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Michele Riccio - 23° parte - La Grande Illusione

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di Michele Riccio

Proseguiamo, dai numeri precedenti, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello dei carabinieri Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.




Dieci anni fa, il 10 maggio 1996, Luigi Ilardo, vice capo provinciale della famiglia mafiosa di Caltanissetta e cugino di Piddu Madonia, veniva ucciso a Catania da killer di Cosa nostra.
Ilardo moriva perché non doveva parlare di Mafia, di quell’antica, di quella cosiddetta “buona”, che uccideva solo quando era costretta o quando doveva assolvere, anche a suo discapito, ad una richiesta che le veniva da quella parte delle Istituzioni alla quale non poteva dire di no, perché fondamento della sua esistenza e tutela.
Questo Ilardo aveva anticipato con veemente determinazione, propria di quelle scelte che nascono dal cuore, una settimana prima, al col. Mori presso gli uffici del ROS in Roma, dove lo avevo accompagnato e pochi istanti prima d’incontrare le Autorità giudiziarie di Palermo e Caltanissetta.
Giorni dopo, venduto insieme alla verità, tradito da uno di noi continuità e garante di quella parte delle Istituzioni che temeva le conseguenze della sua collaborazione con la giustizia, veniva ucciso in ossequio a quella logica criminale che vuole, quando ci si trova di fronte a uomini non condizionabili o gestibili, la loro eliminazione.
In quell’incontro romano ai magistrati siciliani Ilardo, oltre a rappresentare la volontà di voler collaborare ufficialmente ed il suo ruolo in Cosa nostra, fece presente di aver incontrato mesi prima, il 31 ottobre 1995, Bernardo Provenzano, il capo “buono” di Cosa nostra.
L’aveva lasciato, dandone a noi l’esatta indicazione ricca di particolari importanti, in una malridotta masseria con ovile, che come altre contraddistingue quelle campagne di terra marrone scuro ed argillosa popolate da pastori e contadini, che si estendono tra Mezzo Juso, luogo dove l’aveva incontrato e la dirimpettaia Contrada Montagna dei Cavalli in Corleone, dove ora è stato trovato.
Da allora sembra che nulla sia cambiato, l’oggi è come l’indomani di quei giorni, immutati i luoghi ed i casolari, immutate le persone che favorivano e proteggevano la latitanza del capo di Cosa Nostra e stessa l’immagine di Provenzano.
Rileggendo le mie relazioni sull’incontro di Mezzo Juso tra Provenzano ed Ilardo e parte del rapporto Grande Oriente, sembrano lo scorrere della cronaca di questi giorni sull’operazione della Polizia di Stato, che ha condotto all’arresto di Provenzano.
Una fotografia nitida e per nulla sbiadita dai dieci anni trascorsi, anzi più viva che mai, con quello stesso costone di montagna che corre dominando un lato dei due casolari rifugio del latitante.
Stessa la caratura, gli atteggiamenti e la metodica delle frequentazioni dei vari favoreggiatori, come la tipologia delle auto da loro utilizzate per muoversi in campagna, come la Fiat campagnola furgonata verde utilizzata da Nicolò La Barbera in Mezzo Juso, il pastore custode di Provenzano al quale era solito preparare il pranzo perché a conoscenza delle esigenze alimentari del suo capo.
Aderente come una fotografia la descrizione di Provenzano consegnatami da Ilardo: “alto poco più di 1,70 m., magro, il volto scarno, le guance incavate, le tempie segnate da due fossette ed i capelli fortemente stempiati e bianchi con sfumature tendenti al rossiccio segno di una vecchia tintura ai capelli. All’incontro si era presentato vestito con una maglietta polo sotto un maglione dal collo a V, pantaloni a coste larghe e giaccone pesante, il classico abbigliamento dell’agricoltore e consono al suo aspetto”.
Immutate anche le attività di Provenzano: scrivere a macchina, spesso su bigliettini gialli a quadretti, che poi accuratamente arrotolava chiudendoli nello scotch dopo averli prima contrassegnati con numeri, riferimento di canali e persone per comunicare le sue direttive e poi nel tempo libero lavorare con passione e competenza la ricotta. 
Quella stessa ricotta, della quale non mancava di fare dono alle donne dei Madonia, che andavano a trovarlo anche per portargli quelle medicine indispensabili per curare la sua prostata ed introvabili in Sicilia e riconoscente era attento a prepararla secondo i loro gusti.
