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Inchieste, processi, sentenze, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, dichiarazioni spontanee di boss mafiosi, sospetti. E' questo l'universo oscuro che si nasconde dietro la storia dell'ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dell'ex senatore Marcello Dell'Utri, uomo della mafia e già condannato definitivo per concorso esterno in associazione mafiosa (pena scontata). 
Una storia che ritorna, non solo perché a Firenze i due fondatori di Forza Italia si ritrovano indagati come mandanti esterni delle stragi del 1993, ma anche perché prossimamente (a gennaio) il Tribunale di Palermo dovrà esprimersi sulla richiesta dei pm di applicare la sorveglianza speciale a Dell’Utri perché ritenuto dall’accusa (e non ancora da nessun giudice) pericoloso socialmente per i suoi legami con la mafia.  
Sempre il Tribunale il 9 giugno scorso aveva rigettato la richiesta dei pm di sequestrare all’ex senatore di Forza Italia i beni suoi e dei familiari  (coinvolti solo indirettamente e non per fatti da loro compiuti).
Secondo il collegio presieduto dal giudice Raffaele Malizia (relatore Luigi Petrucci) non possono ritenersi adeguatamente supportati da riscontri gli elementi addotti dai pm Gery Ferrara (oggi alla Procura europea) e Claudio Camilleri, per dimostrare l'illiceità della provenienza dei beni dell'ex senatore azzurro.
Così come ha ricostruito il collega Marco Lillo nelle pagine de Il Fatto Quotidiano il procedimento riguarda la storia dei rapporti economici intercorsi in particolare tra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri
I giudici del Tribunale, ripercorrendo le informative degli investigatori evidenziano l'emergere di “'prestiti infruttiferi' da parte di Berlusconi per un totale di euro 9.500.000,00 fino al 2011 (… non è precisato se siano stati poi restituiti)”.
E poi ancora viene citata una nota datata 15 marzo 2019, scritta dalla Guardia di Finanza sulla scorta di alcune Segnalazioni per Operazioni Sospette dell’UIF di Banca d’Italia in cui “emergono prestiti infruttiferi e bonifici sempre da parte di Berlusconi in favore della moglie di Dell’Utri e del loro figlio per complessivi euro 3.500.000,00 nel 2016, 1.300.000,00 nel 2017, 2.300.000,00 nel 2018”.
I giudici dunque sottolineano le conclusioni dei pm: “Nella proposta si ammette che ‘Il fatto che la lecita e reale causale di questo continuo flusso di denaro (indicato in euro 26.075.263,00, allegato 2 della nota della Guardia di Finanza del 22 febbraio 2022) non sia stata mai accertata, non può che dimostrare che la presunta liberalità di Berlusconi verso Dell’Utri trova le sue origini nella peculiare storia dei loro rapporti e degli affari poco limpidi che il proposto ha perseguito tramite l’imprenditore milanese. Se non può affermarsi con certezza che tali emolumenti rappresentino il frutto di estorsione o siano dazioni dovute per occulte cointeressenze del proposto nel patrimonio berlusconiano, tuttavia, indubbiamente, essi non sono lecitamente spiegabili”.
E gli investigatori incaricati di compiere gli accertamenti mettono in evidenza flussi di denaro, anche recenti. Vi è infatti “una prima nota del C.T. nominato dal P.M. datata 20 novembre 2015 che riferisce di dazioni in titoli e danaro pari ad euro 5.718.315,89 dal 1989 al 1995 e di euro 28.079.346,96 dal 2008 al 2012 (di cui circa 20 milioni di euro per l’acquisto di una villa sul lago di Como…). Nella stessa nota si ricorda che dal 1997 e fino al 2004 Dell’Utri come manager della Fininvest guadagnava mediamente euro 1.400.000,00 annui.(…)”.
 
La sentenza per Concorso esterno, quel contatto negli anni Settanta
In particolare per i magistrati di Palermo “il patrimonio che il Dell’Utri ha costruito nel corso della sua storia, non può considerarsi l’esito dell’incontro tra uno straordinario talento e l’occasione offerta dal libero mercato, bensì il frutto dei suoi duraturi ed intensi legami con la consorteria mafiosa nonché della costante strumentalizzazione dell’attività di impresa a fini illeciti”.
