Sab08232014

Last update12:03:54

Le condizioni politiche del sistema mafioso

  • PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
di Guido Lo Forte*


Secondo gli studi più aggiornati sulle mafie1, lo stadio di evoluzione che rende una organizzazione criminale capace di acquisire le caratteristiche di una entità politica, si verifica quando si realizzano storicamente le seguenti condizioni:
a livello psicologico-sociale di base, quando in determinati strati sociali si afferma (in mancanza di significativi antidoti) un modello culturale di comportamento mafioso che tende a manifestarsi come dipendenza assoluta dell’individuo da un gruppo connotato da strutture coercitive e finalità antisociali; dipendenza determinata da una strutturazione totalitaria del microcosmo di appartenenza (nell’ordine, famiglia di sangue, famiglia mafiosa o clan);
a livello politico-sociale periferico, quando sussiste una società strutturata per ceti (o categorie, o corporazioni), una comunità anomica e un cittadino politicamente disinteressato alla competizione elettorale e disponibile al voto di scambio; una classe politica locale, prima ancora che nazionale, pavida o connivente, che non esita a scegliere la via di una elezione comprata, sicura, ma gravata dal peso della riconoscenza ai mafiosi, piuttosto che imboccare la strada impervia di una libera competizione;
a livello statale centrale, quando il sistema di governo lascia spazi di manovra (nelle forme del compromesso o dell’alleanza) a gruppi o potentati locali, che sostengono o assecondano la degenerazione clientelare dello Stato;
a livello internazionale, quando vi è una richiesta crescente di capitali speculativi, imposta da una fase di finanziarizzazione del mercato.
Le chances di successo delle mafie divengono poi elevatissime quando si manifestano le seguenti specifiche condizioni di tipo istituzionale:
la mancata elaborazione da parte del legislativo e dell’esecutivo di strategie di lungo periodo, tese non soltanto a combattere l’offerta mafiosa, ma anche la domanda;
l’indebolimento, all’interno dei poteri legislativi, della funzione ideologica, con la conseguente trasformazione dei Parlamenti in luoghi di contrattazione empirica e contingente, inadeguati, pertanto, ad elaborare un progetto politico di delegittimazione dei mafiosi;
la mancata elaborazione di un progetto organico di adeguamento delle funzioni giudiziarie alle esigenze investigative e processuali, create da una tipologia di comportamenti, appunto quella mafiosa, che stravolge il significato stesso di reato, configurando azioni non più individuali, non sempre localizzate territorialmente e, soprattutto, non sempre illegali.
In sintesi, le mafie non sono un prodotto dello Stato in quanto tale, quindi di tutti gli Stati, ma soltanto di quelli che, per difetti nel processo di monopolizzazione, prima consentono la sopravvivenza di certi potentati locali e poi, addirittura, li rafforzano, scegliendoli come partners nell’opera di privatizzazione degli apparati pubblici, nella forma del sistema delle clientele.
Le mafie, quindi, non sono la conseguenza dell’indebolimento dell’autorità statale e di una sua perdita di consenso, quanto, piuttosto, della disponibilità di un sistema politico a consolidare il proprio potere, seguendo un percorso che si discosta da quello tradizionalmente prevalente.

2. Efficacia e garanzie nelle politiche di contrasto alla criminalità organizzata

All’interno di questo scenario, uno degli strumenti indispensabili (ovviamente non il solo) per contrastare la creazione di un potere mafioso sostanzialmente sostitutivo di quello legale, è – come si è detto - la elaborazione di un progetto organico di adeguamento delle funzioni giudiziarie alle esigenze investigative e processuali, create da una tipologia di comportamenti, appunto quella mafiosa, che stravolge il significato stesso di reato, configurando azioni non più individuali, non sempre localizzate territorialmente e, soprattutto, non sempre illegali.
Il problema – ovviamente – non riguarda soltanto Cosa Nostra, ma potenzialmente tutte le organizzazioni criminali storicamente strutturate in un territorio; e dunque in linea di principio le varie potenti mafie endogene di più antica tradizione2, e quelle di più recente formazione3.
Per limitare qui l’analisi agli aspetti strettamente tecnico-giuridici, il problema si concreta poi nella individuazione di un accettabile, ragionevole punto di equilibrio tra il rispetto delle garanzie individuali, e le esigenze repressive, collegate alla funzione conoscitiva del processo, finalizzata all’accertamento giudiziale dei fatti di reato e delle relative responsabilità.

