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''Ricordare per educare al futuro''

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falcone-borsellino-event-bigUn ciclo di incontri su strategie normative e giudiziarie di contrasto
di Maria Elena Manenti - 1 febbraio 2012
Nella giornata di ieri si è svolto il primo dei cinque incontri formativi presentati dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, dall’ Università degli Studi di Palermo e da Confindustria Sicilia, nell’ approssimarsi del ventennale delle stragi di Capaci e via D’ Amelio. “Ricordare per educare al futuro” è il filo conduttore che unisce una serie di seminari volti a sensibilizzare il mondo studentesco e non solo, sui temi dell’ antimafia, evitando di sfociare in sterile retorica o in banali preconcetti, ma tenendo lo sguardo fisso sull’ attualità della problematica mafiosa, analizzando il fenomeno e le sue possibili risoluzioni in un ottica critica e innovativa.

Presso la Sala Magna di palazzo Steri, il prof. Giovanni Fiandaca, il prof. Giuseppe Di Chiara e il Preside della facoltà di Giurisprudenza Antonio Scaglione, hanno presentato un bilancio delle strategie normative e giudiziarie di contrasto alla criminalità organizzata, in funzione della sua evoluzione storica.

Ciò che è emerso, è la visione di una struttura organizzativa di Cosa Nostra che è mutata nel tempo e si è evoluta in concomitanza con la struttura sociale, culturale, politica ed economica della nostra società. Se nel periodo stragista essa veniva descritta dallo stesso Falcone come un’ organizzazione la cui struttura era “ centralizzata, verticistica ed unitaria”, oggi dobbiamo prendere atto che questa struttura sia cambiata, si sia evoluta in un più efficace e pericoloso sistema reticolare, fluido , dove il potere non risiede in un nodo centrale, ma nel sistema di rapporti intercambiabili e interdipendenti dello stesso. Per tali ragioni, ad un mutare della struttura organizzativa di Cosa Nostra ,deve corrispondere un mutare della macchina istituzionale di contrasto, continuamente aggiornata e resa efficiente.

Come spiega Giovanni Fiandaca , il concetto di mafia che emerge dall’ analisi storica coincide con quello delle ricerche delle scienze sociali, ovvero, l’ immagine di un fenomeno complesso che non può rimanere circoscritto alla dimensione criminale, ma deve essere esaminato nelle sue innumerevoli sfaccettature. L’ approccio investigativo deve basarsi su uno stile di indagine scettico e di “dubbio metodico”, così come era solito lavorare Giovanni Falcone, “il quale godeva di uno stile intellettuale dal sapore neoilluministico che rifugge dogmatismi e fanatismi, ricercando le verità al di là dei preconcetti.”

Un qualsivoglia bilancio critico del sistema normativo deve tenere presente che la legislazione antimafia nasce come “legislazione delle emergenze”, di fronte ad una serie di eventi che negl’ ultimi cinquant’ anni si sono drammaticamente succeduti. La sua origine è successiva alla Strage di Ciaculli del 63, in cui lo Stato prende atto della prima guerra da parte della mafia e in cui si inaugura il periodo delle autobombe e del tritolo, culminato poi, nelle stragi di Capaci e via D’Amelio. Falcone, ancora una volta brillantemente anticipando i tempi, invitò i suoi contemporanei a smettere di parlare di “emergenza mafia”, poiché essa costituisce un fenomeno sociale e culturale ormai interamente e stabilmente radicato nel territorio. Nonostante queste avvisaglie, dovettero passare altri diciassette anni affinché il legislatore prendesse atto di tale evidente circostanza ed inserisse nel codice penale il 416 bis. Restano ancora molti i dubbi sul perché tale fenomeno mafioso sia stato così palesemente sottovalutato della legislatura e dalla politica.

