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Riina: sono stato consegnato

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E intanto i Graviano chiedono se la Cappella Sistina è così importante

Le motivazioni delle sentenze delle stragi di Capaci, Via D’Amelio e per le bombe del 1993 non lasciano spazio al minimo dubbio. Parti dello Stato italiano, in ginocchio dopo il brutale, violento e ripetuto attacco frontale di Cosa Nostra, avvenuto a cavallo degli anni ‘92 e ‘93, hanno trattato con i mafiosi. Le modalità, le finalità, i confini e i compromessi con cui si sono sviluppati i colloqui tra le istituzioni e i rappresentanti dell’organizzazione criminale sono stati delineati nelle ricostruzioni fornite da più collaboratori di giustizia e dagli stessi uomini dello Stato coinvolti. Tuttavia, come sempre, i lati oscuri sono diversi e lasciano intravedere un quadro molto più inquietante di quanto appaia quello esplicito. E’ per questo motivo che le procure di Palermo e Caltanissetta hanno aperto un’inchiesta sulla trattativa tra Mafia e Stato.

Tredicesima  parte

di Anna Petrozzi


«Indagate sulla mia cattura». Con questa richiesta al Presidente De Giorgio, il capo di Cosa Nostra Salvatore Riina ha interrotto il suo lungo silenzio. Chiede alla Corte, prima di giudicarlo assieme a Giuseppe Graviano nel processo stralcio per il fallito attentato all’Olimpico del 31 ottobre del 1993, di investigare su una sorta di presunta trattativa nella quale sarebbe stato scambiato.
«Volevo dire, Signor Presidente, che io sono stato arrestato il 1993, 15 gennaio di mattina. Ma sei giorni prima di essere arrestato c’è stato il Ministro Mancino che era Ministro degli Interni che ha rilasciato delle dichiarazione alla televisione, al Giornale di Sicilia, dove diceva in questi giorni arrestiamo Riina. In sei giorni l’ha fatta due volte questa dichiarazione, quindi si vede che aveva già le trattative per cui era sicuro che ci dovevano consegnare, interesse di consegnarmi alla Polizia».
Chi lo avrebbe consegnato, però, non lo dice. Se è vero come è vero che i mafiosi non parlano mai senza un fine preciso, a chi è indirizzato questo nuovo messaggio?
Solo a Provenzano o anche ad altri?
Infatti il boss ha proseguito nel suo italiano stentato: «... poi viene fuori che c’è un certo Di Carlo di Altofonte nel carcere di Inghilterra che si pente e comincia a fare delle dichiarazioni... Il De Carlo dice che è stato avvisionato lì in Inghilterra dei servizi segreti inglesi, dei servizi segreti americani e delle servizi segreti [israeliani] dove ci chiedevano aiuto per potere fare male a qualcuno. Allora lui essendo lì al carcere che era per droga lì in Inghilterra non ci voleva dare nessun aiuto ma ci ha dato lo... riferente, un suo cugino di Altofonte, un certo Nino Gioè che poi vediamo dove è andato a finire questo Gioè... ».
La storia giudiziaria ricostruita in dieci anni di processi per le stragi del ‘92 e del ‘93 ha accertato che una parte della trattativa venne portata avanti proprio da Nino Gioè, morto «suicida» in carcere, il quale venne contattato da un misterioso faccendiere implicato in traffico di opere d’arte che gli spiegò, con una frase sibillina, che un giudice morto si può rimpiazzare, mentre le opere d’arte sono un patrimonio inestimabile e insostituibile per lo Stato. A questa conversazione aveva assistito Giovanni Brusca, come ha personalmente riferito, che per non farsi vedere dal Bellini si era nascosto in un solaio da dove poteva ascoltare indisturbato. Quindi, ha proseguito nella sua arringa difensiva il boss corleonese, «a questo punto, Signor presidente, io questo Bellini me lo trovo a mezzi piedi con i servizi segreti perché era manovrato di concordi del colonnello dei Carabineri, quello che c’è tra le Belle Arti, e questo amico del generale oggi... [...] Bellini, Gioè, servizi segreti, ma che cosa c’è , che cosa ci traffico dei fatti di Firenze...?».
Il riferimento è al Maresciallo Roberto Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dell’Arma dei Carabinieri, che ingaggiò una trattativa con Bellini al fine di recuperare dei quadri rubati alla pinacoteca di Modena. Il faccendiere rilanciò dicendo di potersi infiltrare nella mafia siciliana, grazie proprio all’amicizia stretta con Gioè in carcere,  e ritrovare opere di ancor maggior valore. In cambio, però, Cosa Nostra esigeva gli arresti ospedalieri per alcuni boss già sottoposti al 41bis tra cui Bernardo Brusca. Affare che a quanto pare non andò in porto, ma che, come ha spiegato Giovanni Brusca, diede l’idea per colpire alcuni dei maggiori luoghi d’arte italiani.
Tutto ciò proverebbe per Riina la sua piena innocenza poiché lui al tempo si trovava detenuto in isolamento totale, «non avevo televisione perché non mi era concesso, io non avevo giornale perché non mi si era concesso, i primi tre mesi, quattro mesi non ho fatto colloqui, con la famiglia...».
E conclude con un accorato invito. «Signor Presidente, la pregherei di approfondire queste cose, di tener presente queste dichiarazioni di Mancino, queste dichiarazioni di Mancino, queste dichiarazioni di Bellini, questi incontri con Gioè... certamente Gioè non parla perché Gioè dopo due-tre mesi che era al carcere di Rebibbia ha dovuto morire, come è morto non lo so...».
A parte la secca smentita dell’onorevole Mancino che ha dichiarato di aver risposto in quel modo più per auspicio che per dati certi, resta da decifrare l’intento di Riina.
Di sicuro Provenzano avrà interpretato il suo compare meglio di chiunque altro soprattutto quel riferimento alla consegna, ma forse non occorre essere mafiosi per capire che il boss è stufo di essere abbandonato nel dimenticatoio e richiama all’attenzione tutti coloro che sono stati suoi interlocutori, i destinatari del «papello» che ora «babbiano» e per convergenza di interessi con la Cosa Nostra libera, traggono maggior vantaggio nel lasciare inascoltate le richieste dei boss al 41 bis.
Ma c’è un particolare metodologico che non può essere trascurato. I capi mafiosi sono sempre capi anche in carcere e sanno come impartire gli ordini anche attraverso dichiarazioni spontanee come queste. Si vedano i recenti proclami di Pietro Aglieri, di Leoluca Bagarella e dei Graviano. Non va dimenticato che Matteo Messina Denaro è sempre stato uno dei massimi referenti di Riina ed è latitante, potentissimo, giovane e spietato. Non ci impiegherebbe molto a mettere a ferro e fuoco altri luoghi artistici d’Italia.
E mentre la Dia lancia l’allarme, sono state ritrovate dall’amministrazione del DAP due lettere scritte dai fratelli Graviano a Fifetto Cannella, tutti rigorosamente stragisti, nelle quali si fa riferimento più volte al Milan, e alla Cappella Sistina di cui i due mafiosi di Brancaccio ignorano la reale importanza e quindi chiedono conferma.
Gli inquirenti sono già al lavoro per decifrare il linguaggio criptico dei mafiosi, speriamo che, vista la quasi totale mancanza di attenzione al riguardo da parte delle istituzioni e dei media, non ci si ritrovi ancora una volta a piangere eroi o martiri innocenti, proprio quest’anno che ricorre il decennale delle stragi in continente.