3. Le politiche di contrasto nel periodo successivo alle stragi

Un equilibrio che ha privilegiato la c.d. politica del doppio binario è stato ad esempio quello determinato dall’emergenza istituzionale creata dalle stragi mafiose del’92– ’93.
La rabbia, la ribellione della gente, determinano una risposta forte dello Stato, che finalmente sa darsi quelle leggi che proprio Falcone e Borsellino avevano ripetutamente ed inutilmente richiesto fino alla loro morte.
Vengono finalmente approvati due strumenti legislativi, che si rivelano di straordinaria efficacia nella lotta a Cosa Nostra: l’art. 41 bis della legge penitenziaria, e la normativa sulla protezione dei collaboratori di giustizia.
Il regime differenziato, introdotto con il secondo comma dell’art. 41 bis per i detenuti appartenenti alla criminalità organizzata, prende finalmente atto di una situazione di permanente e diffusa illegalità, determinata anche all’interno del sistema carcerario dai soggetti appartenenti ad associazioni di tipo mafioso; illegalità caratterizzata dalla capacità di questi soggetti di decidere ed organizzare delitti, sia all’interno che all’esterno del sistema carcerario.
Con l’introduzione dell’art. 41 bis della legge penitenziaria questo circuito perverso viene finalmente interrotto, e gli effetti positivi non si fanno attendere, sia sul piano della disarticolazione interna dell’organizzazione, sia sul piano della incentivazione dei casi di dissociazione.
A sua volta, la nuova normativa sui collaboratori di giustizia favorisce la moltiplicazione quantitativa delle dissociazioni dalle organizzazioni criminali, e si rivela uno strumento di risolutiva importanza nel progresso della strategia di contrasto dello Stato contro la criminalità organizzata.
I risultati si producono, sono imponenti, significativi.
In questi anni, le indagini consentono di raggiungere risultati di grande rilievo: vengono individuati e arrestati gli autori di numerosi e gravi delitti; vengono scoperte delle vere e proprie “centrali” del crimine; vengono recuperati arsenali di armi e di esplosivi; vengono scoperti occulti canali di riciclaggio4. Vengono catturati pericolosissimi latitanti5. Vengono individuati e sequestrati beni e capitali di provenienza illecita per un valore complessivo superiore a 5.500 milioni di Euro (pari a circa 11.000 miliardi di lire)6.
Negli stessi anni - anche grazie al determinante contributo dei collaboratori di giustizia ed alle intense indagini svolte dalla Procura di Palermo - è possibile far luce su numerosissimi omicidi commessi da Cosa Nostra sia in danno di soggetti appartenenti alla stessa associazione, sia in danno di esponenti delle Istituzioni, di sacerdoti, di giornalisti, di imprenditori, di professionisti7.
Fra il 1995 (anno della cattura di Bagarella) e il 1996 (anno della cattura di Brusca), sembra che Cosa Nostra sia finalmente alle corde.
Le indagini della Procura di Palermo sulla struttura militare determinano infatti un sensibile disorientamento nel popolo di Cosa Nostra, che viene decimato con centinaia di arresti, mentre le indagini sulle relazioni esterne provocano una presa di distanze di quei segmenti della società e delle Istituzioni che in passato si erano mostrati disponibili a fornire appoggi e coperture.
Lo stato di grave difficoltà in cui versa Cosa Nostra è evidenziato da due segnali di estrema importanza: gli uomini d’onore arrestati decidono in tempi brevissimi di collaborare con la magistratura, e gli esponenti più importanti dell’associazione non propiziano più, ma anzi cercano di evitare l’affiliazione dei loro figli. L’affiliazione non è più considerata, come nel passato, una promozione di status, ma al contrario un grave rischio, per il diffuso timore che Cosa Nostra stia perdendo la guerra.
Ad un tratto, però, il quadro generale inizia a cambiare.

