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Michele Riccio - 18° parte - Un Affare di Famiglia

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di Michele Riccio

Proseguiamo, dai numeri precedenti, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello dei carabinieri Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.






L’ultima volta che ero stato a Mezzojuso era l’alba del 16 novembre 1995, il giorno in cui avevo eseguito con Ilardo un secondo sopralluogo del sito dove aveva incontrato Bernardo Provenzano.
Anche quella volta, anche se con crescente perplessità e sospetto, riconfermai al Comando ROS le solite indicazioni che il collaboratore mi aveva dato dopo il contatto con il latitante e riscontrate puntuali già nel corso del primo sopralluogo.
Erano già trascorsi più di quindici giorni dall’incontro con lo “zio” ed il sentir dire che gli specialisti del ROS non erano ancora riusciti ad individuare l’obiettivo, nonostante le indicazioni fossero così precise, non mi faceva stare per niente bene. Senza contare l’imbarazzo di trovare una scusa plausibile per un Ilardo che già si aspettava l’arresto del capo di Cosa nostra.
Ricordo che il giorno seguente, quando ritornai a Roma, feci presente al col. Mori tutte le mie perplessità, l’imbarazzo nel rispondere alle domande di Ilardo e la difficoltà di sostenere i suoi sguardi interrogativi, perciò gli ribadii di affidarmi le indagini su Mezzojuso.
Non servì a nulla ricordargli che con molti meno dati a disposizione, (questa volta avevamo numeri di targa, di telefono e nomi di persone), pochi mesi prima, il 25 maggio, operando in un simile contesto operativo, io e pochi uomini della DIA eravamo riusciti a catturare nelle campagne di Contrada San Liberto di Casteltermini il latitante Fracapane Salvatore.
Osservando, nascosti su un rilievo vicino per più giorni ininterrottamente, la casa dove questi organizzava gli incontri con i vari affiliati dell’organizzazione, non solo avevamo preso il Fracapane, capo provinciale di Cosa nostra agrigentina, ma eravamo riusciti ad individuare anche il suo rifugio arrestando chi gestiva la sua latitanza.
Anche questa volta mi venne ribadito seccamente che quello non era un mio compito, ma degli specialisti del ROS e che la mia unica preoccupazione doveva essere quella di gestire Ilardo.
Ora dopo quasi dieci anni da quel giorno, eccomi oggi, 6 marzo 2004, nuovamente a quel bivio di Mezzojuso con Lorenzo Baldo, vice direttore di Antimafia, dopo aver raccolto l’invito di un giovane e bravo regista siciliano per dare il nostro contributo a ricostruire quel momento storico; quando avevamo avuto tutte le possibilità di prendere Bernardo Provenzano.
Eccomi ad indicare l’ansa del bivio dove Ilardo e Vaccaro Lorenzo, gente della Famiglia di Caltanissetta, avevano atteso con tranquillità l’arrivo di Giovanni, un messo dello “zio”, alto circa 1,70 m, sui 35 anni, con gli occhiali ed i capelli molto brizzolati.
Dopo uno sguardo fugace intorno nel salutarli li aveva fatti salire sulla Ford Escort diesel targata Pa B00057 con la quale era arrivato e li aveva portati dove già li attendeva Bernardo Provenzano.
Era stata una breve e tranquilla corsa, trascorsa chiacchierando lungo la super strada detta scorrimento veloce che porta ad Agrigento e prima di Vicari, dopo aver superato un distributore della Esso e percorso altri 2,5 km, avevano imboccato una trazzera posta sul lato destro al centro di una curva.
Era per altro l’unica stradina che si collegava a quel segmento di strada ed una volta imboccata si erano trovati in direzione di Palermo, come se stessero per tornare indietro poiché nel primo tratto quella trazzera correva parallela alla super strada inerpicandosi verso l’alto.
Dopo 2 km lungo quella strada dissestata erano infine giunti alle due case coloniche con ovile, le uniche di quel fazzoletto di campagna.
Una volta con Provenzano, guardando fuori della finestra Ilardo aveva notato alcuni silos solitamente utilizzati per lo stivaggio del grano. Erano su una vicina altura, allineati lungo una stradina che raggiunge l’affacciante paesino di Campo Felice.
Quei silos all’alba dei nostri sopralluoghi ci avevano sempre guidato puntuali ed affidabili con la loro luce gialla che si notava da lontano e che dominava le due case con l’ovile.
Ilardo aveva anche annotato mentalmente il numero di telefono: 091.6966242, quando il Giovanni lo aveva dato al Ferro Salvatore, giunto dopo al casolare. Doveva servire nel caso ci fosse stata la necessità di concordare un incontro urgente con lo “zio” ed il Giovanni aveva precisato che era una nuova utenza, non ancora riportata in elenco.
Quella mattina Ilardo aveva conosciuto anche il proprietario delle due case con ovile, giunto nella tarda mattinata alla guida di una campagnola Fiat di colore verde. Era stato lui a preparare il pranzo a Provenzano mostrando di conoscere le esigenze alimentari del latitante dovute al suo stato di salute; gli aveva infatti cotto la carne al sangue e senza sale.
Il “Cono”, così aveva inteso lo chiamassero, era una persona di circa 60 anni, robusto con i capelli brizzolati tendenti al bianco ed alto circa 1,68 m, identificato poi in Nicolò la Barbera detto Colo’.
Sei anni dopo, nel gennaio 2001, in quelle due case con ovile di Mezzojuso, la Polizia di Palermo arrestava il Nicolò la Barbera insieme al latitante Benedetto Spera, fedelissimo di Bernardo Provenzano, ciò dopo mesi d’intercettazioni telefoniche ed appostamenti eseguiti nel tentativo di giungere alla cattura del capo di Cosa nostra.
Ora, rivedere quei luoghi, mai più rivisti nonostante fossi più volte sceso in Sicilia, con l’amara consapevolezza di quanto era accaduto e l’aver trovato immediatamente la trazzera, quasi fosse una fotografia ferma nel tempo, credevo mi facesse avvertire una particolare sensazione, ma invece nulla, tutto ciò era distante, non più mio.
Solo una breve sensazione di umiliazione, di offesa, che mi ha fatto desiderare di non essere lì. Ma la determinazione a contrastare quanti come la mafia sperano che il tempo diluisca la memoria e le emergenze attenuino la priorità del contrasto, come si dice: il delitto perfetto è quello che uccide nel corpo e nella memoria, mi convinse poi a rispondere anche alle varie domande.
Agli amici che mi chiedevano ora cosa mi attendessi, ho detto “delle risposte”, ma non per me, per loro. Io ed Ilardo le nostre risposte le avevamo ricevute giorno dopo giorno ed io ancora le ricevo. Ilardo, l’ultima, l’ha ricevuta la sera di quel maggio 1996, quando la sorda esplosione di nove colpi di pistola furono l’ultima cosa che avvertì prima di morire.

