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| CIA e sangue italiano

Cia, la guerra segreta in Italia: i soldi di Washington e il patto con mafia e fascisti

Luca Grossi
antimafiaduemila


- Prima Parte - 

La Cia: l'organizzazione più citata nelle spy story, strumento di manipolazione dei governi, cane da guardia del potere americano nel mondo. Anche il nostro Paese ha dei conti in sospeso con la Central Intelligence Agency: negli anni del secondo dopoguerra ha salvato fascisti, nazisti, preso accordi con Cosa nostra americana, dettato le linee guida delle stragi, rovesciato governi democratici per sostituirli con dittature. Non sono mancati gli episodi in cui uomini della Cia sono stati direttamente coinvolti nelle stragi italiane del secondo dopoguerra, fino a lambire le indagini sulle bombe siciliane del 1992.
Soldi, reti militari illegali come quella di Gladio, sostegno al terrorismo mafioso e non tramite ingenti somme di denaro.
La storia è lunga.
Il 1947 fu un anno importante per la storia statunitense. Fu l'anno in cui vennero fondati il Consiglio di Sicurezza Nazionale e la CIA. Nel caso dell'Italia, alla CIA fu commissionato da un Harry Truman un compito specifico: evitare che la sinistra italiana vincesse le prime elezioni nazionali nel '48. La prima cosa che gli americani fecero fu il CIA Covert Aid, un piano per pompare milioni di dollari nelle casse della Democrazia Cristiana, veicolandoli tramite agenti dell'Office of Policy Coordination, un ramo operativo della CIA che, sotto Frank Wisner, si era mobilitato per radicare e dirigere tutta una serie di cellule militari segrete in Europa occidentale. Nel documento declassificato “Shots from a Luce Crumon. Combating Communism in Italy, 1953-1956” si legge che  “a partire dalla campagna per le elezioni politiche italiane dell'aprile 1948, gli Stati Uniti investirono ingenti somme in aiuti economici e assistenza militare, insieme a sostanziosi fondi riservati (covert funds), per ridurre il potere del Partito Comunista Italiano (PCI) – il più grande d'Europa al di fuori del blocco sovietico – e per rafforzare la coalizione centrista di governo guidata dalla Democrazia Cristiana (DC) e dal Primo Ministro Alcide De Gasperi”. I partiti minori della coalizione includevano i Repubblicani (PRI), i Liberali (PLI) e i Socialdemocratici (PSDI). Nel 1947 De Gasperi aveva estromesso dal suo gabinetto i comunisti guidati da Palmiro Togliatti e i socialisti (PSI) sotto la guida di Pietro Nenni. I socialdemocratici, guidati da Giuseppe Saragat, erano socialisti orientati a destra che si erano staccati e si erano uniti al blocco elettorale centrista che sconfisse il blocco PCI-PSI nelle cruciali elezioni del 1948. Sull'estrema destra, non rappresentati nel governo, si trovavano piccoli partiti come i Monarchici (PNM) e il Movimento Sociale Italiano (MSI), d'ispirazione neofascista. Se i piani della Cia fossero falliti e le coalizioni di sinistra avessero preso il potere ci sarebbe stata “la restaurazione della monarchia sabauda o l'appoggio degli Stati Uniti a una dittatura militare di destra”.
“Nel novembre 1953, il direttore della CIA Allen Dulles propose di incrementare significativamente i budget annuali destinati all'azione politica coperta in Italia. Al contempo, il Dipartimento di Stato e la CIA redassero una stima d'intelligence speciale (SE-54) per valutare l'outlook politico a breve termine”.
L’efficacia del programma di finanziamento coperto della CIA rimase oggetto di ampi dibattiti. William Colby, ex direttore dell’agenzia, che diresse il programma a Roma, confermò che si trattò della più vasta operazione di azione politica mai intrapresa dall'agenzia nel dopoguerra. Sebbene diverse fonti giornalistiche dell'epoca parlassero di cifre astronomiche comprese tra i 20 e i 30 milioni di dollari all'anno, i registri ufficiali declassificati rivelano che nel ventennio 1948-1968 il sostegno americano ai partiti centristi e ai sindacati liberi ammontò complessivamente a 65,15 milioni di dollari, con una media reale di circa 3-5 milioni di dollari annui durante l'amministrazione Eisenhower. Il tenente colonnello William Corson, nel suo libro The Armies of Ignorance; il libro ci spiega che, per farlo, gli agenti avrebbero prima prelevato 10 milioni di dollari in contanti dal Fondo di stabilità di cambio, l'Exchange Stabilization Fund, in mano al Dipartimento del Tesoro. Da qui li avrebbero immessi in conti bancari individuali e poi li avrebbero donati, tra virgolette, a una serie di organizzazioni di facciata appartenenti nient'altro che alla CIA. E così, per la gioia del presidente Truman, alla fine del '48 l'ADC la spuntò con il 48% dei voti, 307 seggi in Parlamento, a differenza della coalizione del Fronte Popolare. Fino agli ultimi giorni della presidenza Eisenhower, l'intervento militare statunitense in Italia per scongiurare una presa del potere comunista rimase un'opzione formalmente contemplata nei piani di sicurezza nazionale. Nel nuovo documento strategico redatto nell'agosto 1960 (NSC 6014/1), il Planning Board raccomandò che, qualora i comunisti fossero giunti al controllo del governo italiano con mezzi legali o illegali, gli Stati Uniti dovessero essere pronti a impiegare ogni risorsa necessaria, compreso l'uso della forza militare come estrema ratio. Forza militare che venne effettivamente usata come accadde per il golpe borghese del 7 dicembre 1970, organizzato in stretta collaborazione con la CIA. Il piano che avrebbe dovuto portare ad un colpo di stato militare comprendeva anche l'appoggio della mafia siciliana ed era noto anche oltre oceano tanto che Tommaso Buscetta rientrando negli Stati Uniti dopo un vertice a Milano, si sentì chiedere dalla polizia americana: “Lo fate o no questo golpe?” . Quando chiese prudentemente a cosa si riferissero, gli agenti furono espliciti: “Quello con Borghese”.