4. L’inversione di tendenza

A fronte di una mafia che cerca di ristrutturarsi nell’ombra e di riespandere il proprio controllo della società e dell’economia, si avvertono alcuni sintomi preoccupanti, che riecheggiano le passate esperienze del pool di Caponnetto, Falcone e Borsellino.
Proprio come era accaduto al pool dell’ufficio istruzione di Caponnetto, si è ripetuto negli ultimi anni il già noto repertorio di insinuazioni, di polemiche strumentali, miranti a rappresentare come frutto di illeciti teoremi i più importanti processi di mafia.
Nel contempo, è calato progressivamente il silenzio sulla mafia, che cessa di essere un’emergenza.
Anziché rafforzarsi, si dissolve gradualmente la coesione politico-istituzionale necessaria per elaborare un progetto politico di delegittimazione dei mafiosi; ed in luogo di un progetto organico di adeguamento delle funzioni giudiziarie alle esigenze investigative e processuali poste dall’esperienza acquisita, vengono realizzate riforme legislative che rendono sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità per i reati di mafia.
Questa tendenza, almeno in parte, è determinata, a livello politico-istituzionale, da un problema di asserito riequilibrio fra politica e magistratura.
Una esigenza in parte fondata, se si pensa che la magistratura, dal 1992 in poi, si trova a svolgere - soprattutto sui fronti della corruzione politico-amministrativa e delle collusioni tra mafia e politica - un ruolo e un’attività senza precedenti nella storia del Paese.
Naturalmente gli atteggiamenti sono molto diversi.
Alcuni si pongono il problema di dare una esatta collocazione all’attività giudiziaria nel mondo istituzionale; dunque un problema di razionalizzazione.
Altri, invece, sembrano piuttosto ispirati da intenti di restaurazione dei tradizionali modelli burocratici di intervento della magistratura.
La questione, infine, è complicata dalla presenza di interessi forti, di tipo economico ma anche criminale; e quindi dal tentativo di bloccare il processo di rinnovamento e di far ritornare indietro l’orologio della storia.
In questo quadro, l’iter degli interventi legislativi appare caratterizzato da incertezze, contraddizioni, periodiche inversioni di tendenza.
Basti considerare, infatti, che oggi (dal punto di vista di Cosa Nostra) sono stati superati (almeno in parte) alcuni dei problemi evidenziati nel “papello”.
Si è, ad esempio, attenuato il “problema” dei pentiti, per il progressivo depotenziamento della rilevanza probatoria delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia8, e per l’inaridimento dello stesso fenomeno della collaborazione9.
Altro “problema” parzialmente superato è quello del regime carcerario speciale per i mafiosi, oggi molto meno gravoso che in passato, anche per effetto della chiusura delle carceri dell’Asinara e di Pianosa, e dei temperamenti via via introdotti nella giurisprudenza dei Tribunali di Sorveglianza.
“Problema” ancora insuperato è, invece, quello dell’ergastolo, che – dapprima soppresso (nei casi di giudizio abbreviato) con la legge 16 dicembre 1999 n. 47910 - è stato poi reintrodotto (a seguito delle forti critiche di settori della magistratura e dell’opinione pubblica) con il D.L. 24 novembre 200011.
Ma ancora oggi l’evoluzione del quadro normativo specifico (almeno in alcune parti significative) esprime una tendenza che - secondo le valutazioni di alcuni autorevoli esponenti del Consiglio Superiore della Magistratura di qualche anno fa – appariva già caratterizzata da interventi legislativi fatti senza tener conto delle conseguenze pratiche12, da un modello di processo inadeguato per affrontare le diverse criminalità nel nostro Paese, laddove invece occorrono modelli differenziati13, da pseudoriforme che introducono solo garanzie formali e moltiplicano i tempi14, da un rischio di scarcerazioni determinato dalla riforma del giusto processo15, dall’attuale regime della custodia cautelare16.
Particolarmente gravi sono apparsi gli inconvenienti determinati da quelle che sono state definite “pseudoriforme che introducono solo garanzie formali e moltiplicano i tempi”.
    Tra questi, si segnalano quelli determinati dall’attuale regime di formazione della prova in dibattimento; regime in cui – accanto a regole effettivamente funzionali alla garanzia del principio del contraddittorio – continuano ad inserirsi garanzie puramente formali (e nient’affatto funzionali alla autentica e sostanziale tutela del diritto di difesa), che determinano tempi assurdamente lunghi e defatiganti nell’assunzione della prova, e si prestano a strategie dilatorie miranti soltanto alla scarcerazione degli imputati per decorrenza di termini, ovvero alla prescrizione del reato.
Ma soprattutto, al di là delle questioni specifiche, non può sottacersi un certo margine di inadeguatezza della scelta compiuta dal legislatore ordinario tra le possibili opzioni offerte dal nuovo art. 111 della Costituzione.
Non sembra essere stata tenuta in debito conto la specificità dei processi di mafia; processi in cui la formazione della prova può essere impedita o inquinata dalle enormi capacità di pressione, di intimidazione, di corruzione della criminalità organizzata.
Benché sia poco noto, a principi meno rigidi si ispirano invece i sistemi processuali inglese ed americano; sistemi nei quali i caratteri del processo accusatorio non escludono, in taluni casi, il recupero delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini.
Nel sistema inglese, ad esempio, nel caso del c.d. “teste ostile” (hostile witness) – cioè del teste che si dimostri adverse alla parte che lo ha citato – dopo avere ottenuto l’autorizzazione del giudice la parte può adottare metodi da cross-examination e chiedere al “teste ostile” se aveva reso la dichiarazione contestata e in quali circostanze; in tal modo recuperando la dichiarazione precedentemente resa17.