Il partito trasversale


Lui, noi, non solo avevamo disturbato e strumentalizzato il compito del Provenzano di ricompattare le Famiglie di Cosa nostra, ora che finalmente aveva stabilito una intesa con un nuovo soggetto politico, ma solo nel nome “Forza Italia”, avevamo anche acuito così tanto i contrasti tra Ilardo ed alcuni affiliati dell’organizzazione da obbligare finalmente lo “zio” ad organizzare un incontro per risolvere il problema.
Una delle prime risposte che avevamo ricevuto era stata la raccomandazione  fatta dal Provenzano ad Ilardo di appianare ogni divergenza e di aver fiducia nel futuro: entro sette anni tutto sarebbe cambiato ed avrebbero ritrovato quelle condizioni di tranquillità per condurre con rinnovato profitto i loro affari.
Avevamo ancora dato fastidio con la nostra non governabilità. Con il solo desiderio e con l’impegno di dare un reale e serio contributo ad un cambiamento che aspettavamo senza pensare che il filo sul quale sapevamo di camminare fosse così sottile… Sottovalutazione del pericolo ?
Forse bene o male avevamo considerato che la nostra barca era giunta all’approdo, certo non era ancora finita la nostra storia. “Vedrà quante ce ne faranno passare colonnello”, ripeteva Ilardo, ma non si pensava che l’anello del molo al quale avevamo fissato la cima della barca fosse anch’esso marcio.
Avevamo creato difficoltà a chi stava portando avanti una trattativa che probabilmente non si era mai interrotta, perché il partito trasversale al quale appartiene Bernardo Provenzano ha radici antiche negli snodi importanti della società civile, della politica e delle Istituzioni.
Ilardo questo lo sapeva, lo temeva e lo ricordava sempre ed ancora.
Alcuni, parte di quel mondo che crede sia suo diritto dover tutto regolare, persino il pentimento, fissando regole e confini, (Cancemi questo l’ha vissuto) credeva anche questa volta di poter imporre la propria volontà.
Ma Ilardo la sua scelta l’aveva fatta sin dal principio e poi l’aveva anche anticipata prima d’incontrare i magistrati con fredda chiarezza: “….Molti attentati che sono stati addebitati esclusivamente a Cosa nostra, sono stati commissionati dallo Stato….”
Ed il partito trasversale era corso ai ripari. In continuità di quel contesto formato da massoni, spezzoni dei servizi segreti, appartenenti alle Istituzioni deviate e politici di loro riferimento, responsabili di quegli attentati anche stragisti che avevano segnato tragicamente gli anni ‘74 – ‘77 per spostare l’asse politico, avvalendosi anche delle complicità di appartenenti alla destra eversiva.
Questa era stata la spiegazione che mi aveva dato per meglio farmi comprendere quale sarebbe stato l’ambiente oggetto delle nostre indagini, per evidenziare le complicità e gli anelli di congiunzione tra mandanti mafiosi ed i mandanti esterni di delitti eccellenti come quelli di Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Insalaco, le stragi di Capaci e via d’Amelio nel 1992; Roma, Firenze e Milano nel 1993.
Quello era lo scopo delle nostre indagini e non la semplice cattura dei latitanti, attività precipua della polizia giudiziaria che non prevede l’obbligo d’informare la magistratura dei contenuti del nostro lavoro come qualcuno tenta ancora di dire.
Provenzano per noi era la fonte delle nostre acquisizioni. Lo studio e l’analisi per meglio comprendere le finalità delle nuove strategie mafiose, l’evoluzione di Cosa nostra e l’auspicata cattura del latitante sarebbero state la conclusione della fase operativa sul territorio, per poi transitare alla collaborazione ufficiale di Ilardo con la giustizia.
Ma Provenzano necessitava al partito trasversale, doveva ancora alimentare la sua leggenda di inafferrabile primula rossa, agevolata anche da una complice e non si capisce quanto innocente sottovalutazione del personaggio.