Ed è sempre la Procura ad individuare negli anni Settanta il tempo in cui “Dell’Utri da quel momento è diventato, per un verso, il tramite dell’accordo e, per altro verso, il testimone di rapporti inconfessabili che sono all’origine di una delle maggiori fortune accumulate da un imprenditore di successo”. 
Del resto proprio la sentenza di condanna definitiva dell'ex senatore a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa aveva dimostrato che per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Dell'Utri è stato il garante “decisivo” dell'accordo tra Berlusconi e Cosa nostra con un ruolo di “rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa, che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. Inoltre, scrivevano sempre i Supremi giudici “la sistematicità nell'erogazione delle cospicue somme di denaro da Marcello Dell'Utri a Cinà (Gaetano Cinà, boss mafioso, ndr) sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all'accordo al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa nostra”.
Sempre la Cassazione aveva evidenziato come “il perdurante rapporto di Dell'Utri con l'associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell'amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall'incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l'imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell'Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l'acquisto di film per Canale 5”.
Inoltre la Suprema corte parlava in maniera chiara dell'esistenza di un “patto di protezione andato avanti senza interruzioni” in cui Dell’Utri era il garante per “la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa, in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore”. Parole scritte nero su bianco.
Oggi la Procura di Palermo, nella sua proposta di sequestro sul punto va anche oltre le sentenze sostenendo che “non può revocarsi in dubbio che questo delle origini sia il vero punto di svolta dell’intera carriera - professionale, imprenditoriale, criminale e, poi, anche politica - di Dell’Utri Marcello, frutto degli investimenti realizzati dal gruppo mafioso capeggiato da Bontate nelle società di Silvio Berlusconi (…) In questa prospettiva - sempre per la Procura - trovano una giustificazione anche le ingenti somme donate da Berlusconi al Dell’Utri e utilizzate da quest’ultimo tanto per scopi personali quanto per soddisfare i termini dell’accordo tra Cosa nostra e Berlusconi”.
 
Il “no” del Tribunale di Palermo
Questa ricostruzione non è stata condivisa dal Tribunale di Palermo. “Ad avviso del Collegio - scrivono i giudici - gli elementi di prova emersi nei vari processi o procedimenti penali citati nella proposta non consentono di affermare con la sufficiente certezza l’esistenza dei due fatti storici negli esatti termini in cui sono stati descritti dall’Organo proponente”. 
E per quel che concerne il finanziamento agli inizi della Fininvest il Tribunale scrive: “Con riferimento al primo episodio va detto che la tesi dell’Organo proponente inverte quello che è stato l’accertamento svolto in sede penale.  (…) È stato, pertanto, accertato attraverso le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, sul punto piuttosto dettagliate e convergenti, un pagamento di denaro da Berlusconi a membri di Cosa Nostra ripetuto nel tempo. L’Organo proponente, invece, ipotizza che l’organizzazione mafiosa abbia messo un proprio uomo nel gruppo imprenditoriale di Berlusconi, per tutelare gli investimenti di Cosa Nostra in quella realtà aziendale e, quindi, un flusso di denaro da Cosa Nostra alla Fininvest. (…) In sede penale non è stata, invece, raggiunta la prova che Cosa Nostra abbia effettivamente investito in lottizzazioni a Milano per il tramite di Dell’Utri e, in particolare, nella realizzazione di Milano 2”. 
Dunque proseguono i giudici “non risultando (dal punto di vista giudiziario) che vi sia stato un apporto di capitali illeciti da parte di Cosa Nostra verso Fininvest, non si può affermare che Dell’Utri abbia potuto, per questa ragione, ricattare Berlusconi nel corso degli anni”.
Il secondo punto su cui si è espresso il Tribunale riguarda la “rivelazione dell’appoggio dato da Cosa Nostra al movimento politico Forza Italia in occasione delle elezioni del 1994, anche in questo caso reso possibile dalla ‘mediazione’ di Dell’Utri”. 
