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La vergogna dello Stato

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mani-capaci-via-damelio-bigdi Giorgio Bongiovanni - 23 giugno 2012
Ormai è sufficientemente provato: la trattativa c’è stata. Parti dello Stato italiano si sono vendute a Cosa Nostra, hanno negoziato, hanno sacrificato la vita di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in perfetta linea di continuità con una gestione del potere che dalla strage di Portella della Ginestra in poi non è mai cambiata. E dopo settant’anni che il nostro Stato scende a patti con la mafia sarebbe ora di dire: basta!
Non sembrano averne intenzione i rappresentanti delle nostre Istituzioni, se solo ieri, di fronte ai rivoltanti sviluppi dell’indagine sulla stessa trattativa e sul ruolo del Quirinale, il presidente del Senato Renato Schifani ha avuto il coraggio di dichiarare che “attaccare Napolitano significa danneggiare il nostro Paese”. Dichiarandosi onorato di aver potuto collaborare con il presidente della Repubblica, un uomo caratterizzato da “un grandissimo senso dello Stato, una grandissima trasparenza, correttezza e saggezza”. “Valori” che “sono un patrimonio del Paese”.

Come mantenere la calma di fronte a simili, squallide dichiarazioni da parte del senatore Renato Schifani, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa?
Come non vedere la grande ipocrisia che si nasconde dietro quella facciata perbenista che tanto ricorda gli scribi e i farisei del biblico sinedrio?
E come non domandarsi cosa ci sia di vero in questa sbandierata trasparenza del presidente Napolitano?
Con tutto il rispetto per l’istituzione, che tengo ogni volta a ribadire, non posso costringermi a non guardare in faccia la realtà. E a chiedermi quale correttezza e rigore morale possano esserci in un uomo che riveste la prima carica dello Stato mentre esalta la figura di un latitante come Bettino Craxi (deceduto), un criminale condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione. In un Presidente della Repubblica che interferisce pesantemente nel lavoro della magistratura per soddisfare le richieste private di soggetti della portata di Mancino, indagato in una delle più gravi inchieste che la nostra storia ricordi.
Dall’altra parte della barricata, a subire quelle pressioni, i coraggiosi eredi di Falcone e Borsellino che tentano faticosamente di fare luce sulle stragi che nei primi anni Novanta hanno insanguinato il nostro Paese. E che un’Istituzione sana, Napolitano in primis anche in quanto Presidente del Csm,  dovrebbe appoggiare in ogni modo: proteggendoli e mettendo a loro disposizione uomini e mezzi.
Invece no, ancora una volta. In nome di una fantomatica ragion di Stato che obbliga a coprire, insabbiare, depistare cedendo il passo ad un pericoloso clima di isolamento istituzionale che rischia di essere preludio di nuove tragedie.
“Mantenere gli equilibri” è la cosa più importante, in particolare ora che il nostro Paese ha estremo bisogno di una stabilità, poggiata sulla figura di Monti, “creatura” dello stesso Napolitano. Ed ecco che il potere, compreso quello dell’informazione di regime, si stringe intorno al Quirinale e si ripresentano le stesse dinamiche già vissute nella metà degli anni Novanta quando per “amor di patria” si fermò il lavoro della procura di Palermo capitanata da Giancarlo Caselli, che con la delicatissima inchiesta sui sistemi criminali stava puntando dritta al cuore dei rapporti tra mafia, politica, imprenditoria e poteri occulti.
Eliminato l’ostacolo l’Italia rientrò tranquillamente nei parametri di Maastricht e successivamente fece il suo ingresso trionfante nell’Euro. Ma a quale prezzo? Al  prezzo della verità che oggi si decide di schiacciare di nuovo sotto il peso delle scelte politiche perché il nostro Paese possa rimanerci nell’Euro o perché non debba seguire il triste destino della Grecia o della Spagna.
E’ giusto? Io dico: no e mille volte no! Non sono disposto a negoziare ancora la verità con l’illusione di una crescita che non vedremo mai. E in ogni caso preferirei vivere in un Paese capace di resuscitare con onestà e trasparenza da una qualsiasi crisi democratica o economica piuttosto che proseguire su questa strada, tentando di evitare scelte estreme, ma tenendo chiusi nell’armadio tanti, troppi scheletri.
I magistrati impegnati oggi a scoprire quelle scomode verità sono in tutto una ventina, una decina dei quali ufficialmente titolari di quelle indagini, ostacolati dalle istituzioni, dal loro massimo rappresentante, dall’interno della stessa magistratura in buona parte prigioniera delle logiche correntizie e più propensa a soddisfare interessi di parte che al raggiungimento della verità.
Fuori dalle aule di Giustizia, dai Palazzi, il popolo, schiacciato da un’informazione per la maggior parte malata e asservita al potere, non ha gli elementi per valutare, vittima della confusione generale creata ad arte per soffocare sul nascere ogni pensiero critico, ogni protesta di massa.
È il clima ideale per una nuova strage. I magistrati messi all’indice, pubblicamente insultati sono un chiaro segnale per Cosa Nostra, come per certi ambienti nei quali convergono gli interessi della politica, dell’alta finanza, dei servizi segreti deviati, della massoneria. Fermare quelle indagini che stanno arrivando alla meta è il gioco che vale la candela e se contraccolpi ci saranno a pagare il prezzo sarà soltanto la manovalanza criminale che, come sempre, è l’unica a cui viene presentato il conto.
E’ questo che sta accadendo oggi sotto i nostri occhi mentre il Presidente Napolitano tenta di confondere le carte, proteggendo i traditori dello Stato. La domanda è: perché lo fa? Cosa veramente vuole nascondere? E qual era la sua posizione negli anni bui delle stragi quando ricopriva la carica di presidente della Camera?  
Forse, o senza forse, lui sa nulla o poco di quella trattativa, ma lo stesso non vale per molti dei personaggi che ha al suo fianco. D’Ambrosio, per esempio. Non abbiamo diritto, noi cittadini, di sapere chi sia davvero questo signore che interferisce, per conto del Capo dello Stato, su una delle inchieste giudiziarie più gravi degli ultimi 50 anni? A quale corrente di potere appartiene?
Mi associo per questo a Salvatore Borsellino e al presidente della Commissione europea antimafia Sonia Alfano nel chiedere l’impeachment di Napolitano o, ancora meglio, le sue dimissioni. Per dare un segnale forte al Paese, per prendere le distanze da questa faccenda sporca della trattativa, per far sentire il suo sostegno ai magistrati che indagano su quelle vicende e che rischiano di diventare i protagonisti di una drammatica storia che troppo spesso si ripete.

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