Provenzano è l’unico al momento che può governare Cosa nostra. Non ha bisogno di soldati per affermare il suo potere, ha il prestigio, la conoscenza del passato dei suoi efferati crimini e l’arte del ricatto, ma per assolvere al suo compito ha la necessità di mantenere compatta l’organizzazione ed esercitare il controllo del territorio.
Ad una mafia fuori che ha ripreso a muoversi con sufficiente tranquillità operando estorsioni e imponendo subappalti in attesa di transitare al banchetto delle grandi opere (promessa riconfermata) c’è un’altra mafia in attesa nelle carceri. E questo lo “zio” lo sa bene.
Anche a loro deve rendere conto Provenzano. Alcuni hanno fatto parte del gioco della trattativa ed a questi deve garantire un futuro, non certo quello dell’ergastolo.
E che non si debba ancora turbare la trattativa, ritengo che il dr. Alfonso Sabella magistrato e già responsabile dell’ufficio centrale ispettivo del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) l’abbia pensato ancora una volta negli ultimi tempi.
Questo magistrato proveniente dalla Procura di Palermo, prima di vedersi soppresso l’ufficio del Dap che dirigeva, revocata la scorta e tornato a fare il magistrato, aveva inopportunamente fatto fallire nel 2000 il tentativo promosso da un gruppo di detenuti mafiosi: Salvatore Biondino, Pietro Aglieri, Piddu Madonia e Giuseppe Farinella d’incontrare, all’interno del circuito carcerario, gli altri detenuti mafiosi Nitto Santapaola, Carlo Greco, Salvo Madonia e Pippo Calò, rappresentanti delle varie anime dell’organizzazione, per decidere la dissociazione da Cosa nostra.
Ilardo, come scritto nel rapporto Grande Oriente, questo progetto, prodotto della furbizia, lo aveva già anticipato e sicuramente avrebbe ancora aggiunto qualcosa su tutta la trattativa.
La ventilata possibilità di “dissociarsi” aveva anche il sostegno di parte del clero, ma Cosa nostra in realtà mirava solo a far credere di essere realmente intenzionata a deporre le armi e scomparire mentre invece voleva rendere noto quanto era già intuibile per poi inabissarsi mutando pelle.
In caso di necessità qualcuno pronto a sparare, pagando, si sarebbe sempre trovato.  Ne sono un chiaro esempio gli eserciti privati che scorrazzano in lungo ed in largo, anche nei teatri di guerra, a tutela degli interessi di chi ha il denaro ed esercita effettivamente il potere, con il beneplacito dei dipendenti Governi. E questo non è futuro, è già presente.
Era ancora il partito trasversale, che fino a quel momento aveva dato strumentale sostegno a Giovanni Falcone, a correre ai ripari quando si avvide che il magistrato faceva finta di non comprendere che la sua funzione al ministero era solo amministrativa. E che in realtà stava continuando ad indagare con l’aiuto di Borsellino, invece di sistemare le ansie dei vari politici riferimento della mafia a Palermo.
E Borsellino, pagherà anche lui con la vita l’impegno di voler proseguire il lavoro dell’amico. Significativo testamento di questo impegno fu il suo ultimo intervento del 25 giugno 1992 all’assemblea presente quel giorno alla biblioteca di Palermo.       
Il giudice disse che prima di fare delle pubbliche valutazioni delle tante confidenze ricevute da Falcone, ne avrebbe parlato nella sede giudiziaria competente per fare luce sulla morte dell’amico.
Ilardo mi confidò che aveva saputo che il mandante dell’assassinio di Falcone, della moglie e degli uomini della scorta, era stato l’On. Martelli che agiva su disposizione dell’On. Andreotti al quale era legato.