Secondo i giudici, però, anche su questo secondo aspetto la Procura non sarebbe riuscita a portare prove del presunto ‘ricatto’. Il Tribunale, pur ricordando i contatti tra Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano nel periodo prossimo alle elezioni del 1994, di cui si parla abbondantemente nel processo trattativa Stato-mafia che ha visto la condanna in primo grado dell'ex senatore e l'assoluzione in appello “per non aver commesso il fatto”, non ritiene che vi sia prova di un ricatto tra Dell'Utri e Berlusconi. 
Una conclusione simile a quella a cui era giunta la Corte d'assise d'appello, presieduta da Angelo Pellino, per cui "non si ha prova" che Dell'Utri "nonostante le sue ramificate implicazioni nell'antefatto", "abbia portato a termine quel progetto ricattatorio/minaccioso di cui pure egli aveva piena conoscenza per volere degli esponenti di Cosa Nostra ed a seguito delle sue reiterate interlocuzioni, intercorse fino a dicembre del 1994, in particolare con Vittorio Mangano".
Pur mancando “l'ultimo miglio” della Prova, quei giudici comunque confermavano che nel corso del processo sono emersi “elementi tali da far ritenere che in quel periodo, tra il 1993-1994, Dell’Utri abbia effettivamente incontrato personaggi mafiosi (non solo siciliani) per intessere un patto politico-mafioso nel quale si inserivano anche e, anzi, soprattutto, per quanto emerge in questo processo, gli incontri di Mangano con Dell’Utri per ricapitargli i desiderata di Cosa Nostra”.
 
Le somme di denaro da Berlusconi a Dell'Utri
Tornando all'analisi del Tribunale di Palermo, ed i denari scambiati tra Berlusconi e Dell'Utri, i giudici affrontano il tema in un paragrafo specifico.
Ricordano i giudici nel provvedimento che “nel processo per frode fiscale celebrato a Torino viene riportata la circostanza documentale di numerosi versamenti di contanti e assegni negli anni 1991-1992, spesso per somme di poco inferiori al limite di 20 milioni di lire all’epoca prevista per la segnalazione di operazioni sospette, complessivamente pari ad oltre 1 miliardo di lire, che secondo Dell’Utri erano donazioni di Berlusconi per l’acquisto della casa”. E ancora “nello stesso processo risulta un accordo transattivo tra Fininvest e Dell’Utri per la somma di 4,38 miliardi di lire concluso davanti al giudice del lavoro nel 1994 (…). Nella sentenza - proseguono i magistrati di Palermo citando gli atti dei loro colleghi piemontesi – viene spiegato che l’accordo transattivo, conseguente al passaggio di Dell’Utri da Fininvest a Publitalia 80, (entrambe società del gruppo Berlusconi, Ndr) era un mero espediente per corrispondere a titolo personale a Dell’Utri la somma di 3 miliardi di lire ed evitare così sia pagamenti in nero, che l’esborso di somme ulteriori a titolo di tassazione, dal momento che il risarcimento del danno non veniva tassato come fonte di reddito”. 
Una volta analizzati tali passaggi e passati in rassegna i successivi elementi offerti dall'accusa (per procedere al sequestro dei beni i pm non devono dimostrare la colpevolezza del soggetto come nel processo ordinario, ma è sufficiente dimostrare che è stato socialmente pericoloso e che i suoi beni sono stati accumulati in quel periodo) il Tribunale è giunto alle seguenti conclusioni: “La circostanza (obiettivamente sospetta) che l’odierno proposto abbia ricevuto nel tempo ed a vario titolo, a volte sotto forma di donazione o prestiti infruttiferi (che non risultano essere stati mai restituiti), decine di milioni di euro da Berlusconi potrebbe, però, trovare spiegazione alternativa nei rapporti di amicizia e di lavoro che uniscono i due da decenni. Non si tratta, infatti, - prosegue il Tribunale - di somme date ad uno sconosciuto, ma ad un soggetto che per decenni ha condiviso la parabola imprenditoriale e politica di una persona che ha oggettivamente caratterizzato gli ultimi 30 anni della vita pubblica nel nostro Paese”.
L'idea che quel passaggio di denaro possa essere frutto di un potenziale ricatto a Berlusconi “ad avviso del Collegio resta solo una supposizione o un’ipotesi priva del sufficiente conforto probatorio che le dazioni di denaro esaminate dal 1994 in poi trovino causa in queste vicende”. 
 
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