James Engleton, agente della Cia: Valerio Borghese ci serviva e lo salvammo

In un’intervista rilasciata al giornale ‘Epoca’ l’11 Febbraio del 1976 James Engleton, capo del controspionaggio OSS/CIA in Italia nel 1945 e poi a lungo a capo del Counterintelligence della CIA, ammise candidamente di aver salvato il principe nero Julio Valerio Borghese dal tribunale partigiano. Alla fine della guerra, i partigiani riuscirono a catturare Borghese e stavano addirittura per impiccarlo, quando però il 25 aprile '45 l'ammiraglio Ellery Stone, proconsole degli Stati Uniti nell'Italia occupata e amico intimo della famiglia Borghese, incaricò il celebre agente dell'Office of Strategic Services, James Angleton, di prelevare Borghese e scortarlo a Roma per farlo processare. Grazie infine alla protezione degli Stati Uniti, Borghese fu dichiarato non colpevole in ultima Engleton, per i suoi meriti di guerra, negli anni successivi fece carriera come capo del controspionaggio alla CIA. Questa scelta determino molti degli avvenimenti che caratterizzarono il secondo dopo guerra. Con la fondazione del Fronte Nazionale (FN) nel 1968, Borghese cercò attivamente di accreditarsi presso gli Stati Uniti per ottenere sostegno politico e finanziario.
Nel gennaio del 1970, Borghese incontrò Charles Stout, secondo segretario dell'ambasciata americana a Roma. Borghese espresse forti preoccupazioni per l'avanzata del Partito Comunista Italiano (PCI) e consegnò un memorandum in cui caldeggiava una concentrazione di forze nazionaliste per evitare che l'Italia scivolasse nell'area sovietica. Borghese sostenne in seguito con i suoi collaboratori di aver incontrato membri dell'entourage del presidente Richard Nixon durante la visita di quest'ultimo in Italia, chiedendo il supporto americano per un colpo di Stato. Affermò che gli era stato risposto: "Agite, e una volta preso il controllo del Paese vi sosterremo".  Due anni dopo avvenne l’operazione Tora Tora (il golpe Borghese del 7 dicembre 1970) in ricordo dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, che prevedeva nella sua fase finale il coinvolgimento delle navi da guerra americane in allerta nel Mediterraneo e il rapimento del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.  Un appunto del sid del dicembre 1969, redatto esattamente un anno prima del tentato golpe del 7 e dell’8 dicembre 1970, segnalava "una pianificazione in ordine al mutamento delle strutture dello Stato (tempi dell’azione – elenchi concernenti le personalità da impiegare in posti-chiave del nuovo sistema); accordi con uomini politici di centrodestra; accordi con associazioni combattistiche". Ancora pochi mesi prima del golpe, il 7 agosto 1970, l’ambasciatore statunitense a Roma, Graham Martin, segnalava alla Casa Bianca l’esistenza di piani eversivi del Fronte Nazionale, prendendo sul serio l’iniziativa e sottolineando che in quel periodo i dirigenti comunisti, captate voci golpiste, evitavano di dormire a casa propria:§
L'Italia si trovò sull'orlo di un vero e proprio golpe di matrice neofascista. Ma il golpe non arrivò. La mattina dell'8 dicembre, infatti, Borghese ricevette una telefonata da parte di un informatore mai accertato e il golpe fu annullato.
Ancora oggi sono ignote le cause di quel brusco arresto.
Ganser, consigliere per la sicurezza nazionale suggerì che stando alle parole del direttore della CIA William Colby, fosse stato lo stesso Nixon a bloccare l'esercito di Gladio.



