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Sono passati trent’anni dallo scoppio di Tangentopoli. Dal momento in cui l’arresto di Mario Chiesa, piccolo esponente del Partito Socialista milanese, innescò una reazione a catena senza precedenti. Un domino di tessere che fece cadere, uno dopo l’altro, i principali volti della politica e dell’imprenditoria italiana.
Dopo tre decenni, centinaia di processi, raffiche di condanne, di prescrizioni e di assoluzioni “perché il fatto non costituisce più reato”, i principali episodi scoperti dai magistrati sono andati perduti nell’oblio della memoria e negli archivi del Palazzo del Tribunale di Porta Vittoria a Milano. Alcuni di questi fatti, forse, non costituivano nemmeno reato però erano indicativi della concezione della cosa pubblica dei politici della Prima Repubblica. E che, purtroppo, è rimasta invariata nella Seconda e forse anche nella Terza, ammesso e non concesso che sia mai iniziata.
Uno degli episodi più incredibili è senza dubbio il ‘voto alla Madonna’ di Paolo Cirino Pomicino, pezzo da novanta della Democrazia Cristiana e più volte ministro. A causa di una serie di problemi cardiaci decise di andare ad operarsi negli Stati Uniti, dove il chirurgo lo avvertì che comunque l’operazione sarebbe stata ad alto rischio e non era detto che Pomicino sarebbe sopravvissuto. Giunto a quel bivio, Pomicino si appellò alla Madonna affermando che se l’avesse scampata avrebbe donato una decina di milioni di lire ad un sacerdote che aiutava un gruppo di ragazzi di Scampia. L’operazione andò per il meglio e una volta rientrato in patria convocò Franco Ambrosoli, presidente della Italgrani, e gli chiese di versare una certa somma di denaro al sacerdote napoletano. Ambrosoli sbiancò e chiese spiegazioni, al che Pomicino gli raccontò la storia della Madonna e l’imprenditore accettò di pagare di tasca sua, dato che comunque doveva dei soldi al politico della DC. La giustizia terrena ha già posto la parola fine a questa vicenda, ma forse quella divina potrebbe ancora procedere per la ‘truffa alla Madonna’.
Un altro risvolto di Tangentopoli che abbiamo dimenticato è la storia del Tonno Nostromo. Claudio Martelli, delfino politico di Bettino Craxi, si sposò con la figlia di Umberto Pedol, proprietario del famoso marchio di tonno. Un prodotto che veniva fornito anche nelle mense scolastiche del Comune di Milano, i cui appalti venivano gestiti da Bruno Falconieri, assessore all’economato della città meneghina in quota al PSI. Quando lo venne a sapere, Martelli gli consegnò una certa quantità di denaro spiegandogli che serviva proprio per la fornitura del Tonno Nostromo per la ristorazione scolastica. Falconieri ribatté che non vi era ragione per pagare una tangente dato che quella particolare marca era la migliore ed anche la più economica sul mercato. L’allora vicesegretario del PSI insistette affinché tenesse il denaro e promise di portargliene dell’altro se il suo assessorato avesse continuato a rifornirsi dalla Nostromo. Della serie, nel sistema Tangentopoli non erano tollerabili appalti regolari poiché costituivano un precedente che avrebbe potuto portare altri imprenditori a pretendere lo stesso trattamento. Tra le vicende più eclatanti emerse nell’inchiesta Mani Pulite è impossibile non citare “il principesco stile di vita” dell’ex ministro degli affari esteri Gianni De Michelis, molto famoso a Venezia e provincia per le sfarzose feste che organizzava oltre ad essere l’autore dell’imperdibile volume ‘Dove andiamo a ballare stasera? Guida alle discoteche italiane’. Solo per i suoi soggiorni all’hotel Plaza di Roma, De Michelis avrebbe sborsato circa mezzo miliardo di lire nonostante i sontuosi sconti praticati dall’albergo a questo importante cliente. Altro episodio finito nel dimenticatoio riguarda Duilio Poggiolini, ex direttore del servizio sanitario nazionale il cui nome era già stato trovato nel 1981 negli elenchi della loggia massonica P2. Poggiolini era stato il perno dell’inchiesta sulla malasanità iniziata dalla Procura di Napoli e poi diramatasi a macchia d’olio in tutta Italia, in particolare in Lombardia. Una corruzione milionaria che consentì all’ex direttore del servizio sanitario nazionale di condurre una vita da nababbo. Rimasero sconcertati i poliziotti che vennero mandati a sequestrare i beni di casa Poggiolini poiché, tra le altre cose, ritrovarono gioielli, monete rare, quadri, diamanti, lingotti d’oro e titoli di Stato nascosti in un puff del salotto. Un patrimonio da Sultano del Brunei quantificabile in 39 miliardi di lire, frutto per buona parte delle decine di mazzette incassate dalle case farmaceutiche.
A distanza di trent’anni, però, tutti questi episodi li abbiamo dimenticati e molti dei protagonisti dell’inchiesta, benché condannati o prescritti, sono tornati in auge. La cartina tornasole di questa restaurazione è stato lo scandalo di Expo Milano 2015, una maxi indagine di corruzione nelle cui carte figurano ex imputati eccellenti di Mani Pulite come Primo Greganti, Gianstefano Frigerio e Luigi Grillo. Chiusa l’era di Tangentopoli non è scomparsa quella generazione di politici, ma solo i fatti di cui erano accusati.

In foto: il Tribunale di Milano © Imagoeconomica

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