Fortunatamente però, oggi si sono fatti dei notevoli passi avanti con la costituzione di quattro importanti pilastri su cui si basano le politiche di contrasto, ovvero: l’ art. 416 bis c.p., le misure di prevenzione personale e patrimoniale, la normativa riguardante i collaboratori di giustizia ed il trattamento penale differenziale. Questi quattro elementi, soprattutto le strategie processuali differenziali, ci ricorda A. Scaglione, “ hanno portato a risultati estremamente positivi, come la decapitazione dell’ ala militare di Cosa Nostra.”

ricordare-per-educare-al-futuro-bigPassi avanti così notevoli però, non sarebbero stati possibili senza il fondamentale ruolo dei pm, caratterizzato da due elementi: professionalità e coordinamento. Grazie ai mezzi di indagine come le perquisizioni e le intercettazioni , che permettono di raccogliere validi elementi probatori e ancora, grazie ai regimi carcerari speciali , che permettono di recidere i rapporti tra l’ individuo associato e l’ organizzazione, i pm sono riusciti ad infliggere dei forti colpi a quella potente ed ,in apparenza, inespugnabile macchina organizzativa di Cosa Nostra. Da qui, l’ importanza di sensibilizzare l’ opinione pubblica sull’ inopportunità delle controriforme in materia di intercettazioni e depotenziamento dell’ ufficio del pm. “Rischieremmo di fare grossi passi indietro”, ribadisce Scaglione.

Troppo spesso ,spiega Alfredo Morvillo nel suo intervento, si fa impropriamente riferimento a Giovanni Falcone per sostenere la validità della così detta tesi della “separazione di carriera”, ma in pochi sanno che la grande preoccupazione del magistrato era solo quella che, con l’ entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, la Procura della Repubblica veniva investita di compiti a cui non era preparata. Le indagini che si sarebbero trovati a svolgere prevedevano delle specifiche competenze che si potevano apprendere solo attraverso “corsi di formazione”, atti ad acquisire maggiore esperienza e preparazione. Nulla di tutto questo, però, ha a che vedere con i risvolti attuali, poiché differenti sono le condizioni in cui oggi operano i pubblici ministeri, la cui validità e competenza è indiscutibile.

C’ è la sensazione che la dottrina giurisprudenziale sia rimasta ferma all’ idea di coltivare il principio di garanzia come se il tempo non fosse passato”, come se il terrorismo, la mafia, le stragi di Stato, non fossero mai avvenute e non richiedessero quindi, un cambiamento nelle strategie di contrasto. “Deve accadere qualcosa di particolarmente grave perché il legislatore si scomodi, non rendendosi conto che la posta in gioco è molto alta”, afferma il professor Di Chiara. L’ evoluzione normativa deve andare di pari passo con l’ evoluzione culturale, storica e sociale .Le garanzie, i metodi e i mezzi investigativi e processuali vanno continuamente aggiornati, per non rischiare di rimanere indietro e risultare conseguentemente inefficaci.

Tra i metodi individuati come validi ed attuali nel contrasto al fenomeno criminale, c è sicuramente il “metodo Falcone”, il quale si basa sull’ idea che l’ indagine debba partire dai “reati specifici di scopo”, che consentano di evidenziare maggiormente le responsabilità individuali, per poi ricollegare tali reati ad una fattispecie più generica di reato associativo. Da qui, la critica all’ immotivato salto logico che si riscontra nel garantire l’ assoluta tutela di misure investigative come le intercettazioni , solo in processi di mafia. La storia insegna che molte delle indagini inizialmente focalizzate su reati-scopo, che apparentemente nulla hanno a che vedere con l’ organizzazione criminale, grazie a questi mezzi investigativi di cui la magistratura dispone, hanno portato alla luce una più ampia rete di traffici criminali facenti capo all’ organizzazione.

Si potrebbe, dunque, concludere con una riflessione: non sono i mezzi investigativi che devono essere ridimensionati, ma l’ utilizzo inappropriato di dati riservati, diffusi al grande pubblico per scopi mediatici e sensazionalistici, che deve essere fermamente sanzionato.

Non emergono al momento rilevanti esigenze di riforma, se non a tutela della normativa già vigente, che rischia di subire un duro colpo se i disegni di legge sulle controriforme venissero approvati, ma per il momento, il rischio è stato sventato. Ciò che invece, risulta veramente importante ai fini di una valida politica di contrasto, è sicuramente una maggiore sensibilizzazione alle tematiche dell’ antimafia e soprattutto, alle esigenze strumentali che questa lotta richiede. Bisogna garantire a chi di competenza, i mezzi per svolgere al meglio il proprio lavoro.

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