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Dalle intercettazioni ambientali “connivenze tra mafia e politica”
di Jessica Pezzetta

L’arresto


All’alba del 21 maggio scorso, in un casolare delle campagne di Monreale, precisamente in via Adragna, sono scattate le manette per il quarantasettenne Giuseppe Balsano, capomafia di Monreale. L’uomo, sorpreso dai carabinieri sulla soglia della casa che utilizzava per trascorrere la notte (di giorno, invece, viveva in un’abitazione situata a fianco a questa), alla vista degli agenti che avevano accerchiato la costruzione, si sarebbe arreso spalancando le braccia. Il covo era protetto da una porta blindata e da finestre munite di persiane metalliche. Al suo interno è stato ritrovato soltanto un letto.
I carabinieri di Monreale, coordinati dall’aggiunto Guido Lo Forte e dai pm Salvo De Luca e Francesco Del Bene, miravano alla cattura di Balsano già da due anni e mezzo e, nel corso delle indagini, avevano piazzato microspie ovunque. Così, nel marzo del 2001, ebbero modo di appurare in diretta i piani di una banda collegata al boss latitante specializzata in rapine in banca, anche tramite la complicità di un basista interno.
Grazie alle intercettazioni, quindi, il cerchio si è fatto via via sempre più stretto, fino a quando una telecamera piazzata davanti ad un negozio e controllata dai carabinieri non ha confermato che il covo del boss si trovava nel succitato casolare, in un vicolo senza uscita nella borgata di Aquino, a due passi dalla villa dei suoi gregari.
Con Balsano sono state arrestate per favoreggiamento altre quattro persone: Edgardo Cardella, titolare di una torrefazione situata in centro a Monreale, che ha finito per tradire il boss a causa di una conversazione con il figlio dello stesso Balsano, Castrenze; Vincenzo Madonia, che abitava nel medesimo complesso di Cardella; la di lui moglie, Antonina Fichera, che provvedeva alle necessità del latitante; il fratello della Fichera, Giuseppe, autotrasportatore a cui erano intestate le utenze del rifugio.

Il personaggio
 
Giuseppe Balsano era latitante da nove anni ed era considerato dai magistrati della Dda uno degli otto latitanti più pericolosi insieme a Salvatore Lo Piccolo e Giovanni Motisi. E’ già stato condannato a dodici anni per mafia in via definitiva e rischia due ergastoli per degli omicidi per i quali ora è a giudizio: è, infatti, accusato dell’assassinio dell’imprenditore Vincenzo Miceli, ucciso per essersi opposto al pagamento del pizzo e della scomparsa per lupara bianca del commerciante Francesco Pituccio. Nei confronti di Balsano, il Tribunale di Palermo avrebbe adottato diverse misure di prevenzione, tra cui la confisca di alcuni beni che erano stati sequestrati e poi affidati al Comune di Monreale.
Nel corso delle ricerche effettuate per arrivare alla cattura del boss latitante, lo scorso mese di febbraio i carabinieri hanno eseguito diversi arresti di personaggi che, secondo gli investigatori, ne avrebbero favorito la latitanza cominciata, nel 1993, in concomitanza dell’indagine sul clan di San Giuseppe Jato, da cui scaturì il processo “Agrigento”.
Balsano, basso e minuto al punto da contendere al capo di Cosa Nostra Totò Riina il soprannome di “u’ curtu”, nella prima istantanea scattatagli nella caserma di Monreale appare ancora più smunto in volto rispetto all’ultima sua fotografia disponibile. L’immagine lo inquadra sotto ai ritratti dei capitani Emanuele Basile e Mario D’Aleo nonché dei carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici, tutti assassinati per ordine dei Brusca nei primi anni 80. All’epoca, Giuseppe Balsano era un meccanico sconosciuto che, solo più tardi, si è ritrovato ai vertici di una famiglia che ha tenuto fede agli ordini dei corleonesi. E sarebbe stato proprio lo stesso Giovanni Brusca, insieme a Gioacchino La Barbera, ad indicare per primo lo spessore criminale di Balsano. Sia la bassa statura che il mestiere di meccanico sono serviti a quest’ultimo nella sua carriera mafiosa: una volta, infatti, proprio grazie al fatto di essere tanto minuto, il boss avrebbe potuto superare tranquillamente un posto di blocco dei carabinieri nascosto nel bagagliaio di un’auto; il suo lavoro, invece, gli sarebbe tornato utile nell’offerta dei propri servigi all’organizzazione.

Il fallito attentato
a Grasso


Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera avrebbero anche sottolineato l’importanza del ruolo di Giuseppe Balsano nella preparazione di un attentato che sarebbe servito per mandare avanti la trattativa in corso tra Totò Riina e apparati delle Istituzioni. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, infatti, nel 1993, quando la stagione stragista era ancora in atto, Riina voleva eliminare, tra gli altri, anche Piero Grasso, allora giudice a latere del maxiprocesso. Al progetto parteciparono lo stesso Gioacchino La Barbera e Giuseppe Balsano. Questi, proprio grazie alla sua conoscenza nel settore della meccanica, ideò un’auto munita di una botola nel pianale attraverso la quale far passare un carico di esplosivo in un tombino della rete fognaria di Monreale. L’ordigno, azionato da un telecomando, sarebbe dovuto esplodere quando il futuro procuratore capo di Palermo si recò a far visita ad alcuni parenti. Fortunatamente, però, alle prime prove pratiche si presentò un ostacolo insormontabile dato che il telecomando interferiva con il sistema di allarme di una banca situata nei pressi del luogo dell’agguato, motivo per cui Brusca si tirò indietro comunicando a Riina che non era possibile compiere il delitto. In seguito, peraltro, La Barbera finì in carcere e questo progetto venne, così, definitivamente abbandonato.
 
Collusioni tra mafia
e politica


Nell’ambito delle ricerche per giungere alla cattura di Balsano rientrerebbe la vicenda politico-giudiziaria che avrebbe visto il coinvolgimento dell’assessore regionale al Territorio Bartolo Pellegrino – il quale, come risulterebbe dalle intercettazioni ambientali, sarebbe stato solito indicare i carabinieri con il nome di “sbirri” –, componente della giunta Cuffaro. Gli inquirenti avrebbero scoperto pericolose frequentazioni del Pellegrino che, da quanto emerso dai controlli eseguiti dai carabinieri, avrebbe offerto la propria consulenza per consentire a Isidoro Benedetto Buongusto, già socio del Balsano, di rientrare in possesso di alcuni beni che gli erano stati confiscati per mafia. Sempre da tali indagini, sarebbe anche emerso che lo stesso Buongusto era caduto in disgrazia a causa della sua smania nel voler strasfare e che a salvarlo da una vendetta definitiva sarebbe stata proprio la trentennale fedeltà dimostrata a Giuseppe Balsano. A raccontare questi fatti, registrati dai microfoni delle microspie, sarebbe stata la voce di Antonio Giorlando, un altro gregario di Balsano finito in carcere, a febbraio, nell’ambito della stessa indagine.


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