L’America e il suo amore per i fascisti

L’anticomunismo costituì il principale elemento di connessione tra gli ambienti americani e quelli di provenienza fascista. Ray Klein, vicedirettore della CIA tra il '62 e il '66, ribadì in un’intervista contenuta nel documentario Gladio prodotto dalla BBC nel '92 che non risultava strano reclutare formazioni di estrema destra, dal momento che sarebbero state le uniche a segnalare un eventuale rischio di conflitto con i comunisti in Italia. In questo quadro si colloca anche l’appello di Alcide De Gasperi (che, per ragioni politiche, chiese di non essere nominato), sostenuto dagli ambienti vaticani, perché le truppe statunitensi non lasciassero il territorio italiano. Secondo il leader democristiano esisteva una sola differenza sostanziale tra fascisti e comunisti: "I fascisti senza dubbio combatterebbero dalla nostra parte in caso di guerra, mentre ciò non è vero per i comunisti". Nella stagione politica del primo dopoguerra gli americani deposero fiducia piena nell’unico soggetto capace di contrastare l’ascesa comunista: la Democrazia Cristiana. Lo storico e giornalista William Blum ha dichiarato che il partito risultava permeato di collaborazionisti, ex monarchici e fascisti dell’ultima ora. Il giornalista d’inchiesta Martin Lee, nel volume The Beast Reawakens, ha osservato che all’interno della DC non si verificò mai un autentico sradicamento dell’erba marcia. Ciò consentì a una parte rilevante della vecchia burocrazia fascista di permanere occultata nei meandri del partito. Fin dagli ultimi mesi del 1945 lo slogan dei neofascisti era "infiltrarsi nella democrazia, associarsi segretamente". Numerose figure della “galassia nera” del dopoguerra operavano come informatori per gli apparati pubblici e mantenevano legami con ambienti militari, in particolare con l’ex SIM (Servizio Informazioni Militari).