I medesimi principi del sistema inglese hanno trovato attuazione negli Stati Uniti d’America, ove il diritto “naturale” dell’imputato di confrontarsi con l’accusatore (right of confrontation) è stato consacrato nel Sesto Emendamento della Costituzione del 1791, secondo cui “in all criminal prosecutions, the accused shall enjoy the right…to be confronted with the witnesses against him”.
Secondo la giurisprudenza della Corte Suprema, la ratio della norma costituzionale “è evitare che le deposizioni rese in assenza del difensore dell’imputato ovvero gli affidavits, ammessi talvolta nel processo civile, vengano utilizzati contro l’imputato in luogo dell’esame diretto o incrociato del teste, durante i quali l’imputato non solo può verificare la veridicità dei ricorsi e la buona fede del testimone, ma ha anche l’opportunità di costringere quest’ultimo a deporre di fronte ad una giuria che, osservando e giudicando il suo comportamento e le modalità della sua dichiarazione nel banco dei testimoni, può rendersi direttamente conto della sua credibilità” 18.
Tuttavia – come nel sistema inglese – la garanzia del right of confrontation non esclude, in taluni casi, il recupero delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini.
La Corte Suprema, infatti, ha ritenuto conforme al Sesto Emendamento l’utilizzazione di dichiarazioni rese nell’udienza preliminare da un testimone che, in dibattimento, ricordava di avere reso quelle dichiarazioni, ma non il contenuto.
A sostegno della decisione, la Corte ha osservato che, ai fini del rispetto della garanzia costituzionale, la circostanza decisiva è che il teste sia chiamato a rendere la deposizione davanti alla giuria e che sia sollecitato a dire la verità dalla difesa che conduce il controesame; realizzandosi questa situazione, possono essere utilizzate dichiarazioni rese in sede predibattimentale perché la giuria è in grado di decidere, in base all’osservazione diretta del comportamento del testimone, se credergli o meno quando nega o conferma le dichiarazioni rese in precedenza19.
    Lo stesso si può dire della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
Di particolare interesse, perché riguardante il sistema processuale italiano20, è poi una recente decisione21 in cui la Corte ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 6 comma 3 lett. d), in una fattispecie in cui il ricorrente cittadino italiano era stato condannato per traffici di stupefacenti sulla sola base delle dichiarazioni “incrociate” di due coimputati che, in dibattimento, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere e che, dunque, il difensore non aveva potuto controinterrogare.
In questa decisione, la Corte ha ribadito il principio, secondo cui non è ammissibile che una sentenza di condanna possa essere basata esclusivamente sulle dichiarazioni di un soggetto che l’imputato non ha mai avuto occasione di interrogare, né durante l’istruzione del processo né durante il dibattimento.
La decisione, peraltro, ammette che “in certain circumstances” possano essere utilizzate come prova dichiarazioni predibattimentali (“depositions made during the investigative stage”); ed ha significativamente citato in proposito il caso in cui il teste rifiuta di ripetere la sua deposizione in pubblico perché teme per la sua incolumità, come capita di frequente nei processi contro le organizzazioni mafiose (“a not infrequent occurrence in trials concerning Mafia-type organizations”).
A fronte di tali esigenze, avvertite anche a livello europeo, la nostra legislazione non sembra a tutt’oggi coerente con una visione strategica e di lungo periodo.
Ed invero, all’interno del principio costituzionale di garanzia del diritto dell’accusato di confrontarsi con l’accusatore, e della regola di esclusione probatoria riguardante i casi di totale elusione del contraddittorio, il legislatore ordinario aveva la possibilità di definire in modo diverso l’architettura degli istituti processuali, in maniera da rispettare nella sostanza lo statuto epistemologico del processo e del contraddittorio, che esige dei “soggetti parlanti”, e un dibattimento che sia il luogo della parola e non del silenzio22.
Ed in effetti, non sembra che la vigente legge sul giusto processo abbia adeguatamente tenuto conto del principio, secondo cui il contraddittorio presuppone la presenza di soggetti disposti a parlare (meglio se obbligati a farlo, dicendo la verità, anche quando si tratti di imputati che abbiano già in precedenza reso dichiarazioni sul fatto altrui), ragion per cui un sistema processuale coerente non può non essere orientato nel senso di propiziare con ogni mezzo la loro partecipazione attiva23.
Come è stato osservato24, alla legge sul “giusto processo” si può addebitare un peccato di omissione: l’aver fatto troppo poco per rendere il dibattimento un “luogo della parola”. La rigorosa inutilizzabilità delle precedenti dichiarazioni di colui che si sottrae al contraddittorio con l’imputato è logicamente sostenibile soltanto se, in parallelo, vengono introdotti istituti che rendono possibile la dialettica. Una volta che l’imputato ha scelto il ruolo dell’accusatore davanti al giudice, dovrebbe essere vincolato all’obbligo di verità a tutela sia del diritto alla prova dell’accusato, sia dell’interesse di giustizia. Su questa strada la legge ha fatto pochi passi, senza operare una scelta coerente e senza optare per una tutela forte del contraddittorio.
*Procuratore Aggiunto
di Palermo




