Al Simposio di Palermo gli esperti si confrontano su criminalità e sistemi di contrasto
di Ernesto Oliva
Il convegno ha illustrato le molte sfaccettature dell’evoluzione delle strategie delle criminalità organizzate europee ed extraeuropee, partendo dal dato, esorbitante, del giro d’affari mondiale gestito in attività di riciclaggio dalle mafie: dagli 800 ai 2000 milioni di dollari annui, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale.
Le relazioni hanno fornito chiari spunti di riflessione sui futuri pericoli di una ulteriore espansione di economia ‘sporca’. La prospettiva più allarmante giunge dalla Cina, Paese che entro una decina di anni potrebbe foraggiare l’offerta di sostanze stupefacenti a beneficio di un cartello composto dalla mafia locale, dai trafficanti della Colombia e dalle organizzazioni criminali della Russia. Nell’ex Urss, del resto, ex militari ed ex burocrati stanno già da tempo offrendo i propri servizi ad imprenditori e affaristi in cerca di protezioni. “La privatizzazione imperfetta – ha sottolineato Federico Varese, esperto in mafia russa e docente presso l’Università di Oxford – sta sfruttando nell’ex Unione Sovietica i vuoti di potere in atto nel passaggio dall’economia pianificata sovietica al liberismo della nuova Russia”.
Di mafie straniere e della loro azione in Italia ha parlato poi il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, che pure non ha nascosto le sue preoccupazioni per la scarsa attenzione dell’Unione Europea verso i possibili rischi criminali connessi dall’allargamento a 25 Paesi membri. “Mentre la mafia siciliana tende a sostituirsi allo Stato cercando di controllare l’economia legale o settori di competenza dell’amministrazione pubblica, come la sanità – ha detto Vigna – i clan che vengono dall’estero cercano invece di non interferire con le istituzioni.
Albanesi, cinesi e nigeriani preferiscono gestire nell’ombra mercati illegali: quelli delle armi, della prostituzione e degli stupefacenti. In Campania, poi, è attiva una comunità nigeriana molto attiva di narcotrafficanti molto esperti, che pagano un ‘affitto’ per i terreni nei quali esercitano lo sfruttamento della prostituzione”. Critiche alle recenti politiche europee contro le criminalità organizzate sono giunte anche dall’ex presidente della commissione antimafia, Beppe Lumia. “L’Europa – ha dichiarato – si aspettava che la gestione del semestre da parte del governo Berlusconi aggiungesse dei passi in avanti verso la creazione di uno spazio giuridico antimafia europeo, ma nulla è stato fatto in tale direzione”.
Non sono ovviamente mancati i riferimenti precisi ad aspetti che hanno riportato l’attenzione sull’attualità delle vicende italiane. Il contributo di maggior rilevanza che il Simposio di Palermo ha offerto ai media è giunto ancora una volta da Vigna. Il rammarico di ANTIMAFIADuemila è però quello che toni e contenuti delle dichiarazioni rese dal procuratore sulla quarantennale latitanza di Bernardo Provenzano – oggetto delle riflessioni del magistrato – siano state riportate in maniera errata.
A Vigna, l’agenzia Ansa ha riferito un appello poi finito sui titoli di giornali e tv, “siciliani, aiutateci a catturare Provenzano”. La frase in effetti non è stata mai pronunciata, nell’ambito di una intervista in cui lo stesso procuratore ha semmai puntato il dito contro l’omertà e il sistema di connivenze che garantiscono la clandestinità del boss di Corleone. “Quanti siciliani sanno mai dov’è Provenzano? Perché non lo dicono?” – questa la chiara provocazione di Vigna – che ha poi fornito la sua interpretazione sulle ipotesi delle connivenze create intorno alla sua latitanza.
“Che Provenzano abbia goduto di protezioni di alto livello l’ho pensato, ma in relazione agli anni passati, prima della caduta del muro di Berlino. Spesso – ha aggiunto - importanti personaggi di mafia e ‘Ndrangheta hanno fornito notizie agli inquirenti, e questo ha portato ad una forma di accordo, diciamo pure ad una ‘minore attenzione’ nei loro confronti…”.
Nella sala dell’ex cinema Edison di Palermo, non potevano poi mancare gli interventi dei magistrati della Procura guidata da Pietro Grasso. Il tema dei livelli d’indagine eccellenti – e per questo ‘intoccabili’ – è tornato a suscitare polemiche, proprio in un periodo segnato dall’inchiesta su mafia e sanità che chiama in causa anche il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro.