Ordine Nuovo e il salvataggio della Cia di Valerio Borghese

Nel settembre 1953 nacque a Roma, dapprima come corrente interna del MSI, il gruppo Ordine Nuovo, guidato dall’ingegner Principio Federico Altomonte e ispirato alle tesi tradizionaliste ed evoliane di Julius Evola. Con sede in via di Porta Castello 13, il gruppo mirava a riunire i dissidenti della destra radicale intorno a un programma apertamente antidemocratico e antiparlamentare. Il leader ufficiale era Pietro Sangiorgi, mentre Pino Rauti (giornalista de Il Tempo ed ex ufficiale della Guardia Nazionale Repubblicana di Salò) ricoprì le funzioni di segretario e di direttore della rivista omonima fondata nel 1955. Il gruppo cercò pure la collaborazione del maresciallo Rodolfo Graziani e si impegnò nella diffusione di testi di Evola, Mussolini, Hitler, Codreanu nonché di saggi o romanzi di orientamento antisemita (come Oro di Hugo Wast). Nel gennaio 1957, in polemica con l’orientamento moderato del segretario del MSI Arturo Michelini, Rauti e altri settantadue militanti romani abbandonarono il partito per dare vita al Centro Studi Ordine Nuovo. Il Centro risultava federato al Nuovo Ordine Europeo, organizzazione neonazista con sede a Losanna diretta dallo svizzero Gaston-Armand Amaudruz, che comprendeva formazioni quali la francese Jeune Europe, la belga MAC e la spagnola Europe Réelle del collaborazionista belga Léon Degrelle. L’ideologia ordinovista si fondava sull’esaltazione pagana del superuomo, della gerarchia, dell’antidemocrazia e del razzismo. Ordine Nuovo sviluppò rapporti di collaborazione con la Federazione Nazionale Combattenti della RSI, guidata da Junio Valerio Borghese. Quest’ultimo fondò l’11 settembre 1968 il Fronte Nazionale allo scopo di sovvertire le istituzioni dello Stato mediante un colpo di Stato militare. Al Fronte Nazionale presero parte stretti collaboratori di Borghese, tra cui il costruttore Remo Orlandini (futuro iscritto alla loggia P2) e l’ex maggiore della MVSN Mario Rosa. Borghese costituiva una personalità di rilievo tutelata fin dal dopoguerra dagli americani: il 30 aprile 1945 era stato tratto in salvo da James Jesus Angleton, all’epoca capo delle Operazioni Speciali dell’OSS (antesignana della CIA). Per i servizi di sicurezza italiani il Fronte Nazionale rappresentò il primo tentativo serio e metodico dell’estrema destra di infiltrarsi e collegarsi all’ambiente militare in vista di una soluzione autoritaria. Ordine Nuovo e la galassia neofascista beneficia­vano di protezioni e collegamenti internazionali. Tramite Gino Ragno (ex ufficiale RSI e segretario dell’Associazione di Amicizia Italo-Tedesca, stipendiato dal CIS di Confindustria) furono stabiliti contatti con il colonnello tedesco Reinhard Gehlen. Gehlen, ex ufficiale della Wehrmacht reclutato dagli americani nel 1945, dirigeva una potente rete spionistica (Organizzazione Gehlen) che nel 1954 avrebbe formato il nucleo del servizio segreto della Germania Ovest, il BND (Bundesnachrichtendienst). All’interno di questa struttura operavano numerosi ex collaboratori di Adolf Eichmann, tra cui l’ufficiale austriaco della Gestapo Otto von Bolschwing. A livello nazionale la rete ordinovista si allargò in misura significativa nel Nord-Est a partire dal 1957 sotto la guida del medico mestrino Carlo Maria Maggi (nominato nel 1965 ispettore per il Triveneto insieme a Gastone Romani) e del paracadutista Roberto Besutti a Milano.



La Cia è Cosa nostra

La mafia, spiegò l'agente della CIA Victor Marchetti, per la sua natura anticomunista è uno degli elementi cardine che la CIA ha utilizzato per controllare l'Italia. Già durante la Seconda Guerra Mondiale, Earl Brennan, capo dell'Office of Strategic Services, antesignano della CIA, aveva suggerito al Ministero della Giustizia americano di condonare i 50 anni di carcere del boss mafioso Lucky Luciano.
In cambio della liberazione, Luciano avrebbe dovuto fornire all'esercito americano una serie di liste contenenti i più influenti tra i mafiosi siciliani che avevano appoggiato lo sbarco degli statunitensi nel '43. La connessione tra Stati Uniti e mafia era già stata rivelata nel '51 da un'indagine del Senato americano condotta dal senatore Kefauver. Lo storico italiano Roberto Faenza fu poi uno dei primi analisti a rendersi conto dell'enorme impatto della questione con il libro Gli americani in Italia. Dopo la guerra, la CIA fu, e qui cito il Daily Observer, felice di stringere un'amicizia clandestina con la mafia siciliana. La collaborazione tra truppe alleate e mafia si basava su questo accordo: i mafiosi avrebbero dovuto dare supporto alle truppe alleate e amministrare i territori ‘liberati’ in funzione anticomunista.
I mafiosi vennero protetti successivamente dall’articolo 16 del trattato di pace di Parigi del 1947 che vietò all'Italia di perseguire i cittadini italiani che hanno espresso simpatia o agito a favore delle Potenze Alleate tra il 10 giugno 1940.
La mafia, come abbiamo già ampiamente scritto nel precedente dossier, continuò a fare stragi assieme all'estrema destra dando un contributo significativo alla colonizzazione del Paese in funzione dell'impero americano.
C’è poco da aggiungere: gli Stati Uniti hanno dominato la storia della Prima Repubblica in moltissimi modi e per limitare le forze dei comunisti italiani, e in generale delle forze progressiste che vollero attuare la Costituzione, si schierò proprio con la mafia e l'estrema destra. Il capitolo riguardante i rapporti tra mafia e Cia sarà oggetto di approfondimento in un secondo momento.



