Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

Dall'iscrizione alla P2 all'omicidio di Dirk Hamer

L’annuncio è stato dato con una nota altisonante della Real Casa di Savoia: questa mattina, alle ore 7.05 è morto "Sua Altezza Reale Vittorio Emanuele, Duca di Savoia e Principe di Napoli, circondato dalla Sua famiglia, si è serenamente spento in Ginevra".
E' morto così, all'età di 86 anni, il figlio dell'ultimo Re d'Italia, Umberto II e di Maria Josè.
Ma al di là dei titoli nobiliari e dell'esilio stabilito dalla Costituzione repubblicana (rientrò dopo il 2002, per le dispute dinastiche) la sua figura si è contraddistinta per essere stato un affarista, piduista nonché omicida.
Fu lui, infatti, a causare la morte di Dirk Hamer, studente tedesco. Noi, però, non dimentichiamo i fatti che lo hanno riguardato e che resteranno scolpiti nei secoli.


La morte di Hamer

Vale la pena ricordare ciò che avvenne il 18 agosto del 1978 nell'isola di Cavallo. Una sera, durante un litigio con Nicky Pende, a Vittorio Emanuele scappò uno sparo nella notte. A farne le spese fu Hamer, che dormiva tranquillo nella sua barca e che fu colpito gravemente a una gamba. Immediatamente venne trasferito all'ospedale di Ajaccio, poi a Marsiglia e infine in Germania. Morirà l'8 dicembre di quell'anno, dopo mesi di agonia.
Vittorio Emanuele di Savoia venne arrestato e processato. Nel 1991, però, venne prosciolto dalla Corte d'Assise francese, secondo cui non era possibile ricondurre con certezza il proiettile che aveva ucciso Hamer alla carabina del figlio dell'ultimo Re italiano, comunque condannato a sei mesi di reclusione per porto abusivo d'arma da fuoco.
Per anni la famiglia Hamer ha condotto una lunga battaglia per la verità su quanto avvenne quella notte. Addirittura, secondo Geerd Hamer, padre del ragazzo, non si sarebbe nemmeno trattato di un incidente, ma di omicidio volontario.
Certo è che anche nel processo non erano poche le ombre emerse nelle ricostruzioni dei fatti.
Nel 2017 la Corte di Cassazione assolse il giornalista de La Repubblica Maurizio Crosetti e l'ex direttore Ezio Mauro citati in giudizio per un articolo di dieci anni prima in cui il principe veniva indicato come "quello che usò con disinvoltura il fucile all'isola di Cavallo, uccidendo un uomo". Dopo la condanna in primo grado per i giornalisti la Corte d'Appello di Milano ribaltò il verdetto poi confermato dalla Cassazione che sottolineò il fatto che "la morte di Dirk Hamer avvenne nel corso di una sparatoria a cui partecipò Savoia, al di fuori di ogni ipotesi di legittima di difesa".
Gli ermellini misero nero su bianco che l'assoluzione per l'accusa di omicidio volontario non chiudeva la questione.
A dipanare ogni dubbio su ciò che avvenne ci ha pensato, il 21 giugno 2006, lo stesso Vittorio Emanuele di Savoia. Mentre si trovava in carcere a Potenza con le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, e associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione nell'ambito dell'inchiesta Vallettopoli - da cui venne poi scagionato e risarcito per ingiusta detenzione - venne intercettato mentre ammetteva di aver sparato lui e raccontava ad alcuni compagni di cella come era riuscito a "fregare i giudici, anche se aveva torto": ovvero con l'aiuto di qualche testimone compiacente.





Queste dichiarazioni fecero molto discutere, ma purtroppo non cambiarono gli esiti della sentenza. Il processo non venne riaperto in Francia e in Italia ci fu solo una condanna per calunnie ai danni di Birgit Hamer, arrivata nel 2017.
In quella sentenza la Cassazione scriveva che "gli elementi indiziari utilizzati nella sentenza dell'appello (gli accertamenti svolti dalla gendarmeria francese, la soluzione data al caso dalla Corte parigina e le intercettazioni effettuate nel carcere di Potenza) costituiscono, effettivamente, un compendio indiziario più che sufficiente a suffragare l'opinione che Savoia sia stato assolto dal reato di omicidio volontario, ma non che sia stata esclusa ogni sua responsabilità nel tragico evento di cui egli porta, invece, un carico di responsabilità".


