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Intervista a Giuseppe Lumia

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La moderna antimafia?
Un progetto preciso  e regole ferree in politica

di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo



Onorevole Lumia, da tre legislature lei è impegnato nella lotta alle mafie dall’osservatorio privilegiato della Commissione Parlamentare Antimafia, quali sono gli obiettivi che vi proponete ora che il centro sinistra è tornato al governo?
Il primo obiettivo è di riprovare, ancora una volta, a realizzare ciò che nella storia del  nostro Paese non si è mai riusciti a fare: rendere prioritaria la lotta alla mafia, così come si è fatto negli anni passati nella lotta al terrorismo.
E’ sicuramente una strada in salita perché se il terrorismo alla fine è stato percepito come un attacco esterno alla società e alle Istituzioni, le mafie sono dentro, agiscono all’interno della società stessa e hanno rapporti collusivi con settori dell’economia e della politica. Il lavoro si presenta perciò molto più complesso e gli ostacoli sono enormi.
Ecco perché il risultato è tutt’altro che scontato, ecco perché non basta una scelta di antimafia burocratica o ideologica, ecco perché necessitiamo di una forte dose di antimafia progettuale che sfidi il Paese, le Istituzioni e il Governo a compiere finalmente questo indispensabile e non più prorogabile salto di qualità. Il compito della Commissione è quindi di dotarsi di una strategia precisa e specifica che vada oltre il generico invito alla società ed alle Istituzioni di impegnarsi nella lotta alla mafia.

