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Per questo mi chiamo Giovanni

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di Anna Petrozzi

Veramente un bel libro. Scritto bene, pieno di metafore, con un linguaggio avvincente che tiene con il fiato sospeso fino alla fine e quasi ti fa sperare che vada a finire in un altro modo. Giovanni ha dieci anni compiuti il 23 maggio 2002. Il papà decide che è arrivato il tempo di spiegargli perché ha deciso di chiamarlo come Giovanni Falcone e quanto quell’uomo così importante sia legato a lui e alla storia della sua famiglia.
Intelligente e commovente al tempo stesso, ripercorre la storia della mafia e dell’antimafia degli anni della grande battaglia di Giovanni Falcone. Solo un piccolo appunto ci siamo permessi di fare all’autore. L’aver omesso il grande contributo di Giovanni Brusca all’accertamento di una significativa parte della verità. Di fatto è apparso solo nel suo ruolo di mostro mafioso. Un peccato! Perché sicuramente con un’altra acuta metafora si sarebbe potuto far capire che a volte, anche dopo che si è commesso un grosso errore, si può cercare di riparare accettando di assumersi le proprie responsabilità. Comunque consigliatissimo, e non solo ai più piccoli.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?

Il desiderio di proporre ai ragazzi un’avventura appassionante, quale è stata la vita di Giovanni Falcone, spesa al servizio di un grande ideale: la giustizia. Come giornalista sportivo mi capita spesso di usare la parola “eroe”, in questo caso non la spendo a sproposito. Mi ricordo che da piccolo lettore io andavo in cerca di eroi che potessero darmi qualche traccia da seguire. Come dire: ok, devo affrontare il mondo, fatemi capire quali sono le regole e mostratemi qualcuno che se l’è giocata alla grande. Immagino che i ragazzi continuino a chiedere anche questi suggerimenti, non solo le magie di Harry Potter. A loro ho voluto presentare un eroe del nostro tempo, Giovanni Falcone, un uomo che se l’è giocata con passione, coraggio e grande senso dello Stato. Per evitare però di ridurre il testo a una noiosa predica morale e civile, mi sono sforzato di dare “visibilità” al racconto, usando molte metafore e molte immagini. Il mio sforzo di narratore è lo sforzo del padre palermitano  che racconta al figlio Giovanni, nato il giorno della strage di Capaci, la vicenda umana di Giovanni Falcone durante una giornata intera spesa attraversando i luoghi di Palermo legati al ricordo del magistrato. Il padre tira fuori dal suo zainetto, via via un carciofo, un veliero, un omino da Subbuteo, un’aspirina… Oggetti che usa per spiegare un concetto astratto o una situazione particolarmente delicata, come quella di un bambino sciolto come un’aspirina  in un bidone di acido. Il padre si preoccupa di tenere sempre viva l’attenzione del figlio. Mi ricordo che da piccolo lettore non mi accontentavo degli eroi, pretendevo che si muovessero all’interno di una storia appassionante.

Quale messaggio vorresti che i ragazzi recepissero dal tuo libro?
Un messaggio? Che la mafia non è una cosa da grandi, da mettere in ripostiglio come un vestito troppo largo che servirà più avanti. La mafia, come fenomeno storico e sociale, richiede un’analisi complessa, è vero, ma come atteggiamento di fronte alla prepotenza e all’ingiustizia riguarda tutti. Si può combatterla già da piccoli, con la consapevolezza che la giustizia richiede scelte coraggiose, una cultura della legge che non ammette compromessi. Il paradosso è che, mentre la mafia si preoccupa da sempre di reclutare nuove leve tra i giovanissimi, l’antimafia speso ha paura perfino a parlare del fenomeno e a portarlo nelle scuole. Eppure Giovanni Falcone andava dicendo che la mafia potrà essere sconfitta solo dalle nuove generazioni che saranno educate nel rispetto della legge. Per questo Rocco Chinnici andava spesso nelle aule a parlare di mafia ai ragazzi, come fa ora Maria Falcone, sorella di Giovanni, che ha creato la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone e mi ha aiutato nella realizzazione di questo libro, di cui ha scritto la prefazione. Del grande insegnamento del magistrato Falcone mi piacerebbe che arrivasse ai ragazzi in particolare l’esempio di un uomo che ha sacrificato se stesso pur di non venire meno ai doveri impostigli dalle sue responsabilità. Falcone rinunciò a esigenze primarie, come quella della paternità (non posso rischiare di mettere al mondo degli orfani). Una lezione di grande attualità in tempi di conflitti di interesse.