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Nicolosi e Chelazzi:

«E’ tutto
abbastanza chiaro»

Non appena appreso delle dichiarazioni spontanee di Riina abbiamo raggiunto telefonicamente i procuratori Giuseppe Nicolosi, pm al processo in questione e Gabriele Chelazzi, poco tempo prima che lasciasse questa vita.
«Premetto - ci ha detto Nicolosi - che le dichiarazioni spontanee del Riina sono state rese nel momento in cui la Corte di Assise di Firenze si accingeva a emettere l’ordinanza per l’acquisizione delle prove. E in sostanza hanno ricalcato le richieste di prove avanzate dal suo difensore che non era presente, quindi lui ha ritenuto di ribadirle. Dato il mio ruolo prendo atto di queste esternazioni che sono abbastanza esplicite, ma su quello che abbia voluto fare anch’io ho le mie idee, ma preferisco non dirle.
[...] Ci troviamo davanti a persone che si difendono attraverso messaggi. Una difesa basata su un doppio profilo di ostentazione da una parte e di chiusura dall’altra, contestualmente, poi, all’insostenibilità di tesi incredibili, anche a dispetto di qualsiasi minimo senso logico. E poi c’è tutta una comunicazione trasversale che però non mi sento di commentare. Le idee che possiamo avere su questi messaggi, se sono tali, ce le teniamo per coltivare altre ipotesi».
«Ritengo - ha invece spiegato Chelazzi - che quelle di Riina siano una replica delle dichiarazioni di quattro anni fa. La Corte di Assise dell’epoca non ritenne che questa affermazione provasse qualche cosa a discolpa di Riina, prevalsero infatti gli argomenti che attestavano e attestano quella strategia che era iniziata prima dell’arresto di Riina su sua direttiva. Oggi ha voluto aggiungere la postilla delle parole di Mancino per riferirsi ad un’ipotetica trattativa. Il termine «trattativa» è assolutamente improprio. Per il resto mi sembra che le carte siano tutte sul tavolo, quindi non c’è bisogno di almanaccare su quanto si presenta abbastanza chiaro». L.B.



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