In cosa consiste questo progetto, in via sintetica?
I punti sono molti e sono diversi, così come gli ambiti della lotta alla mafia. Partiamo intanto da un dato di fatto che è anche forse uno dei più eclatanti.
Sappiamo del grande potere di accumulazione delle mafie grazie al processo di internazionalizzazione che le ha portate a realizzare un giro di capitali immenso, a stabilire collegamenti e pericolose, quanto proficue, collaborazioni tra le diverse mafie e organizzazioni criminali. Chi lavora oggi contro questa internazionalizzazione? In modo sistematico nessuno, solo pochi volenterosi che riescono a portare avanti qualche attività di indagine con un raccordo politico  internazionale quasi inesistente su questo piano.
E’ urgentissimo infatti che si venga a creare almeno uno spazio giuridico antimafia europeo nel quale venga armonizzata la migliore legislazione in materia. E dobbiamo chiedere all’Onu, che a Palermo, organizzò a dicembre del 2000 la prima conferenza internazionale della lotta al crimine organizzato, di riprendere quel cammino iniziato allora e poi accantonato.
Dobbiamo attuare forti azioni di contrasto sul traffico internazionale di stupefacenti come, ad esempio, colpire i reagenti chimici usati per trasformare le foglie di coca in  cocaina, reagenti  che, sono fabbricati in particolari impianti industriali dell’Europa e degli Stati Uniti catalogandoli ad esempio con una serie di codici; regolamentare i circuiti internazionali dell’economia finanziaria con particolare attenzione alla cruciale questione dei paesi “paradiso fiscale” e “off-shore”. Questo è un grande punto strategico su cui impegnare le nostre migliori energie.
Occorre fare un salto di qualità nella gestione dei beni confiscati per porli davvero al servizio della società, disponendo per esempio di un fondo che serva a ristrutturare appartamenti o palazzi sequestrati alle mafie e renderli quindi agibili e utilizzabili socialmente e produttivamente. Lo stesso deve essere fatto con le aziende affinché possano continuare il loro ciclo produttivo se sono in  attività, oppure essere rimesse in sesto nel caso siano state abbandonate da tempo diventando così un’occasione imperdibile di sviluppo nella legalità. Andrebbe istituita pertanto una moderna Agenzia Nazionale qualificata per svolgere un lavoro accurato in questo senso e, ovviamente, deve essere ampliata la gamma legislativa per colpire al meglio i patrimoni. Sono preziose, a tal proposito, le indicazioni che Libera ci ha proposto in questi anni.
Altra questione antica e spinosa riguarda le infiltrazioni mafiose nel sistema degli appalti pubblici. Come più volte abbiamo suggerito, il primo cambiamento sostanziale da introdurre è la drastica riduzione delle stazioni appaltanti il cui numero odierno (oltre 27000) impedisce la fondamentale opera di controllo e monitoraggio che deve essere svolta sia sul momento della gara e sia direttamente nei cantieri attraverso opportune sinergie tra tecnici ed investigatori.
Va poi resa sistematica la presenza in tutti gli enti, che gestiscono risorse pubbliche, dei protocolli di legalità di “nuova generazione” per andare a monte nel controllo di legalità ed impedire l’affermarsi dei mafiosi nei cantieri.
Vanno poi inserite nei bandi di gara le cosiddette “clausole di gradimento”:  ad esempio chi paga il pizzo può essere penalizzato con la rescissione in danno dell’opera, per chi non paga invece debbono essere previsti alcuni vantaggi.
In tema di racket e usura bisogna valorizzare l’esperienza dell’associazione antiracket guidata da Tano Grasso, per dare corso ad iniziative che coinvolgano numeri elevati di operatori economici.
E’ importante inoltre stimolare e promuovere, attraverso una campagna capillare di sensibilizzazione, la partecipazione di milioni di italiani a progetti di consumo critico dell’antimafia, cioè spingere i cittadini, non solo quelli che risiedono in territori a tradizionale presenza mafiosa, ad uscire di casa e ad appoggiare con acquisti intelligenti nei negozi che condividono la lotta al racket e all’usura sull’esempio di “Addio Pizzo” e dei beni come l’olio, la pasta, i formaggi che Libera veicola nei centri commerciali della Iper-coop. Deve essere chiaro a negozianti e imprenditori che l’antimafia conviene e questo si può fare tramite incentivi e benefici. Discorso chiaramente valevole anche per la questione appalti.
Questo per quanto riguarda il versante economico.
Poi vi è la delicatissima questione dei testimoni di giustizia. Una risorsa fondamentale che tuttavia è rimasta piuttosto rara poiché fino ad ora lo Stato non è riuscito ad esaltarla nel giusto modo. Innanzitutto il percorso del testimone deve essere ulteriormente distinto da quello del collaboratore di giustizia, altra arma fondamentale nella lotta alle mafie, ma sostanzialmente differente. Al testimone deve essere garantita la protezione fisica e la possibilità di proseguire la sua vita nel territorio di appartenenza se lo desidera o altrove con documenti e fondi sufficienti per poter assicurare una prospettiva di futuro a se stesso e alla propria famiglia.
Per quanto riguarda i collaboratori di giustizia, anche questi non vanno abbandonati, rivedendo quelle normative che rendono difficile o disincentivante il loro contributo.
Da questa Commissione deve scaturire una proposta di legislazione antimafia che ci permetta di dare una svolta e indicare un indirizzo preciso al lavoro del Parlamento su tutto il complesso di norme antimafia, per giungere finalmente al “Testo Unico” che da tempo ci viene sollecitato, che serva a potenziare le capacità investigative degli organi preposti, a snellire i processi e a realizzare un compiuto e costituzionalmente garantito sistema di doppio binario.

Dopo un periodo di intensa attività giudiziaria nell’era post-stragi e soprattutto dopo le controverse sentenze di assoluzione di personaggi eccellenti si è sentito parlare spesso e da più parti della necessità di restituire un certo primato alla politica nella lotta alla mafie a partire da un codice di regolamentazione interno ai partiti che dovrebbe fissare dei criteri di selezione della classe dirigente. Principio assolutamente condivisibile. Tuttavia alle ultime elezioni, compresa l’istituzione della Commissione Parlamentare Antimafia, non vi è stato alcun cenno di cambiamento in questa direzione e le cose sono rimaste invariate. Non vorremmo si rischiasse di ridimensionare la via penale per poi ritrovarsi con un nulla di fatto da parte della politica che non sembra avere altro interesse se non proteggere se stessa in nome del garantismo costituzionale, cosa ne pensa?