Credi sia possibile il “riscatto” della città di Palermo, dell’intera Sicilia e del nostro Paese dalla mafia?
Come possono i ragazzi credere in un futuro senza mafia?

Come diceva Giovanni Falcone anch’io sono convinto che la mafia possa essere combattuta solo con una piena presa di coscienza del fenomeno che deve essere allenata fin dalla scuola. Oltre alla cultura della legge, ovviamente, è indispensabile una forte presenza dello Stato in grado di legittimarla. Aveva ragione Leonardo Sciascia quando faceva notare che l’omertà non è una caratteristica etnica dei siciliani, ma una condizione universale in un contesto di paura. “Se i carabinieri fossero più forti della mafia, non ci sarebbe omertà”, spiegava. Alla fine del suo racconto il papà cerca di far capire al figlio che, nonostante Capaci, Falcone è stato un eroe vincente perché ha portato a Palermo e in tutta la Sicilia una speranza di riscatto senza precedenti. Per la prima volta rinchiuse in gabbia più di duecento mafiosi e li fece condannare dando un volto e un nome a un mostro di cui molti negavano l’esistenza. E la speranza che sollevò nei giorni del maxiprocesso non è morta con lui. Lo dimostrano i risultati ottenuti negli anni seguenti sfruttando le sue intuizioni e i tanti biglietti affettuosi che la gente comune continua ad attaccare all’albero di via Notarbartolo, davanti alla casa che abitò il magistrato. Falcone ricordava: “Gli uomini passano, le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini”. Abbiamo scritto questo pensiero sulla copertina del mio libro che trasmette le idee di Falcone ai ragazzi. I giovani hanno gambe forti e la lunga strada davanti: possano portare avanti le idee più degli altri.

Sono d’accordo, ma pensiamo che i giovani potranno essere "le gambe" dei nostri eroi se verrà detta loro la verità. Abbiamo notato che nel libro è stato scelto di omettere una verità importante.
Se è corretto descrivere la brutalità utilizzata da Giovanni Brusca quando era mafioso, sarebbe stato altrettanto giusto scrivere che se non fosse stato per la sua collaborazione, oggi  si saprebbe poco o nulla sulla strage e nemmeno sui possibili mandanti esterni che vollero, insieme alla mafia, la morte di Giovanni Falcone. Perchè è stata operata questa scelta quando Falcone si batté in prima persona per difendere l'importanza dei collaboratori di giustizia?

I concetti di "verità" e "omissione" vanno calibrati tenendo conto che io non ho scritto un saggio sulla mafia, né uno studio storico. Ho cercato di scrivere un racconto per introdurre alla comprensione di un fenomeno particolare e complesso come quello mafioso e per aiutare la riflessione sui temi della giustizia e dell'ingiustizia che possono coinvolgere i giovani attraverso manifestazioni comuni come il bullismo. Avendo in mente lettori molto giovani, bambini di 9-10 anni, per quanto possibile, mi sono preoccupato di semplificare i concetti e di presentare situazioni chiare e distinte. Tommaso (Buscetta) mi è servito per spiegare l'efficacia dei pentiti, strumento chiave nella battaglia di Falcone; Giovanni (Brusca) mi è servito invece per spiegare la faccia più brutale della mafia. Non per niente i protagonisti non hanno cognomi, solo nomi. Così come nella strisce di Peanuts si vedono soltanto le gambe degli adulti. I personaggi che si muovono nel mio libro, anche se riconoscibili, più che essere personaggi storici, rappresentato tessere del mosaico che dovrebbe dare al giovanissimo lettore un primo ritratto elementare (ma proprio per questo nitido) della mafia e della lotta alla mafia. In un secondo tempo, al di là di questo libro, troverà certamente qualcuno che gli spiegherà che Giovanni Brusca si è pure pentito. Imparerà sfumature e ombre. Nei primi disegni a scuola, i bambini non disegnano mai sfumature e ombre. Solo contorni nitidi. Io mi sono adeguato al loro linguaggio.




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E’ morto Tom Benettollo


Lo scorso 20 giugno è morto improvvisamente Tom Benettollo, presidente nazionale dell’ARCI, mentre interveniva ad un dibattito organizzato a Roma da Il Manifesto. Immediatamente soccorso da Gino Strada, presente anche lui all’iniziativa, è stato trasportato al Policlinico Umberto I. Qui è stato diagnosticato un aneurisma all’aorta. Sottoposto subito ad un intervento chirurgico, sono sorte complicazioni che lo hanno portato al decesso durante la notte.
Tom Benettollo era nato a Vigonza (PD) il 22/02/1951. Negli anni ’70 diventò corrispondente dal Veneto de l’Unità e collaboratore di Veneto sette. Nel 1973 si iscrisse alla Fgci - Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani, nel 1981 si trasferì a Roma come responsabile esteri della Fgci nazionale. Nel 1983 diventa responsabile pace per l’Ufficio esteri del PCI. Dall’82 al ’92 è stato componente del segretariato delle convenzioni END (European nuclear disarmament) e componente della Segreteria della Helsinki Citizens’ Assembly per la democrazia e i diritti umani dell’Est.
Nel 1987 arriva all’ARCI di cui diventerà presidente nazionale nel 1997, incarico che gli verrà riconfermato nel 2002. Tante le battaglie a favore della pace: contro la guerra in Kossovo, contro la guerra “preventiva” in Afghanistan e in Irak, a favore delle popolazioni di Israele e della Palestina.
Nel 2001 è a Genova con i pacifisti a manifestare al G8, poi a Porto Alegre e a Mumbay per il Forum sociale mondiale, sempre a fianco degli immigrati per la chiusura dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea).
A un uomo di pace come Tom Benettollo il saluto e il ringraziamento da tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila.
Info su Tom Benettollo www.arci.it




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Così Falcone e Borsellino
ricordarono il procuratore Scaglione


Palermo. Il 5 maggio del 1971 il Procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione fu ucciso in via dei Cipressi insieme al suo autista, l’agente di custodia Antonio Lo Russo. Dopo 33 anni ancora non sono stati individuati i responsabili. Del delitto vennero accusati  i vertici della cosca corleonese, in particolare Liggio che poi fu prosciolto. Secondo la commissione Antimafia le inchieste avviate dopo la strage di Ciaculli del 1963 consentirono di “scardinare e disperdere” le organizzazioni mafiose. Cosa Nostra reagì con la sistematica eliminazione degli investigatori che avevano intuito le nuove strategie. E Scaglione fu il primo. Anche i giudici Falcone e Borsellino si sono occupati dell’omicidio di via dei Cipressi. Per Falcone: “L’uccisione del procuratore Scaglione è un fatto che, al di là delle motivazioni specifiche, aveva lo scopo di dimostrare a tutti che Cosa Nostra non soltanto non era stata intimidita dalla repressione giudiziaria, ma che era sempre pronta a colpire chiunque ostacolasse il suo cammino”. Invece per  Borsellino: “A partire dagli anni Settanta la mafia condusse una campagna sistematica di eliminazione degli investigatori che intuirono qualcosa. Le cosche sapevano che erano isolati, che dietro di loro non c’era lo Stato e che la loro morte avrebbe ritardato le scoperte. Accadde così per Scaglione”.
Marco Cappella


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