Ilardo mi confidò di essere stato un po’ deluso dal nuovo Provenzano. Il carisma era quello di sempre, inalterata la capacità di leggere gli avvenimenti e giudicare le persone, ma non era più deciso come un tempo, più basso il profilo, con troppe attese nel “futuro” per il quale lavorava e troppi ricorsi alle divine assistenze.
Ritengo che Provenzano più d’altri mafiosi abbia mutuato per i suoi interessi e quelli di Cosa nostra le parole del credo cattolico, umiltà e rispetto delle regole insieme ad ordine ed obbedienza, fiducia, per credere ed operare in un domani migliore e sopportare meglio le difficoltà quotidiane.
L’onore mafioso, l’impegnarsi a difendere un diritto, il sentirsi parte integrante di una religiosità mafiosa tende a dare una giustificazione non solo a se stessi, ma a tutti, l’agire in ossequio ed in armonia ad un ordine superiore, di cui ognuno è parte con un ruolo ben definito ed ogni azione, anche la più violenta, estrema risorsa, è nel rispetto e tutela di questo credo.
La maniacale precisione con la quale Provenzano catalogava ogni richiesta anche quelle esterne all’organizzazione dando poi le opportune direttive affidate ai soliti pizzini, che con consumata abilità riusciva a scrivere a macchina, la vastità dei temi trattati dalla più semplice delle raccomandazioni al risolvere liti e contenziosi evidenziano come il vecchio boss gestisse appieno la struttura territoriale di Cosa nostra perfettamente integrato nella realtà quotidiana.
La necessità costante di affermare la presenza sul territorio, l’esigenza di mimetizzare meglio il suo aspetto in detto ambiente, la pronta mobilità in caso di necessità senza dover rimpiangere la più semplice delle comodità, possibile errore, lo avevano indotto ad una vita dura e senza fronzoli e di ciò, Ilardo, ne aveva dato ampia immagine.
Provenzano non è stato il solo capo o personaggio di rilievo in Cosa nostra a dare un simile esempio di vita, così Michele Greco, Pietro Aglieri e tanti altri. Anche nel corso delle mie indagini ho riscontrato analoghe condizioni di latitanza.
Vaccaro Domenico, capo provinciale di Cosa nostra per Caltanissetta, quando lo catturammo il 21 dicembre del 1994 era nascosto in un fatiscente casolare in località Cegana – agro di San Cataldo (CL). Solo il ritrovare un mucchio di matrici di sistemi milionari giocati ogni settimana al totocalcio fu l’unica contraddizione di quello stato di vita e sintomo di un celato benessere economico.
L’arresto di Fragapane Salvatore, capo provinciale d’Agrigento, che operammo successivamente il 25 maggio 1995, avvenne presso una masseria con ovile in Contrada san Liberto di Casteltermini (AG). La metodologia di ricerca fu simile a quella ora seguita per localizzare Provenzano.
Avevamo solo individuato la casa dove il latitante effettuava i vari incontri con gli affiliati dell’organizzazione e presupponendo che il suo rifugio si celasse in uno dei tanti casolari molti con ovile che si trovavano nei dintorni, per più giorni con alcuni miei uomini svolsi appostamenti da una vicina altura armato di un potente binocolo per analizzare i vari casolari e le abitudini dei contadini e dei pastori che li frequentavano.
Così una mattina gli atteggiamenti sospetti di una famiglia di pastori, i Di Piazza, padre e figli ed i movimenti incauti di un personaggio, che d’improvviso si materializzò dopo giorni di appostamenti uscendo da una piccola casupola adiacente all’ovile tra mille cautele, per poi farvi immediato ritorno scoprendo così la sua presenza ed in modo così anomalo, ci condussero ad individuare il rifugio del Fragapane che venne tratto in arresto, tra formaggi e bottiglie di chivas.
Il giorno che individuai il casolare di Mezzo Juso proposi di seguire anche questa metodologia richiamando la felice esperienza investigativa e mi offrii per condurla. Avevo già individuato sulla vicina e dominante montagna, la stessa che congiunge Contrada dei Cavalli dove ora si nascondeva il Provenzano, il luogo dal quale potevo condurre gli appostamenti armato del solito cannocchiale.