In questi anni abbiamo assistito ad un ritorno all’antico, con il feroce e l’amaro sospetto che l’alleanza mafia-politica sia diventata sempre più stretta, nel reciproco interesse dell’attivazione del circuito potere-profitto, profitto-lavoro. Contemporaneamente i referenti di quel sistema che dovevamo investigare, estirpare, hanno progressivamente e scientemente occupato lo Stato, le Istituzioni e le zone d’influenza anche mediatica, creando un sistema che via via sta soffocando ogni libertà.
I problemi per Falcone e Borsellino iniziarono quando le loro indagini dai mafiosi si estesero ai  Salvo, a Ciancimino e ai cavalieri di Catania. Ora i loro amici e gli uomini della P2 sono ritornati in auge, sono anche a tutela delle nostre libertà ed ai vertici delle rappresentanze militari.
I nemici della libertà non sono quelli che l’opprimono, ma quelli che la deturpano. Maschere !
Di fronte a seri problemi di terrorismo, leggo di esperti di antiterrorismo che affermano della nascita di una internazionale del terrore che colpisce senza obiettivi precisi, schegge impazzite di un non definito terrorismo internazionale che vagano per chiese e cattedrali.
Di unabomber che dopo dieci anni di attentati non ha ancora un profilo. Bombe che esplodono a Genova Sturla, video cassette esplosive con tanto di mittente, il tutto attribuito a non meglio definiti ambienti anarco insurrezionalisti.
Indagini che si svolgono con circospezione in una galassia imprevedibile per definizione dove operano gruppi che colpiscono all’improvviso, per poi defilarsi, sciogliersi e ricomporsi nuovamente.
Tutto ciò ha per me un sapore di antico, di già visto, parte di un terrorismo cavallo di Troia.
La memoria è tutto. Il gen. Dalla Chiesa, nel maggio del 1981, allora Comandante della Prima Divisione Carabinieri Pastrengo di Milano, ai magistrati di Milano dr.i G. Turone, G. Colombo e G. Viola dichiarava: Il tutto contribuì a rafforzare in me i sospetti che le manifestazioni delinquenziali che si erano registrate in passato nella mia giurisdizione e che erano state attribuite all’estrema destra potessero anch’esse trovare supporto o sostegno in Ambienti Politici e non lontani dall’Ambiente della Massoneria.
Ancora il gen Dalla Chiesa in un articolo pubblicato da Giuseppe Fava sulla rivista I Siciliani dal titolo I nemici di Dalla Chiesa, parlava dei generali eccellenti e dei loro sottoposti affiliati a quel potere massonico-piduista presente nell’Arma fin dal 1972 e contro il quale aveva lottato con l’apporto di pochi come lo scrivente e l’allora col. Bozzo Nicolò.
Ora molti affermano strumentalmente di averlo conosciuto o di essere stati suoi dipendenti, gente sconosciuta o di cui egli non aveva nessuna considerazione, dove erano questi personaggi quando il Generale, come Prefetto, venne inviato a Palermo ?
In quella terra dove il Generale aveva già combattuto e denunciato la mafia criminale di Liggio e quella istituzionale di Vito Ciancimino viene lasciato solo, costretto anche a lasciare l’alloggio che occupava presso il Comando dell’Arma di Palermo. E poi gli hanno intitolato Caserme, piazze, strade e scuole.
Quante volte nell’accompagnarlo al porto di Genova da dove si accingeva ad imbarcarsi con la compagna Emanuela Setti Carraro alla volta di Palermo o al telefono, pronto come sempre ad assolvere ad un suo incarico, gli aveva chiesto di raggiungerlo e lui, con quel sorriso che sapeva essere bonario, mi aveva risposto: “Tu non ti devi preoccupare, presto verrai quando mi daranno gli uomini ed i mezzi richiesti, perché quello è il tuo compito”.
Già i mezzi e gli uomini.
Il giudice Falcone, nel ricordare la morte del Generale, di Mattarella, di Reina e di Pio la Torre affermava…“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la Mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.  