box1
NOTE DEL TESTO


1 Cfr. ad esempio Fabio Armao, Il sistema mafia. Dall’economia-mondo al dominio locale, Bollati Boringhieri, Torino 2000.
2 Cinese, colombiana, siciliana, giapponese, messicana etc., ciascuna con le sue tipiche caratteristiche storiche e culturali.
3 Oggi esistenti, ad esempio, negli Stati dell’ex Unione Sovietica.
4 Così testualmente nella relazione del Procuratore Generale di Palermo dott. Vincenzo Rovello del 15 gennaio 2000, pronunziata in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2000.
5 Fra i tanti - e per citare soltanto quelli appartenenti al vertice dell’organizzazione mafiosa - basti qui ricordare: Salvatore Riina (15 gennaio 1993), Giuseppe Montalto (5 febbraio 1993), Raffaele Ganci (10 giugno 1993), Giuseppe Graviano (29 gennaio 1994), Domenico Farinella (30 novembre 1994), Michelangelo La Barbera (3 dicembre 1994), Leoluca Bagarella (24 giugno 1995), Salvatore Cucuzza (4 maggio 1996), Giovanni Brusca (20 maggio 1996), Pietro Aglieri (6 giugno 1997), Gaspare Spatuzza (2 luglio 1997), Vito Vitale (14 aprile 1998), Giuseppe Guastella (24 maggio 1998), Mariano Tullio Troia (15 settembre 1998), Salvatore Genovese,  Benedetto Spera, Antonino Giuffrè.