Nessuna considerazione e quali indagini poi svolsero quegli esperti del fenomeno di Cosa nostra per me è ancora un mistero, mentre è storia che nel gennaio 2001, cinque anni dopo, la Polizia di Palermo in quel casolare di Mezzo Juso arrestava il latitante Benedetto Spera, fedelissimo di Bernardo Provenzano ed il pastore Nicolò La Barbera detto “Colò”, il proprietario della Fiat campagnola di color verde, quello che confezionava anche il pranzo al capo di Cosa nostra.
Provenzano era lì, a pochi passi, nell’attesa di essere visitato da un medico per i soliti malanni alla prostata che lo facevano sempre più dannare in quei giorni, ma per sua fortuna riuscì a fuggire, per poi ricomparire ora, 51 casolari più avanti.
Nel frattempo lo “Zio” ha continuato a lavorare nell’ombra, come sempre, per sé e per gli “altri”, re incontrastato di quell’agire fatto di doppiezza e di ambiguità, come quando proteggeva e favoriva la carriera politica di Ciancimino per sfruttarne le relazioni e gli affari o come quando assecondava Riina, mentre questi combatteva militarmente lo Stato, lui colloquiava con settori delle istituzioni sue vecchie conoscenze, tessendo le sue trame per nuovi accordi nella politica e negli affari.
Ora Provenzano l’inafferrabile non esiste più, ma non bisogna cadere nella trappola per topi,  non bisogna inseguire quelle voci, tante, troppe, che rincorrono e propongono nuovi successori e chi gli succederà rappresenterà qualcosa di diverso.
Cosa nostra quella rappresentata da Bernardo Provenzano e dagli uomini come lui che l’hanno preceduto si è trasformata ed inabissata, rimanendo visibile solo una parte, quella che popola quei duecento e passa pizzini lasciati in eredità da Provenzano.
Nomi e circostanze, che impegneranno ora per lungo tempo le attività di magistrati ed investigatori per turbare il sonno d’alcuni siciliani, ma non bisogna dimenticare che quel “contadino” dal sorriso sottile, quasi beffardo è un anello di una catena che parte da don Calò Vizzini, dalla strage di Portella della Ginestra per giungere alle stragi degli anni ‘92 e ‘93, ai tanti intrecci politico affaristici ed ai tanti delitti commessi per eliminare i pericoli a quel sistema di potere di cui è congiunzione.
Non deve più nascere e prosperare un nuovo Provenzano, non deve scendere la nebbia, l’impunità su quei settori trasversali delle istituzioni deviate ai quali Cosa nostra è stata ed è ancora subalterna. Si deve dare una identità ai quei registi occulti e non si deve consentire loro di scomparire o sbiadire nelle pieghe dello scorrere del tempo.
Bisogna impedire che il fiume mediatico di questi giorni, viaggiatori del nulla, crei disinformazione offrendo l’immagine di un contadino malato che mangia cicoria e ricotta, quando per anni il suo ruolo in Cosa nostra è stato volutamente sottovalutato e nemmeno cercato come mi ricordava Ilardo quando alcune volte lo sollecitavo con maggiore insistenza ad ottenere l’incontro con il suo capo, quando quel contadino dal sorriso beffardo ha saputo trattare più di altri a destra ma anche a sinistra.
Non bisogna dimenticare che Cosa nostra ha sempre saputo affrontare e superare i vari cambiamenti. Oggi però il mondo è totalmente mutato e così anche Cosa nostra; i figli sono diversi dai padri, hanno cultura, maggiori capacità imprenditoriali, sanno come ricorrere ed utilizzare gli esperti in ogni settore, da quello del semplice commercio a quello della finanza e gli ingenti patrimoni dei padri sono nelle loro mani.
Oggi rispetto a quel passato nel quale operavano i Sindona, i Pier Luigi Torri, i Calvi è molto più facile mimetizzare il denaro provento di illecite attività gestirlo e reinvestirlo.
La Cosa nostra di Provenzano ha imposto la pax mafiosa. Sono fortunatamente lontani i tempi degli omicidi e delle stragi che sconvolsero Palermo e l’Italia tutta, come è un lontano ricordo quel 12 marzo 1992 quando in Palermo Salvo Lima cadeva ucciso raggiunto dai colpi di pistola esplosi dai sicari di Cosa nostra, morte che iniziò a segnare il dramma di Andreotti e di tutta la Dc in Sicilia.