Gladio e le strutture Stay-Behind: quarant’anni di segretezza tra SIFAR, CIA e vertici politici

A livello europeo la predisposizione di una rete destinata alla guerra non convenzionale affondava le radici nell’ottobre 1951, quando venne definita nel convegno di Parigi "Sicurezza civile e controspionaggio in tempo di pace". Il direttore del SIFAR Umberto Broccoli riferì al capo di Stato Maggiore della Difesa Efisio Marras che strutture analoghe risultavano già operative in Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Danimarca e Norvegia.In Italia la rete clandestina Gladio (il cui nucleo originario risaliva alla Sezione Calderini del SIM fascista) nacque ufficialmente il 28 novembre 1956 attraverso un accordo segreto sottoscritto direttamente tra il servizio segreto militare italiano (SIFAR) e la CIA statunitense. Per tutta la sua durata (attraversando quaranta governi e venti presidenti del Consiglio), l’esistenza dell’organizzazione rimase rigorosamente nascosta al Parlamento e non fu mai ratificata dal potere esecutivo. Molti capi di governo non ne furono mai informati: Amintore Fanfani ne fu messo a conoscenza solo negli anni Ottanta in veste di ministro della Difesa del governo Craxi, mentre il repubblicano Giovanni Spadolini, primo presidente del Consiglio non democristiano, non ne fu mai informato. Il 4 dicembre 1957 il capo del SIFAR, generale Giovanni De Lorenzo, ribadiva in una nota riservata la necessità di mantenere le forze di resistenza Stay-Behind strettamente occulte per evitare gravissime ripercussioni politiche in caso di indiscrezioni. Solo nel 1984 l’ammiraglio Fulvio Martini (direttore del SISMI) decise di far firmare un documento ufficiale di “presa di conoscenza” dell’esistenza di Gladio ai presidenti del Consiglio e ai ministri della Difesa in carica, nel tentativo di alleggerire le responsabilità penali dei vertici militari. La struttura ufficiale registrava l’arruolamento di 622 “gladiatori” (curiosamente, lo stesso numero degli informatori della polizia segreta fascista OVRA). Sebbene il reclutamento richiedesse formalmente una comprovata “fede democratica”, le indagini accertarono che almeno ventiquattro casi riguardavano soggetti con trascorsi significativi nel Partito Nazionale Fascista, nella RSI o nella Decima MAS. I terreni sardi su cui sorse la base addestrativa del CAG (Centro Addestramento Guastatori) a Capo Marrargiu furono acquistati nel 1953 tramite una società di copertura del SIFAR denominata Torre Marina. Nella compagine sociale figurava lo stesso generale Ettore Musco, previa autorizzazione speciale del ministro della Difesa Paolo Emilio Taviani (in carica dal 1953 al 1958). La costruzione della base fu avviata nel 1954 grazie a finanziamenti diretti della CIA, come emerge dalle carte della commissione d’inchiesta sulle vicende connesse all’opera di Gladio approvata nella seduta del 14-15 aprile 1992. Lo stesso Taviani, che donò un biliardo alla struttura, rivendicò la paternità politica dell’accordo Stay-Behind dell’autunno 1956, specificando che esso serviva a riorganizzare strutture preesistenti sostituendo l’influenza dei servizi britannici con il finanziamento e l’addestramento della CIA statunitense. All’interno della base di Capo Marrargiu, in un locale blindato, era custodito un immenso arsenale di armi non convenzionali dell’Est europeo e asiatico (circa duecento pezzi tra cui Kalashnikov, armi corte cecoslovacche e mitragliatrici cinesi). La base fu visitata nel corso degli anni da esponenti di primo piano della politica italiana: Taviani (nel 1958 e 1965), Giulio Andreotti (nel 1961), Francesco Cossiga (nel 1967) e Luigi Gui (nel 1969).