Innanzitutto si deve evitare nel modo più categorico la contrapposizione tra le varie forme di antimafia: giudiziaria, politica, sociale ed economica. Nessuna di queste vie deve prevalere sull’altra. Solo un progetto che le integri l’un l’altra può raggiungere obiettivi seri.
In questi anni si è registrata una pericolosa delega alla magistratura, ora la politica deve riacquisire un ruolo attivo nella lotta alla mafia, ma attenzione! questo non significa che vada ridimensionata la portata del giudizio penale. Non può essere dimenticata la forte domanda di giustizia penale richiesta a gran voce fin dai primi del secolo scorso dal movimento contadino e ottenuta solo negli anni recenti con il primo maxi processo a Cosa Nostra. Fino ad allora, ricordiamocelo, il giudizio penale era stato negato. Ribadisco! Il giudizio penale è una funzione importante nella democrazia e non un “bene borghese” da ridimensionare.
La politica ha il dovere di difendere l’autonomia della magistratura, promulgare leggi efficaci, ricostruire buoni rapporti amministrativi, destinare risorse ecc… Se vuole affermare legittimamente un suo primato lo deve fare attraverso un progetto preciso e un’attenta selezione della sua classe dirigente.
Devono infatti vigere codici etici cogenti di autoregolamentazione dei partiti, da rispettare obbligatoriamente con la stessa importanza di altre norme presenti negli statuti stessi dei gruppi politici, in cui i probiviri svolgano un ruolo forte, in grado di esercitare il controllo e di prevedere financo l’espulsione quando un dirigente intrattiene relazioni consapevoli e sistematiche con boss mafiosi. Per altre violazioni a norme ed ordinamenti degli statuti dei partiti sono previsti un sistema di sanzioni e di espulsioni; perché non si può istituire allora un meccanismo di allontanamento per tutto quel sistema di collusioni accertate con la mafia?
Intendo dire: non rifarsi ad un generico codice etico, ma ad un vero e proprio codice di autoregolamentazione che preveda scelte interne rigorose.
Questo è un lavoro che deve essere fatto a monte delle candidature e della selezione della classe dirigente. Se questo non avviene e si arriva alle Istituzioni, ad esempio in Parlamento, non può esistere un determinismo che impedisca ulteriori meccanismi di valutazione, che per quanto delicati si devono attuare a tutela dell’Istituzione stessa.
Cominciamo con il più piccolo, ma delicato  ambito della Commissione Antimafia in cui, come ha stabilito la nuova legge istitutiva, si prevede che i Presidenti di Camera e Senato nominino i componenti “tenendo conto della finalità della Commissione”. Con il tempo poi, man mano che questa sensibilità cresce, si possono inserire altre clausole che consentano alla Commissione di poter evitare di agire in condizioni di inopportunità per le vicende giudiziarie o professionali dei suoi membri, viste e considerate alcune situazioni particolari come l’accesso agli atti, la prerogativa d’inchiesta, con gli stessi poteri della magistratura, ed il ruolo educativo che si esercita nella società. Insomma i componenti devono essere adeguati a svolgere questa funzione. Non vanno esclusi criteri di incandidabilità. Vista la delicatezza, questa deve essere una strategia condivisa per cui la politica tutta si impegna ad adottare candidature adeguate, risultato di un’altrettanta capacità di selezione.
Personalmente mi sono battuto perché già da questa legislatura si prevedessero questi criteri, ma solo pochi gruppi politici ed esponenti parlamentari hanno lavorato in tal senso. Alcune critiche che si sono sollevate da diversi settori del nostro Paese non sono del tutte infondate. Ora comunque bisogna recuperare, tramite il lavoro, l’autorevolezza e la funzionalità che rimane importante della stessa Commissione.

La Commissione ha anche importanti poteri di inchiesta, in che direzione intende muoversi?
Quando un parlamentare entra a far parte di una Commissione come quella Antimafia deve spogliarsi della propria appartenenza politica e sentirsi unicamente membro della Commissione. Ogni componente è tenuto a compiere un passo in più rispetto alla propria maggioranza o minoranza per poter svolgere con rigore certosino indagini a tutto campo e comprendere i mutamenti compiuti dalle mafie in questi anni nei loro rapporti con la politica. Oggi le mafie, in special modo Cosa Nostra, ma anche la stessa ‘ndrangheta, non si accontentano più di un rapporto di mediazione, cioè di trattativa con il politico corrotto di turno al quale chiedere favori e dal quale temere tradimenti alla prima difficoltà, oggi operano per rappresentanza diretta: collocano i loro uomini direttamente ai posti di comando. E le recenti inchieste non fanno altro che confermare questa ipotesi.
E’ compito di questa Commissione pertanto indagare la trasformazione delle stesse mafie, di quella borghesia mafiosa capace di generare consenso e di gestire il potere. Scandagliare i loro rapporti con i poteri occulti e comprendere come si moltiplicano i condizionamenti.
Tuttavia le mafie stanno crescendo in rappresentanza diretta non solo nella politica, ma anche nella burocrazia, nell’economia e nelle Istituzioni. Non si limitano più a chiedere il pizzo, ma si fanno impresa, non contrattano più il voto con le reciproche convenienze, ma entrano in politica senza più dover dipendere da alcuna delega.
Va inoltre scandagliato il fenomeno della intermediazione della spesa pubblica che apre delle autostrade al controllo delle mafie, di interi settori della sanità e di altri importanti settori degli incentivi alle imprese.
Questi sono i temi principali di una moderna inchiesta che l’Antimafia è chiamata a svolgere sia nella direzione dei rapporti tra mafia e politica sia in quelli di mafia ed economia.

Di quali temi vi occuperete nello specifico?
E’ rimasto aperto uno dei temi più dolorosi del nostro Paese: quello dei mandanti esterni delle stragi e delle convergenze di interessi che hanno fatto da scenario agli omicidi cosiddetti eccellenti. Non si può disattendere ulteriormente la domanda di giustizia, sia dei famigliari delle vittime, che di tutti i cittadini. Anche questa è una delle questioni su cui la Commissione deve far sentire la propria influenza indagando essa stessa e spingendo affinché l’autorità giudiziaria possa far luce sui tanti, troppi buchi neri che permangono sui misteri della storia italiana. Mi riferisco ad esempio ai lontani casi di Portella, Mattei, De Mauro o al caso “Alfano” o “Manca” come oggi al più recente caso “Fortugno”. Così come si fece per la morte di Peppino Impastato, per cui il lavoro della Commissione, senza interferire, contribuì all’accertamento delle responsabilità politiche ed istituzionali.
Vi sono poi tematiche di diverso carattere ugualmente importanti su cui la commissione è chiamata ad investigare.