6 Secondo le stime fornite dalle Forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Direzione Investigativa Antimafia) delegate per l’esecuzione dei sequestri nel periodo 1993/2001.
7 Basti ricordare che sono stati individuati, processati (e in gran parte già condannati anche con sentenze definitive) i responsabili degli omicidi del Colonnello Giuseppe Russo e dell’insegnante Filippo Costa (Corleone, 20 agosto 1977); di Giuseppe Impastato (Cinisi, 9 maggio 1978); del giornalista Mario Francese (Palermo, 26 gennaio 1979); di Michele Reina (9 marzo 1979), Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), Pio La Torre e Rosario Di Salvo (30 aprile 1982); del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro, e dell’agente di scorta Domenico Russo (Palermo, 3 settembre 1982); del Vice Questore dott. Giuseppe Montana (28 luglio 1985), del Vice Questore dott. Antonino Cassarà e dell’agente di P.S.  Roberto Antiochia (6 agosto 1985); dell’ex Sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco (Palermo, 12 gennaio 1988); dell’imprenditore Libero Grassi (Palermo, 29 agosto 1991); dell’on. Salvo Lima (Palermo, 12 marzo 1992); di padre Giuseppe Puglisi (Palermo, 15 settembre 1993).

8Determinato anche da alcune disposizioni della legge 1° marzo 2001 n. 63 (c.d. legge sul giusto processo). Questa legge ha dato luogo a valutazioni fortemente controverse, in quanto - modificando varie norme del codice di procedura penale –  ha introdotto regole destinate a suscitare più che a risolvere problemi. E si è paventato il rischio che - proprio in relazione a vicende che suscitano un particolare allarme sociale – le nuove regole conducano a costruire “verità processuali” ampiamente difformi dal reale svolgimento dei fatti, impedendo il raggiungimento delle essenziali finalità che caratterizzano il processo penale.

9 Certamente non incentivato dalla nuova legge sui collaboratori di giustizia e testimoni nei procedimenti di criminalità organizzata (13 febbraio 2001 n. 45); legge che racchiude in sé (insieme ad innovazioni certamente apprezzabili, dettate dall’esigenza di perfezionare il sistema vigente) anche norme suscettibili di gravi e fondate critiche, che sembrano frutto di una pregiudiziale ed irragionevole diffidenza verso il fenomeno in sé dei collaboratori di giustizia, e rendono concreto il rischio di negativi contraccolpi sul fenomeno della dissociazione. 

