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Back La rivista Editoriali Anno VIII Numero 4 - 2008 N60

Anno VIII Numero 4 - 2008 N60

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Gioco criminale

di Giorgio Bongiovanni


Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.


In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.
Nel recente rapporto di Amnesty International si legge invece che Cina, Russia e Stati Uniti, divisi su tutto, sono in perfetto accordo nel pilotare il commercio delle armi. E in aperto contrasto, insieme a Egitto, India e Pakistan, con le richieste di Amnesty di impedire i trasferimenti di armamenti laddove vi sia “il rischio sostanziale” che essi possano essere usati “per compiere gravi violazioni del Diritto internazionale dei diritti umani e del Diritto internazionale umanitario”.
“Nonostante il massiccio semaforo verde della maggior parte dei Paesi – ha dichiarato Brian Wood, responsabile della Ong – una piccola minoranza di scettici vuole mantenere l’attuale carneficina e continuare a chiudere un occhio su trasferimenti di armi palesemente irresponsabili, rendendo deboli e inefficaci i controlli nazionali e gli embarghi dell’Onu sulle armi”. E così mentre Cina e Russia rimangono i principali fornitori di armamenti convenzionali al Sudan – che l’esercito usa per perpetrare gravissime violazioni dei diritti umani in Darfur, dove si contano più di 400mila morti tra i civili – gli Stati Uniti, dal 2003, hanno finanziato la maggior parte della fornitura di oltre un milione di fucili, pistole e armi da fanteria per i 531.000 membri delle forze di sicurezza irachene. Fornitura che ha contribuito alla proliferazione di armi e al perdurare di quel sistema di violenza e repressione già in corso ai tempi di Saddam Hussein.
Anche in Birmania, recente protagonista della protesta non violenta dei monaci, repressa nel sangue, le ben note violazioni dei diritti umani non hanno impedito a Cina, Serbia, Russia, Ucraina e India di fornire mezzi blindati, camion, fucili e munizioni. Stesso discorso per la Colombia, il Guatemala, la Guinea, la Somalia e l’Uganda.
E la nostra Italia? Dove si colloca in questo criminale quadro internazionale?
Il nostro piccolo Paese, culla del cristianesimo, sede dello Stato Pontificio, ha speso in un solo anno 33,1 miliardi di dollari per il commercio delle armi, è piazzato ai primi posti della classifica per la loro vendita e grazie all’industria Beretta si pone ai vertici della produzione internazionale della pistola.
Milioni di mine made in Italy sono pronte ad esplodere nel Sudest asiatico e nei Balcani, decine di Paesi che agiscono in violazione dei diritti umani sono stati armati da noi e i presidenti delle più importanti realtà armiere europee sono sempre nostri connazionali. Ancora. In epoca di grandi privatizzazioni, per il tramite di Finmeccanica la massima produzione di armi rimane nelle mani dello Stato mentre dal 1945 ad oggi il Bel Paese si è piazzato, di anno in anno, tra i primi dieci produttori di armi di tutto il pianeta.
In Italia, come nel resto del mondo, l’industria bellica rimane quindi ai primi posti per fatturato, seguita soltanto da quella della droga. E per avere un’idea della solidità economica di questo mercato basti pensare che mentre tutte le aziende tracollano in Borsa le azioni delle industrie di armi sono le uniche a risalire nelle quotazioni.
Nel solo 2008, ce lo dicono ancora i dati, il fatturato mondiale della vendita di armi raggiungerà i 1.500 miliardi di dollari. Una cifra inimmaginabile che corrisponde a più del doppio di quella che sarebbe necessaria a risollevare l’intero sistema economico mondiale.
Ma allora perché vogliono farci credere che l’economia non sia sanabile?
Cosa si nasconde dietro questa facciata?
Chi veramente gestisce il potere nel mondo?
Chi mantiene vivo questo sistema economico?
Assassini, criminali per nulla scalfiti dalla gravissima crisi, al contrario arricchiti sul sangue degli innocenti. Una mafia peggiore, se possibile, di quella violenta e sanguinaria di Totò Riina, che siede nei salotti bene delle nostre città e pianifica a tavolino la morte di milioni di persone per puro interesse personale.
Una mafia cinica che noi, nel nostro piccolo, continueremo a denunciare.

Giorgio Bongiovanni

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