Gli affari sulle armi

Ma già prima della morte di Hamer Vittorio Emanuele era stato al centro di diversi scandali e molte accuse. Vittorio Emanuele era intermediario d'affari per conto della Agusta e, grazie all'amicizia con lo scià di Persia Reza Pahlavi, proprio in quegli anni si era occupato della compravendita di elicotteri tra l'Italia, l'Iran e altri paesi arabi.
Negli anni '70 venne indagato, sia dal giudice istruttore Carlo Mastelloni della pretura di Venezia, sia dal giudice istruttore Carlo Palermo della pretura di Trento, per traffico internazionale di armi in alcuni paesi mediorientali che erano sotto embargo.
Mastelloni raccolse documenti da cui risultava che Vittorio Emanuele, insieme al conte Corrado, non si sarebbe occupato soltanto di merce regolare da piazzare alla Persia, ma anche di triangolazioni proibite dagli embarghi.
Le armi e i pezzi di ricambio finivano in Giordania o all’Olp; o ancora a Taiwan o nel Sudafrica dell’apartheid. Il tutto non senza il beneplacito dei servizi segreti dei Paesi coinvolti. L’inchiesta del giudice Mastelloni aveva messo sotto osservazione generali, politici, agenti segreti.
Carlo Palermo, da parte sua, scoprì un doppio filo del traffico con le armi che passavano dall'Occidente all'Oriente e la droga che prendeva la direzione opposta.
Entrambe le inchieste vennero trasferite a Roma e le indagini furono totalmente archiviate.


L'iscrizione alla P2

Il nome di Vittorio Emanuele compariva anche negli elenchi della loggia P2 di Licio Gelli, sequestrati nel marzo 1981 dai magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo nella ditta di Gelli a Castiglion Fibocchi.
Tra i 962 nomi in elenco vi erano 44 parlamentari, 2 ministri, un segretario di partito, 12 generali dei Carabinieri, 5 generali della Guardia di Finanza, 22 generali dell'esercito italiano, 4 dell'aeronautica militare, 8 ammiragli, magistrati e funzionari pubblici, direttori e funzionari dei servizi segreti, giornalisti e imprenditori.
Alla lettera S si leggeva "Savoia Vittorio Emanuele, casella postale 842, Ginevra". La tessera era la numero 1621. In una delle cartellette allegate agli elenchi, sempre alla lettera S, accanto a Sindona Michele, banchiere, Stammati Gaetano, ministro, Santovito Giuseppe e tanti altri (Berlusconi Silvio no, era in un altro documento), compare il nome Savoia Vittorio, numero 516.
Il principe, si seppe poi, aveva raggiunto il terzo grado della gerarchia massonica, quello di Maestro.
Ma sull'appartenenza alla P2 c'era anche una testimonianza diretta di Licio Gelli nel suo libro "La verità (Demetra, 1989)" in cui sono ricostruiti gli affari tra Vittorio Emanuele di Savoia e il Venerabile: "Il 31 gennaio del 1977 - è scritto - con una sua lettera, Vittorio Emanuele mi pregava di intervenire presso le costruzioni aeronautiche Agusta - del quale era agente per la vendita di tutti i prodotti - affinché sollecitassi il pagamento delle competenze che gli spettavano per provvigioni maturate la cui liquidazione, per l'entrata in vigore della legge valutaria, aveva subito un notevole ritardo". Questione di affari.
Alla luce di tutti questi fatti, fermo restando il rispetto per la morte, Vittorio Emanuele più che "erede al trono d'Italia" può essere definito "Principe canaglia".

Realizzione grafica by Paolo Bassani

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos