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La disfatta della giustizia

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Al traguardo la riforma che non risolve i problemi ma lega le mani ai magistrati
di Rita Guma


Spetta al presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, l'ultima parola sulla discussa riforma della Giustizia, approvata definitivamente alla Camera dei Deputati il 30 novembre. E' possibile infatti che il presidente rinvii alle Camere la legge, qualora ritenga che essa presenti aspetti incostituzionali. Alle sollecitazioni a firmare provenute dal ministro Roberto Castelli, il Capo dello Stato ha risposto comunque con una nota in cui si sottolinea che "anche in questa occasione, così come ha fatto sempre - eserciterà le prerogative costituzionali che gli competono nei tempi stabiliti dalla Costituzione" (30 giorni).
Ma profili di incostituzionalità della legge - che delega il Governo a "riformare l'ordinamento giudiziario per il decentramento del Ministero della giustizia, per la modifica della disciplina concernente il Consiglio di presidenza della Corte dei Conti, oltre che per la riforma delle carriere e per l'esame per la valutazione della capacita' psicoattitudinale a esercitare le funzioni di magistrato" - sono stati già lamentati da diversi esperti e dai vertici dell'Associazione Nazionale Magistrati, il cui presidente, Edmondo Bruti Liberati, aveva anche incontrato il Guardasigilli per presentargli le critiche e le proposte delle toghe.
Rilevando che la riforma dell'ordinamento giudiziario incide in modo più o meno indiretto sulle prerogative di indipendenza che la Costituzione assegna alla magistratura, all'indomani dell'approvazione la giunta dell'ANM  ha commentato che, pur "nel più' rigoroso rispetto per le prerogative del Parlamento… i magistrati hanno il diritto ed il dovere civile di esprimere l'opinione maturata sulla base della esperienza professionale specifica, unendosi alla critica ripetutamente espressa dagli altri operatori della giustizia e dal mondo accademico".
Infatti alcune centinaia di giuristi docenti universitari hanno firmato nei mesi scorsi vari documenti con critiche motivate al provvedimento, 170 fra psichiatri e psicologi hanno sottoscritto un documento sulla infondatezza scientifica e l'inopportunità di un test psicoattitudinale per i magistrati, mentre il Gruppo europeo dell'Unione Internazione dei Magistrati ha inviato un messaggio nel quale si fa presente  che "l'attuale sistema giudiziario italiano è stato preso a modello in numerosi altri Paesi europei… in quanto è sicuramente uno dei più in linea con… i principi base per l'indipendenza del sistema giudiziario fissati dalle Nazioni Unite (1985), la raccomandazione n. R(94)12 del Consiglio dei Ministri del Consiglio di Europa agli Stati membri sull'indipendenza, l'efficienza e il ruolo dei giudici (1994)" ed altri documenti internazionali.
Invece la separazione di fatto delle carriere, la scuola della magistratura, il colloquio psicoattitudinale in occasione del concorso, la riforma di CSM e Cassazione, la gerarchizzazione degli uffici - per la quale l'unico titolare dell'azione penale e l'unico autorizzato a parlare con i giornalisti sarà il procuratore capo, che potra' anche revocare un'inchiesta ad un magistrato qualora in disaccordo con lui - permetteranno un controllo dei magistrati da parte del potere politico. E questo, fanno rilevare i magistrati e diverse associazioni della società civile in difesa della libertà di espressione e dei diritti civili, oltre a contraddire lo spirito della Costituzione, che vuole i due poteri indipendenti, è un rischio per le garanzie sui diritti dei cittadini.
Per contro, viene lamentato, nulla viene fatto per il buon funzionamento degli uffici, per l'organico insufficiente anche fra gli impiegati giudiziari, per le strutture fatiscenti in cui molti tribunali (da Milano, ove è crollato un soffitto, a quelli del sud, dove non c'è il riscaldamento o trionfa l'umidità) hanno la loro sede, per i problemi concreti e quotidiani che rallentano i processi (dalla mancanza della carta e dei computer, alla carenza di notificatori, al mancato pagamento per mesi degli stenotipisti) ed in qualche caso paralizzerebbero l'attività giudiziaria se i magistrati non si adattassero, adoperandosi oltre le loro funzioni e doveri.
Per queste ragioni, e nel tentativo di suscitare un accurato dibattito parlamentare prima del voto, l'ANM ha tenuto il 24 novembre, prima dell'approvazione, uno sciopero nazionale consistito nell'astensione dalle udienze (eccetto i servizi essenziali, che sono stati assicurati, secondo la carta di autoregolamentazione) e nell'organizzazione di assemblee aperte al pubblico.
L'iniziativa - concomitante, ma non concordata, con una analoga protesta degli avvocati penalisti - ha riscosso una notevole partecipazione (82% medio secondo l'ANM, 75% secondo il ministero).
Fra tutte le proteste va ricordata quella dei magistrati della Procura di Palermo, esposta più volte ad attacchi politici ed immersa nelle indagini e dei processi alla criminalità organizzata mafiosa. Il 24 novembre l'assemblea organizzata dal Presidente della locale sezione dell'ANM, Massimo Russo, e' durata tre ore  ed ha visto gli interventi dei magistrati che hanno illustrato i motivi della contrarietà alla riforma. Assente il Procuratore capo di Palermo, Pietro Grasso, che ha però fatto sapere di ''partecipare allo sciopero'' pur avendo "altri impegni''.
Per l'occasione l'aula magna del Palazzo di Giustizia era affollatissima, non solo di togati, ma anche di rappresentanti della società civile. Fra questi Manfredi Borsellino - figlio del giudice Paolo Borsellino - che alla fine ha stretto la mano ai magistrati in sciopero.
In questa Procura - secondo i risultati di un sondaggio interno forniti dalla Giunta distrettuale palermitana dell'ANM - all'entrata in vigore della riforma l'81% dei PM del distretto di Palermo chiederanno il passaggio alla magistratura giudicante, mentre 69 sostituti procuratori su 103 abbandoneranno la Procura.


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