Nato Stay-Behind e Piano Solo

William Colby, agente della CIA, nelle sue memorie affermò: Non si può negare che interferenze di questo tipo siano illegali. Le testimonianze dei vertici militari smentirono la versione ufficiale secondo cui Gladio sarebbe stata soltanto una struttura di resistenza interna in caso di invasione sovietica o del Patto di Varsavia. Il capo dell’ufficio amministrazione del SIFAR, Luigi Tagliamonte (stretto collaboratore del generale Giovanni De Lorenzo), dichiarò alla magistratura che i corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio e all’uso di esplosivi presso il CAG di Capo Marrargiu erano esplicitamente finalizzati a impiegare le risorse addestrate in caso di “sovvertimenti interni” e moti di piazza organizzati dal PCI qualora quest’ultimo fosse giunto al potere. Il generale dell’Aeronautica Antonio Podda (vicecapo del SID dal 1966 al 1970) descrisse Gladio come "una struttura anti-PCI per l’interno e antisovietica per l’esterno". I gladiatori venivano addestrati al tiro con armi leggere, al confezionamento di ordigni esplosivi e a simulazioni di attacchi notturni contro obiettivi prestabiliti. L’organizzazione si articolava in quaranta nuclei operativi: 6 nuclei informativi; 10 nuclei di sabotaggio; 6 nuclei di propaganda; 6 nuclei di evasione e fuga; 12 nuclei di guerriglia. Un impiego operativo concreto dei gladiatori di Capo Marrargiu avvenne per contrastare le azioni terroristiche in Alto Adige negli anni Sessanta. La rete Stay-Behind italiana risultava pienamente integrata negli organismi di coordinamento militare della NATO. Nel 1958 fu istituito l’Allied Clandestine Committee (ACC) (a cui l’Italia aderì formalmente nel 1964), affiancato dal preesistente Coordination and Planning Committee (CPC) istituito nel 1951. Questi comitati erano gli organismi deputati a porre i comandi NATO in condizione di interagire con le strutture Stay-Behind nazionali all’interno di una strategia militare comune basata sulla “risposta non ortodossa”. Tuttavia Gladio non venne mai utilizzata per combattere i sovietici, venne invece utilizzata a più riprese per combattere i nemici politici interni. Il peggio si manifestò 5 mesi più tardi all’omicidio Kennedy, quando il CIFAR architettò un tentativo di colpo di stato che avrebbe spinto, alla fine, i socialisti ad abbandonare i loro posti di governo ricoperti con le elezioni del ’63. Quel colpo di stato venne chiamato in codice Piano Solo e venne diretto dallo stesso Giovanni De Lorenzo, che era stato trasferito dal ministro della Difesa Giulio Andreotti dalla direzione del CIFAR a quella dei Carabinieri. De Lorenzo lavorò a quell’escalation segreta in stretta collaborazione con William Harvey, sovrintendente dei segreti americani di istanza a Roma, e con Renzo Rocca, direttore delle unità Gladio. Nel marzo ’64, De Lorenzo istruì i suoi uomini di occupare gli uffici del governo, le sedi dei partiti di sinistra, i giornali e i centri radiotelevisivi più importanti del paese. I gladiatori, muniti di liste di proscrizione, avevano l’ordine esplicito di rintracciare i socialisti, o meglio, come li chiamavano loro, i sovversivi, arrestarli e deportarli in Sardegna. Nel centro segreto di Gladio. Il 14 giugno, gli uomini del CIFAR sfilarono a Roma con carri armati e blindati, nel mentre che le forze NATO inscenavano una grande manovra militare nella periferia per intimidire il governo. Con astuzia, De Lorenzo fece sfoggio dei suoi mezzi militari nella capitale alla vigilia dell’anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, ma, cosa molto insolita per una parata, i carri armati rimasero a Roma anche dopo la celebrazione. De Lorenzo finì per installare microspie e cimici in Vaticano e nelle stanze dei vari ministri, per permettere alla CIA di monitorare e registrare le conversazioni di alto livello. Quando Andreotti rivelò l’esistenza di Gladio, venne fuori che a essere