Provenzano, i suoi fedelissimi e….

Le risposte alle nostre domande sono tutte già scritte, era come quando con molte difficoltà accedevo agli archivi di un comando dell’Arma per trovare elementi utili alle mie indagini in Sicilia e mi accorgevo che tutto era già noto e non stavo scoprendo niente di sconvolgente o di inedito.
Antonino Giuffrè, ultimo pentito di mafia di livello, ha raccontato ai magistrati di Palermo che Provenzano, negli ultimi vent’anni, si era circondato di pochi fedelissimi, primi fra tutti Pino Lipari e Tommaso Cannella.
Erano stati loro che avevano aiutato più degli altri il capo di Cosa nostra a ricostruire una immagine all’organizzazione dopo la stagione delle stragi per poi ricompattarla.
Pino Lipari era stato il suo consigliere politico imprenditoriale, l’interfaccia tra Cosa nostra ed il mondo politico ed economico.
Tommaso Cannella, boss di Prizzi, era una delle persone di cui Provenzano si fidava particolarmente per spostarsi da un luogo all’altro.
Giuffrè ha ricordato che sovente, durante la latitanza che per alcuni mesi Masino (Cannella ndr.) aveva trascorso con Provenzano, era andato a trovarli nella villetta di Mezzojuso, vicina a quel casolare dove Ilardo aveva incontrato il capo di Cosa nostra.
Ah esperienza Fracapane docet!
Tommaso Cannella non aveva alcuna preoccupazione o timore nel muoversi, nonostante fosse consapevole di essere un latitante ed oggetto del desiderio delle Forze di Polizia. Più di una volta tutti assieme avevano preso il sole nella villetta di Mezzojuso, organizzando anche qualche bella mangiata al termine di un summit come solo i mafiosi sanno fare.
Giuffrè ha riferito anche della circostanza in cui una solita talpa avvisò Provenzano di stare alla larga dall’autoscuola Primavera posta nel cuore di Palermo e frequentata dal latitante per incontrare i suoi affiliati.
I Carabinieri la sorvegliavano perché avevano intercettato un discorso di Tommaso Cannella che doveva recarsi presso quegli uffici “per un discorso dello zio”.
Santi Protettori !
E che dire della memoria che Pietro Cannella, padre di Tommaso, boss di Prizzi, aveva presentato il 28 luglio 1971 al giudice del Tribunale di Sciacca per difendersi dall’accusa di danneggiamento per lo sconfinamento della sua mandria di bovini.
Non era vero quanto si diceva; che nel 1965 i militari del nucleo di polizia giudiziaria di Palermo, nel tentativo di catturare i latitanti Bagarella e Provenzano, fossero stati accolti a colpi di fucile mentre si avvicinavano alla sua fattoria.
Non era vera la notizia di essere stato proposto al provvedimento della sorveglianza speciale.

On.le  Presidente  …..il rispetto della persona umana, dell’ordine della libertà e della giustizia sono stati, durante i miei 78 anni di vita, canoni irrinunciabili, principi indispensabili ai quali deve ispirarsi chi vive in un consorzio civile.
Per l’onorabilità mia, per quella dei miei figli tutti professionisti, Silvestro dr. in giurisprudenza funzionario del Banco di Sicilia, Michele geometra dipendente Ente sviluppo agricolo, Tommaso perito agrario libero professionista, ecc.
Per quella della mia famiglia fra i cui componenti si annoverano un fratello di mia madre, dr. Luciano Gristina già Presidente della Corte d’assise di Roma, Antonio Menichetti, già Generale dei Carabinieri ed un mio nipote diretto anch’egli Generale dei Carabinieri in atto in servizio.
La prego vivamente v.s. Ill.ma di cui è ben nota la corretta imparzialità, di disporre – attingendo, a fonti obbiettive, più approfondite indagini per ristabilire la verità…..




