan Serraino, mentre Silverini e Caracciolo erano legati ad Avanguardia Nazionale.
Lauro in seguito ripeté la sua deposizione a Milano, al giudice istruttore Guido Salvini, che stava indagando sull'attività eversiva di Avanguardia Nazionale.
Lauro descrisse con precisione il patto eversivo: "la stipula del patto e quindi la richiesta che la mafia aiutasse la destra eversiva che intendeva fare un colpo di Stato, avvenne intorno alla fine del 1968 o all'inizio del 1969". E aggiunse: "La ‘Ndrangheta, o almeno quella ‘Ndrangheta che era sollecitata, che aveva degli interessi, si è unita all’eversione, all’eversione nera".
Secondo il pentito, i finanziatori delle azioni erano il "commendatore Mauro" (Demetrio Mauro) e l’imprenditore Amedeo Matacena. Tra i riferimenti emersero anche Paolo Romeo, Benito Sembianza, Renato Meduri e altri esponenti del Comitato d’azione per Reggio Capoluogo.

La sentenza storica del 2001

Il 27 febbraio 2001, con rito abbreviato, la Corte riconobbe la natura eversiva dell’attentato, derubricando il reato contestato a Lauro da strage a danneggiamento aggravato. Gli fu concessa l’attenuante della collaborazione con la giustizia e il reato fu dichiarato estinto per prescrizione, come chiesto dal pm Giuseppe Verzera.
La sentenza definì l’episodio "un punto fermo" per la ricostruzione storica, sottolineando la credibilità delle dichiarazioni di Lauro: "Emerge cioè la coerenza, credibilità intrinseca e verosimiglianza delle dichiarazioni in generale". Nessun mandante politico o finanziario fu condannato per insufficienza di prove. Il procedimento si chiuse definitivamente nel gennaio 2006 con la sola posizione di Lauro, condannato per "concorso anomalo in omicidio plurimo" (reato già estinto per prescrizione).
Tuttavia si tratta di uno dei primi riconoscimenti giudiziari espliciti del legame tra ‘Ndrangheta ed eversione nera nella stagione della strategia della tensione in Calabria.
Il progetto per la destabilizzazione dello Stato raggiunse uno dei suoi punti più tragici nel 1980 con la strage alla stazione di Bologna.

Immagine di copertina by Paolo Bassani

 

Fine seconda parte - Continua

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