state coinvolte nello spionaggio di De Lorenzo erano state più di 150.000 persone. Davanti all’inchiesta parlamentare, De Lorenzo fu costretto ad ammettere che gli Stati Uniti gli avevano ordinato quei dossier. La struttura di Gladio era suddivisa in 3 livelli: alla base c’era il nucleo di pronto intervento, le unità di guerriglia, bande partigiane pronte a operare al di là delle linee nemiche. Nel mezzo c’erano unità definite insospettabili, militari altamente addestrati e difficilmente riconoscibili, separati in nuclei in base alla loro specialità operativa. Al vertice della piramide c’erano le menti dirigenziali di Gladio, di cui ancora oggi non conosciamo i nomi. L’elenco ufficiale dei numeri rinvenuti nel ’90 nelle liste Gladio si attesta sui 600 uomini. In realtà, si ipotizza fossero molti di più, sui 3000 gladiatori. Come sottolineato dalla Repubblica, a custodire i faldoni con i nomi completi era l’Ufficio Monografie del V Comiliter a Udine. L’elenco sarà poi distrutto nel ’73. Quanto alle armi distribuite ai gladiatori, queste erano concentrate nella base di Campomela a Sassari, all’epoca in gestione all’Ufficio di Delegazione del CIFAR. Nel resto della penisola erano disseminati ufficialmente 139 depositi segreti, i NASCO. Tutti questi sono stati smantellati o interrati. All’organizzazione faceva capo tutta una serie di gruppi misti: il Movimento Avanguardia Cattolica Italiana, Ordine Nuovo e anche un gruppo di super prefetti, diciamo così, designato dallo stesso ex presidente Scelba, il cui compito era attivare i rispettivi reparti militari nelle varie province nel caso di invasione comunista. Solo quando i comunisti vennero definitivamente esclusi dal governo, l’Italia venne autorizzata dagli Stati Uniti a entrare nella NATO, nell’aprile del ’49. 3 giorni prima dell’entrata, a marzo, in Italia era nato il primo servizio segreto militare in stretta collaborazione con quello americano. Collocato in seno al Ministero della Difesa, questo nucleo venne rinominato SIFAR, e alla sua guida venne messo il generale Giovanni Carlo Re. Il SIFAR, durante la Prima Repubblica Italiana, strumentalizzò ripetutamente la politica italiana e, attraverso il suo ramo, l’Ufficio R, gestì l’esercito anticomunista di Gladio, facendo le veci della CIA. Il CIFAR aveva un suo perché per gli americani: doveva garantire la stabilità dell’Italia nella NATO. E l’esercito clandestino di Gladio serviva per seguire questo scopo. Non vi è poi una certa data di nascita dell’Operazione Gladio in Italia. Certo, c’è un documento della difesa datato 1° giugno del ’59 nel quale si esplicita il titolo Gladio per la prima volta, ma in molti pensano che il vero anno di nascita di quest’operazione sia il 1951. Gladio faceva parte di un più ampio sistema di contromisure di spionaggio statunitensi in tutta Europa occidentale, chiamato Stay Behind, un termine che potremmo tradurre efficacemente con dietro le quinte, perché questo era l’atteggiamento: operare nelle retrovie senza farsi beccare. Nel ’55, l’alto ufficiale della CIA Carmel Offie incaricò l’ambasciatore statunitense a Roma di fare pressioni sul ministro della Difesa Taviani per promuovere il generale De Lorenzo a capo del CIFAR, al posto di Broccoli. Segno che le cose evidentemente non andavano bene. De Lorenzo, su pressione americana, spostò il centro operativo Gladio nella seconda isola più grande del Mediterraneo: la Sardegna. Il quartier generale segreto di Gladio, battezzato Centro di Addestramento Sabotatori, venne installato a Capo Marrargiu, nei pressi di Alghero. Il campo fu costruito grazie ai soldi che la CIA girò sotto copertura a una società di facciata, la Torre Marina S.r.l. Nel resto d’Italia operavano però tante altre basi operative, come ad esempio nell’altra isola strategica, la Sicilia, con il Centro Scorpione, in provincia di Trapani.

- Continua -

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