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Il colonnello dei carabinieri
Michele Riccio


Il colonnello Michele Riccio inizia la sua carriera quando, dopo aver operato in Sardegna e sul confine Iugoslavo al comando della Tenenza CC. di Muggia (TS), nell’ottobre del 1975, viene trasferito al comando del Nucleo Investigativo CC. di Savona.
In seguito ad alcune fortunate operazioni di servizio che vedevano l’arresto di pericolosi latitanti affiliati alla ‘Ndrangheta, la liberazione di alcuni sequestrati e la risoluzione di alcuni efferati omicidi, veniva notato dall’allora Gen. Dalla Chiesa, comandante della brigata Carabinieri di Torino che gli affida numerose indagini molto delicate.
Questo rapporto continua anche dopo il suo incarico di Responsabile Nazionale del circuito carcerario; poi, alla conclusione della vicenda Moro, nel 1978, il generale Dalla Chiesa assume il comando del Nucleo Speciale Antiterrorismo e vuole il colonnello Riccio al comando della Sezione Anticrimine di Genova.
Il rapporto fra i due prosegue fino al giorno della tragica scomparsa del Generale e della moglie e non ebbe solo risvolti investigativi, ma anche personali e di affetto.
Alle sue dipendenze il colonnello Riccio gestisce i maggiori collaboratori, primo fra tutti, Peci, partecipando a numerose operazioni e missioni investigative anche al di fuori della Liguria. Nell’ambito di queste attività consegue anche la medaglia d’argento al valore militare.
Prosegue nel suo servizio dapprima sempre nei Reparti Speciali Anticrimine e poi al ROS, svolgendo operazioni nei confronti sia del Terrorismo Nazionale che Internazionale, vedi indagine Achille Lauro, cellula terroristica Hendawi, responsabile di numerosi attentati esplosivi, sia della Criminalità Organizzata di livello anche internazionale, contrastando, quindi, anche i traffici d’armi e di stupefacenti, non dimenticando sempre la liberazione di sequestrati, primo fra tutti la minore Patrizia Tacchella. E’ questa l’ occasione in cui Riccio conosce personalmente De Gennaro.
Tra le varie inchieste anche quelle sulla mafia siciliana, in particolare le connessioni relative all’appalto del Casinò di Sanremo negli anni ‘80 e quella contro gli affiliati della Famiglia di Bolognetta, i Fidanzati.
Dopo queste esperienze passa alla DIA dove riceve dal Dr. De Gennaro l’incarico di dare vita all’inchiesta che denomina «grande Oriente», dal nome in codice della fonte, «Oriente», aggiunge il termine «grande», con riferimento agli ambienti massonici che erano uno dei contesti principali dell’indagine e pericolosa continuità per il bene dell’Istituzione. Il resto è storia o cronaca.




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Mancata cattura di Provenzano: indagato anche Subranni


Dopo il generale Mori (ex dirigente del ROS e oggi direttore del SISDE) e il maggiore Obinu anche il generale, in pensione, Antonio Subranni è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Palermo che sta accertando le cause del mancato blitz di Mezzojuso. Quando cioè Bernardo Provenzano sfuggì per un soffio alla cattura dei carabinieri del Ros allora comandati dal colonnello Michele Riccio che oggi accusa i suoi superiori di essere stato fermato.
Giudato dalle indicazioni del suo confidente Luigi Ilardo, Riccio e i suoi uomini, il 31 ottobre 1995, giunsero nei pressi di una trazzera dove era in corso un summit tra il capo Provenzano e alcuni sodali tra cui l’Ilardo stesso.
Secondo la ricostruzione del colonnello la sua squadra era pronta ad intervenire, ma ricevettero ordini di limitarsi a svolgere attività di pattugliamento.
Riccio ubbidì e indicò nel suo rapporto di servizio le coordinate esatte della trazzera, ma per ben due volte gli fu detto che non era stato possibile rinvenire il luogo del summit.
Di recente Riccio, dopo dieci anni, è tornato in quei posti e come scriverà egli stesso per ANTIMAFIADuemila non ha avuto la minima difficoltà a trovare né il bivio di Mezzojuso né la trazzera nelle cui vicinanze sono stati arrestati Benedetto Spera vicinissimo a Provenzano e Nicolò La Barbera indicato da Ilardo come il vivandiere del superlatitante.
Nessun commento per il momento da parte del Generale Subranni che al tempo era a capo della divisione «Polidoro». A.P.



ANTIMAFIADuemila N°39

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