A farsi portavoce del disagio è stato il procuratore aggiunto Roberto Scarpinato, pm del processo Andreotti. “Quando i pentiti hanno deciso di raccontare una storia che include cosa nostra in un sistema più ampio di interscambio tra l’elite della classe dirigente e le strutture criminali – ha spiegato - il sistema ha reagito con il rigetto trasversale: io stesso sono attento a non toccare certi argomenti per autotutela personale”. Quindi Scarpinato ha fornito la sua analisi sulla evoluzione del rapporto fra mafia siciliana e classe dirigente. “Se sino agli anni Settanta la struttura mafiosa aveva un rapporto di dipendenza, verso la fine di quel decennio abbiamo assistito ad un imborghesimento della stessa classe mafiosa e a un tentativo di creare un rapporto paritario con la stessa classe dirigente. Negli anni Novanta, con la nascita del capitalismo commerciale, cosa nostra ha assunto un nuovo assetto dei rapporti di forza, in cui certa classe dirigente diventa dipendente dal potere criminale. Per la borghesia mafiosa – ha concluso Scarpinato – sono stati gli anni del terrore ed è allora che lo Stato ha mostrato la sua forza dirompente, con l’arresto dei latitanti. Sarebbe bastato poco altro per una concreta disarticolazione del mondo mafioso, ma il treno dell’antimafia ha fermato la sua corsa”.
Da parte sua, il procuratore aggiunto Guido Lo Forte ha sottolineato la mancanza di coesione di tutte le istituzioni contro la mafia. “La Procura di Palermo fa il suo lavoro – ha detto il magistrato – ma indubbiamente i nostri uffici non possono non risentire del clima di incertezza e delle difficoltà che si sono venute a creare. Davanti a una cosa nostra che cambia pelle – ha sottolineato Lo Forte – occorre uno Stato coeso, in grado di sviluppare strategie al passo con i cambiamenti della criminalità”.
Al tavolo degli interventi non è mancato il procuratore capo a Palermo, Pietro Grasso. Le sue dichiarazioni hanno aggiunto all’ordinario scorrere della relazioni il ‘sale’ della polemica, chiamando in causa il ruolo della stampa siciliana.
Intervenendo al dibattito che ha chiuso i lavori - una tavola rotonda sul rapporto tra ‘Mafia e Informazione’, presenti, fra gli altri, Sandra Amurri de L’Unità e Antonio Calabrò di APCOM - Grasso ha infatti affermato che “si può arrivare a strumentalizzare un giornalista a Palermo senza che lui lo sappia, grazie a tanti passaggi che partono dal boss e finiscono ai mezzi di informazione. La stampa – ha proseguito il procuratore – a volte sembra fatta per diffondere notizie riservate o per dare informazioni ai latitanti”. Grasso hai poi sottolineato che di cosa nostra ormai si scrive poco e con rilievo inadeguato. “Solo quando c’è una implicazione con la politica si raggiungono le edizioni nazionali. C’è una precisa strategia dell’informazione – ha notato - che guarda caso è coincidente con quella dell’organizzazione mafiosa: quello che non si vede non esiste e quello che non si racconta non esiste”.
Il Simposio di Palermo ha naturalmente incrociato le cronache degli scandali finanziari – Parmalat e Cirio in testa - che contribuiscono a inquinare il mercato internazionale. L’occasione è giunta dalla relazione del senatore Michele Figurelli, che ha denunciato la mancata costituzione in Italia – da ben 12 anni – dell’Anagrafe dei Conti e dei Depositi. Un decreto da emanare entro 60 giorni dal dicembre del 1991 avrebbe stabilito destinazione e modalità della comunicazione da parte degli intermediari crediti e finanziari dei dati identificativi di ogni soggetto loro legato da rapporti di conto o di deposito. Figurelli ha sottolineato che la in attuazione dell’Anagrafe “è una muraglia cinese contro le indagini patrimoniali sulla mafia e sulla criminalità economica, o sui tanti soggetti coinvolti in vicende come Parmalat o Cirio”.
A chiusura dei lavori, il Centro Studi ‘Pio La Torre’ (www.piolatorre.it) ha annunciato la prossima attivazione a Palermo di un ‘forum permanente’ sul fenomeno mafia. Ad animarlo – nelle intenzione dei promotori – dovranno essere giornalisti, politici e le Università, nella speranza di alimentare le attenzioni sull’evoluzione del fenomeno cosa nostra.
Seguono gli interventi integrali
dei procuratori Tescaroli
e Lo Forte
ANTIMAFIADuemila N°39














