Una stagione di pentiti
I pm Cisterna e Mollace nel mirino delle cosche
23 gennaio 2004
Reggio Calabria. E’ agli atti dell’inchiesta sulla cosca Bellocco, sfociata lo scorso novembre nell’operazione “Bosco Selvaggio”, la conversazione che nell’estate del 2001 aveva messo in allarme i magistrati della Dda reggina. Gli interlocutori, Salvatore Figliuzzi, Michele Trapasso e Pasquale Furuli di Rosarno, commentavano una riunione tenutasi nei pressi di una vecchia fabbrica (Larosa) e organizzata per programmare un attentato sulla strada che dal porto di Gioia Tauro conduce all’A3. Obiettivo: il magistrato antimafia Alberto Cisterna. Purtroppo non l’unico nel mirino delle cosche, che avevano in programma anche l’omicidio del pm Francesco Mollace. A rivelarlo un pentito, secondo il quale un autocarro rubato nella Locride sarebbe servito per bloccare il passaggio dell’auto del magistrato. In quell’anno il prefetto aveva disposto il trasferimento di Cisterna in una struttura militare superprotetta prima del suo trasferimento alla Dna. Mentre gli inquirenti avevano individuato il luogo della riunione, base operativa del gruppo di fuoco. Quello stesso gruppo al quale apparteneva il pentito che avvisò i magistrati del progetto criminale.
Di seguito il testo dell’intercettazione.
(A= Figliuzzi, B=Trapasso, C=Furuli)
A: «Chi è questo che ha parlato di noi? Che se le è cantata qua...».
B: »Eh!!!».
C: »Non hai letto il giornale?».
A: «No! non dice il nome».
C: «Non dice il nome, però dice che andava a fare il pasticciere....chi ca... è?»
B: «Ragazzo deve essere».
C: »Della provincia di Reggio, può essere uno nella Jonica».
A: «Si! Ma però ha fatto un cognome, tutti delle parti della cosa, di Reggio e della Jonica».
C: «Ah si!».
A: «Si! Perché il procuratore chi c.... era».
B: «E vedi che la riunione l'hanno fatta qua a Rosarno... ma non ti passano niente per...».
A: «E perché mi devono passare a me... ».
B: «La riunione l'hanno fatta qua a Rosarno».
A: «E parla con lui che io non ne capisco».
B: «Hai capito? La riunione qua a Rosarno l'hanno fatta, nella fabbrica di... ».
C: «Apposta li hanno visti là dietro? Li ha portati proprio ....io ho visto la fabbrica di La Rosa».
B: «Nella fabbrica di La Rosa, se la macchina è di Cisterna e di coso passava di qua dall'autostrada, e l'agguato lo volevano fare là, però appena prende la cosa che esce per prendere l'autostrada...».
C: «Ah!! ....ed allora lo sai dove volevano fare l'agguato? Nella fabbrica della carta....tipo mentre Boemi o Cisterna venivano da là dal porto, lo sai che c'è la fabbrica della carta che gira di là...là lo voleva fare sicuramente, lo volevano fare....alla faccia del c.... ».
B: «Aveva un processo grosso a Reggio, e lui faceva tra Reggio e Gioiosa...».
C: «Se lo stavano cacciando davanti a questo pezzo di merda».
B: «Se lo toccavano qua, questi di Rosarno prendevano il mandato di cattura senza che c'entravano niente».
C: «Questa notte da Rocco perquisizioni... ».
A: «Dove?».
C: «Da mio suocero Alle due di notte era che raccoglieva i pomidoro, gli hanno detto “Bellocco Pietro dov'è?” Ha detto “non c'è!”».
Si è costituito
Dimitri De Stefano
30 gennaio 2004
Reggio Calabria. Si è presentato spontaneamente in questura lo scorso 30 gennaio accompagnato dall’avvocato Emilio Tommasini che lo difende insieme a Marcello Manna. E’ finita così la latitanza di Dimitri De Stefano, 30 anni, terzogenito del defunto boss Paolo De Stefano. Ricercato dallo scorso 21 novembre, il giovane era sfuggito alla cattura nell’ambito dell’operazione della Dda contro il clan degli “arcoti”, scattata dopo l’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare richiesta dai sostituti procuratori Francesco Mollace e Mario Andrigo e firmata dal gip Giampaolo Boninsegna. Ricostruite, nell’ordinanza, le indagini seguite alle dichiarazioni del pentito Antonino Fiume, che avevano portato all’identificazione, ad Archi, di un clan prepotentemente riapparso sulla scena criminale dopo una forte crisi seguita all’eliminazione dei capi storici e alla latitanza di personaggi di elevata caratura criminale. A guidare il clan erano proprio i figli dei boss storici Giorgio e Paolo De Stefano, responsabili, tra le altre cose, delle intimidazioni ai danni del presidente della Reggina Calcio Lillo Foti.
Forse pentito
Lorenzo Federico
7 febbraio 2004
Reggio Calabria. Si sarebbe pentito Lorenzo Federico, 53 anni, appartenente al clan Rosmini, imputato in diversi processi di ‘Ndrangheta tra cui “Olimpia 4”. E protagonista della recente rapina a Masella di Montebello Jonico, dove insieme ad altri cinque complici aveva assaltato a colpi di Kalashnikov un furgone portavalori facendo un bottino di 700 mila euro. Gli arresti erano arrivati poco dopo, insieme a quelli di Francesco Maria Dattilo, Francesco Messineo e Cosimo Bevilacqua.