Ora Provenzano è stato catturato, portando con sé l’immagine di quel contadino mite e malato con i suoi duecento pizzini e Giulio Andreotti ha commentato lapidario: “Hanno preso Provenzano? Meglio tardi che mai. In passato era uno dei capi, ora non so, forse ci sono nuove generazioni. In Sicilia il potere della mafia dura da secoli. Bisogna voltare pagina, ma uscirne del tutto forse è impossibile". Pochi giorni dopo era nominato quale candidato della Casa delle Libertà a presiedere il Senato.
Nessuno neanche la Politica possiede la magia della grande soluzione e chi dice di possederla è un illusionista, uno che tenta di avere in proprio potere gli altri, specie i più deboli e gli ingenui.
Ambiguità, ipocrisia, rinunce alla propria identità sono compromessi alla costruzione di una comoda e finta democrazia; come sovente mi ripete un mio amico, la parola fa l’uomo libero, chi non si può esprimere è uno schiavo. Parlare, ricercare la verità, comprendere la propria storia è un atto di libertà, e sempre le parole del mio amico mi ricordano che l’intelligenza riduce il destino: finché un uomo pensa è libero.
Ho l’impressione che oggi solo pochi cerchino effettivamente la verità, chi tenta di farlo viene duramente combattuto, osteggiato, messo all’angolo per poi essere calunniato, dileggiato a seconda del momento e delle convenienze. Inevitabilmente si accorgerà di essere solo, senza il supporto di nessuno, non farà parte di alcuna squadra, la sua voce non avrà alcun eco, sarà messo all’indice, tutto gli diventerà più difficile, per lui niente sconti, nessun favore e tutto ciò accadrà nell’indifferenza più totale, quando molti conoscono la verità.
Credo che molti tacciano perché hanno approvato certe gestioni ed addirittura ne erano anche complici, tanti tacciono per paura o per viltà, altri per pervenire ad un illusorio potere personale.
Il sottovalutare ancora una volta Cosa nostra, abbassandone anche il profilo, dimenticando il ruolo che i vari uomini d’onore ritenevano d’assolvere, amministratori di uno Stato d’ombra, come più volte ha ricordato anche Ilardo e ritenendola un fatto esclusivamente siciliano, progressivamente farà calare la nebbia sui confini e sui rapporti con le Istituzioni deviate.
Stessa sensazione che mi ha dato il leggere in questi giorni su un giornale il commento alla pubblicazione di un libro resoconto di un giro fatto per l’Italia alla ricerca delle sepolture quale immagine e sintesi della vita di molti uomini che hanno segnato il nostro tempo.
Era scritto: “sepolture di chi ha fatto la storia del nostro secondo dopoguerra. Politici, scrittori, attori, cantanti, sportivi, imprenditori, giornalisti, magistrati, militanti della lotta armata. Ci sono i delitti: Moro, Mara Cagol, Don Puglisi, Falcone e Borsellino. Sulla tomba di Mara Cagol accucciata in posa da ragazza sorridendo c’è scritto: chi dona la sua vita la salva. Su quella di Mario Galesi, qualcuno ha fatto incidere versi di Bertolt Brecht: I fortissimi lottano per tutta la vita, costoro sono indispensabili.”
Credo che se la morte ci rende tutti uguali è diverso per molti il modo in cui avviene. Moro, Don Puglisi, Falcone e Borsellino sono morti per difendere ed affermare quelle libere e democratiche Istituzioni che mafiosi e militanti della lotta armata come Mara Cagol e Mario Galesi con la violenza delle armi e delle bombe hanno invece combattuto.
Non vorrei che il generalizzare, piuttosto di riflettere scomodamente sul passato, sia scorciatoia per puntare sul futuro, questo è fuggire in avanti, forse per evitare anche delle responsabilità e così si concorre sempre più ad alimentare quella atmosfera di confusione e dubbio che circonda tanti avvenimenti tragici della storia del nostro dopoguerra.
Bernardo Provenzano fa sapere che è curato, si affida ai Santi e tratta la sua anima e di qualche altro devoto per dissociarsi dal peccato. Ilardo aveva fatto la sua scelta ed avrebbe voluto parlare ai magistrati di delitti eccellenti tra i quali quello di Piersanti Mattarella, Insalaco e Pio La Torre indicando quei mandanti esterni a Cosa nostra, ma non fece in tempo, come non fece in tempo Salvo Lima  a raggiungere l’Hotel Palace dove stava organizzando il ricevimento in onore di Andreotti.   
   
Michele Riccio



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Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.


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