10 Art. 30, comma 1, lettera b), cui faceva seguito, come norma transitoria, l’art. 4 ter del D.L. 7 aprile 2000 n. 82 convertito con legge 5 giugno 2000 n. 144.
11 Convertito con legge 19 gennaio 2001 n. 4.
12 Prof. Giovanni Verde, Vicepresidente del CSM, su Repubblica del 7 aprile 2000, pag. 8.
13 Dott. Gioacchino Natoli, consigliere del CSM del Movimento per la giustizia, ibidem.
14 Dott. Armando Spataro, consigliere del CSM del Movimento per la giustizia, ibidem.
15 Dott.ssa Margherita Cassano, consigliere del CSM di Magistratura Indipendente, ibidem.
16 Dott. Antonino La Torre, Procuratore Generale della Cassazione e consigliere di diritto del CSM.
17 In tal senso, G. CORDERO, La testimonianza nel diritto inglese, in Riv. it. dir. proc. pen., 1985, 210, che riporta un caso (R. v. Thompson, 1976, 64 Cr. App. R. 96), in cui l’imputato era stato incriminato per violenza carnale ai danni della figlia, la quale dinanzi alla polizia aveva testimoniato contro il padre, e in dibattimento, citata come teste dall’accusa, si era rifiutata di deporre; su autorizzazione del giudice, che l’aveva ritenuta “teste ostile”, l’accusa l’aveva sottoposta alla cross-examination, ed era riuscita ad ottenere le informazioni desiderate.
18 Decisione nel caso Poiter v. Texas, 380 U.S. 400 (1985), citata da GENTILE, Il diritto delle prove penali, in E. AMODIO – M. C. BASSIOUNI, Il processo penale negli Stati Uniti d’America, Milano, 1988, 226.
19 California v. Green, 399 U.S. 149 (1970), citata da GENTILE, Il diritto delle prove penali, in E. Amodio - M.C. Bassiouni, Il processo penale negli Stati Uniti d’America, Milano, 1988, 230.
20 Nel periodo in cui era in vigore l’art. 513 c.p.p., come “novellato” dalla sentenza additiva della Corte costituzionale n. 254 del 1992.
21 Sent. 27 febbraio 2001, Lucà c. Italia, in sito della Corte europea all’indirizzo http://www.echr.coe.in.
22 In questi termini, TONINI, Riforma del sistema probatorio: un’attuazione parziale del “giusto processo”, cit., 269.
23 GREVI, Dichiarazioni dell’imputato sul fatto altrui, diritto al silenzio e garanzia del contraddittorio. Dagli insegnamenti della corte costituzionale al progettato nuovo modello di “giusto processo”, in Riv. it. dir. proc. pen., 1999, 856.
24 TONINI, Riforma del sistema probatorio: un’attuazione parziale del “giusto processo”, cit., 269.



ANTIMAFIADuemila N°39

Le recensioni di AntimafiaDuemila

Carlo Ruta

PIO LA TORRE LEGISLATORE CONTRO LA MAFIA

L’impegno parlamentare di Pi...

Giuseppe Casarrubea

PIANTARE UOMINI

Giuseppe Casarrubea ricostruis...

Antonio G. D’Errico

CAMORRA

Un ritratto spietato e crudo d...

Carlo Ruta, Jean-François Gayraud

COLLETTI CRIMINALI

La «mano invisibile», regola...

Salvatore Mugno

QUANDO FALCONE INCONTRÒ LA MAFIA

“Mi sono fatto le ossa a Tra...

Corrado De Rosa

LA MENTE NERA

Aldo Semerari. Tra i più impo...

Anna Vinci

LA P2 NEI DIARI SEGRETI DI TINA ANSELMI

"Torniamo ai fatti."  Edmund...

Riccardo Guido, Sergio Riccardi

SALVO E LE MAFIE

Salvo, ragazzino palermitano, ...

Alex Zanotelli

SOLDI E VANGELO

Lettura attualizzata e sferzan...

Francesca Viscone

LA GLOBALIZZAZIONE DELLE CATTIVE IDEE

I meridionali sono tutti mafio...

LIBRI IN PRIMO PIANO

quarantanni-di-mafia-aggSaverio Lodato

QUARANT'ANNI DI MAFIA

Storia di una guerra infinita
Edizione aggiornata
Il processo per la Trattativa


la-verita-del-pentitoGiovanna Montanaro

LA VERITA' DEL PENTITO

Le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi mafiose



assedio-alla-toga-web
Nino Di Matteo e Loris Mazzetti

ASSEDIO ALLA TOGA

Un magistrato tra mafia, politica e Stato



apalermo-homeLuciano Mirone

A PALERMO PER MORIRE
I cento giorni che condannarono
il generale Dalla Chiesa




la-mafia-non-lascia-tempo-homeGaspare Mutolo con Anna Vinci

LA MAFIA NON LASCIA TEMPO
Vivere, uccidere, morire, dentro a Cosa Nostra. Il braccio destro di Totò Riina si racconta