Del Federico aveva abbondantemente parlato Domenico Festa, ex killer della cosca Rosmini, pentitosi dopo Filippo Barreca e Giacomo Ubaldo Lauro. <<Di lui posso dire che è inserito, che aveva una simpatia per il nostro gruppo>>, furono le sue parole, ma <<non aveva nessuna… come posso dire? Nessun obbligo. Lui se voleva fare una cosa, la faceva e punto. Se non la voleva fare, non la faceva quindi, nessuno lo poteva obbligare. Quindi, non è che posso dire che era un elemento inserito a pieno titolo>>. <<Però, se era lì, con noi, e se io lo invitavo a fare qualcosa, lui era disponibile per l’amicizia che aveva pure nei miei confronti e nei confronti e di Nino Gullì>>. Il pentimento di Federico, se accertato, segue quello di un altro collaboratore di giustizia, Emilio Di Giovine, ex trafficante di droga e armi di spessore internazionale, legato al clan Serraino, già codetenuto del Federico in Portogallo. Quando aveva tentato la fuga dalle carceri lusitane. In quegli anni il Di Giovine canalizzava enormi quantità di denaro in Svizzera. Nel penitenziario di Lisbona Emilio Di Giovine aveva conosciuto anche Festa, il quale condivideva la cella con il Federico. Secondo il Festa, il Di Giovine avrebbe avuto un rapporto di amicizia con Domenico Serraino.
Di Dieco:
la ‘Ndrangheta voleva uccidere Settimo Loré
7 febbraio 2004
Cosenza. Le cosche cosentine avevano in progetto di uccidere l’ex vicepresidente del Cosenza calcio Settimo Lorè. Lo rivela il pentito Antonio Di Dieco, 37 anni, già padrino di Castrovillari, le cui dichiarazioni sono agli atti dell’operazione “Lupi”, sulle presunte infiltrazioni della ‘Ndrangheta nel mondo del calcio. Nella primavera del 2001 l’odierno pentito, secondo quanto da lui stesso raccontato, sarebbe stato convocato da un boss del Savuto intenzionato a risolvere con la forza il “problema Lorè”. Che doveva essere ucciso nel corso di una finta rapina inscenata in territorio di Castrovillari. Compito di Di Dieco sarebbe stato quello di fornire appoggio logistico ai sicari inviati in zona dai compari di Cosenza. Il giovane si rifiutò di dare la propria disponibilità, ma il progetto saltò per una serie di circostanze. Le pressioni sull’imprenditore e sul fratello Antonio, esercitate nel corso di una serie di incontri, vennero in parte registrate e videofilmate dai Carabinieri nel quadro dell’indagine “Lupi”. Poi, il 13 novembre del 2001 Settimo Lorè morì in un incidente stradale verificatosi sulla A3 mentre insieme alla moglie rientrava in Calabria dopo un lungo viaggio all’estero. All’incidente seguirono una serie di accertamenti richiesti dal pm antimafia Eugenio Facciolla. La perizia escluse l’ipotesi dell’omicidio. Tra gli uomini indicati da Oreste De Napoli come responsabili delle estorsioni subite da Lorè anche l’uomo d’onore Carmine Pezzulli. Il Pezzulli, ha raccontato De Napoli, <<fu incaricato di trattare la vicenda per indurre Lorè a cedere le azioni del Cosenza calcio di cui era in possesso>>. Dichiarazione confermata da altri collaboratori di giustizia: Francesco Amodio e lo stesso Di Dieco. Quest’ultimo ha aggiunto, per averlo appreso durante un periodo di detenzione: Pezzulli <<fu ucciso>> a un semaforo di via Cosmai con un colpo di calibro nove, <<per un ammanco di denaro>>.
Iannò-Lombardo:
sarà confronto in aula?
7 febbraio 2004
Reggio Calabria. I pentiti Paolo Iannò e Giuseppe Lombardo a confronto in aula. Nell’ambito del processo “Olimpia bis”, imputati Pasquale Condello, Paolo Serraino e Bruno Polimeni. Lo richiede l’avvocato Francesco Calabrese alla Corte d’appello presieduta da Augusto Di Marco, a latere Nicoletta Taiti, per l’esigenza di chiarire in merito a dichiarazioni discordanti tra i due pentiti su diversi fatti di sangue contestati nel processo: gli omicidi di Giovanni Russo, Pasquale Libri, Antonino Pizzimenti, Fortunato Audino e i tentati omicidi Fracapane-Panuccio, Domenico Libri, Giuseppe Zaccone. Una decisione che la Corte si è riservata per la prossima udienza del processo, durante il quale si sono registrate le deposizioni di alcuni dissociati della portata di Giovanni Tripodi e Bruno Rosmini. Quest’ultimo ha confermato l’appartenenza al gruppo di fuoco della propria famiglia, ammettendo di avere commesso numerosi omicidi. Alcuni dei quali afferma di non ricordare a causa di problemi di salute che avevano danneggiato le sue capacità mentali. Le differenze tra le versioni fornite dai Iannò e Lombardo sono emerse anche nell’ambito di un altro processo, “Olimpia 3”, durante il quale, lo scorso 16 gennaio, l’ex braccio destro del boss Condello ha parlato di gran parte dei delitti della seconda guerra di mafia, ripercorrendo vicende già riferite al sostituto procuratore Francesco Mollace. E confermando la responsabilità del proprio gruppo in ordine a diversi omicidi (<<tutto veniva fatto in comune ad eccezione degli interessi economici che rimanevano distinti>>), tra cui quello di Giuseppe Ligato. Tra gli argomenti l’uccisione del figlio di Mico Libri, boss di Cannavò ed esponente di spicco dello schieramento contrapposto ai condelliani. <<Ero fraterno amico di Pasquale Libri – ha rivelato Iannò – quando seppi della volontà di ucciderlo all’interno del carcere lo avvertii di stare attento facendogli recapitare un bigliettino. Non servì a nulla>>.
ANTIMAFIADuemila N°39