Per esempio?
Il mondo delle carceri. Abbiamo infatti a disposizione un elemento di novità di estremo interesse. Mai nella storia d’Italia si è verificato che così tanti boss di primo rango fossero rinchiusi in carcere con condanne definitive e così pesanti. Un precedente importantissimo poiché ha infranto il dogma dell’impunità su cui si basava molto dello strapotere mafioso, ma anche una situazione completamente inesplorata. La Commissione ha il potere e il dovere di chiedersi e di indagare cosa accade in questo popolo carcerario, capire quali sono le loro aspettative visto che difficilmente uomini d’onore di questa caratura si limitano a subire senza tentare di trattare la propria condizione. Sarà quindi compito della Commissione verificare l’effettiva efficacia di quanto stabilito dall’art. 41 bis e assicurarsi che i mafiosi non possano nutrire alcuna speranza di vedere realizzate le loro richieste tra cui l’abolizione proprio del 41 bis  e l’eventuale e devastante revisione dei loro processi o qualche spiraglio di poter accedere a benefici tramite la dissociazione.
Questo non significa che le carceri non debbano essere un luogo civile dove si possa concretamente pensare a programmi rieducativi, ma non si può ignorare che esso rappresenta un terreno fertile per la raccolta di informazioni fondamentali per la comprensione delle dinamiche interne ed esterne alle organizzazioni criminali e per impedire che possano dall’interno continuare a svolgere funzioni direttive verso l’esterno.

Per quanto riguarda le cosiddette “nuove mafie”, quali saranno le scelte della Commissione?
La presenza di mafie straniere sul nostro territorio è strettamente legata ad un altro fenomeno di vaste proporzioni: l’immigrazione. Di fronte al quale va operata un’immediata distinzione: gli immigrati, come risorsa sempre più necessaria per lo sviluppo economico e civile del nostro Paese, e per tanto da regolamentare, e le mafie straniere, che riducono in schiavitù i loro connazionali che invece vanno colpite senza alcuna indulgenza.
L’immigrato cinese, africano o di qualsiasi etnia che viene sfruttato deve trovare nella nostra democrazia accoglienza e un’opportunità così come non sempre ebbero gli italiani onesti e lavoratori che migrarono in cerca di futuro. Queste persone devono trovare nel nostro Stato quel senso di appartenenza e di protezione che invece cercano nel connazionale corrotto e mafioso il quale, al contrario, deve trovare nella nostra democrazia una severissima risposta.

Onorevole, quest’anno si è verificato un evento senza precedenti: gli Stati Generali dell’Antimafia fortemente voluto da Don Ciotti e organizzato da Libera. Qual è la sua valutazione?

E’ stato un grande appuntamento che ha segnato per la prima volta in Italia l’affermazione di un principio fondamentale: andare oltre la frammentazione delle antimafie parziali, rissose e in conflitto fra di loro. Bisogna invece costruire un’antimafia che impara a dialogare, che si predisponga ad un sistema integrato così come sanno fare benissimo le mafie. Occorre darsi degli obiettivi e verificare il progresso e l’andamento delle azioni che portano a questi obiettivi, anticipare e stimolare il lavoro delle Istituzioni e proporre formule nuove, risultato di critica costruttiva e sperimentazione sul campo.
Questa verifica dovrebbe avvenire a scadenza fissa, annualmente, proprio per valutare eventuali correzioni o cambi di rotta.

Nella giornata conclusiva il neo-presidente della Commissione Francesco Forgione ha indicato nella data del 30 aprile un possibile traguardo temporale entro il quale far approvare dal Parlamento il testo unico di legislazione antimafia secondo le indicazioni degli Stati Generali, pensa che sarà possibile?
L’approvazione del “Testo Unico” è un obiettivo importantissimo, a cui dobbiamo dare finalmente una risposta da ottenere ora durante il governo di centro-sinistra. La data di scadenza per la sua approvazione proposta dal Presidente per il 30 aprile, anniversario della morte di Pio La Torre, potrebbe essere una data vera, uno spartiacque davvero interessante.

Speriamo. Anche se, a dire la verità, appare preoccupante che sia stato destinato un budget piuttosto limitato alle spese delle Commissione.
Anche questo è stato un errore. Anche se va detto che senza dubbio nel recente passato si è speso in maniera esagerata. Quindi era necessaria un’applicazione di gestione più severa, ma questa compressione è un po’ troppo eccessiva. Ora si deve trovare il modo per gestire al meglio le risorse disponibili anche se ne andrebbero recuperate altre qualora si dovesse programmare un lavoro serio e di riconosciuta qualità.




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Quindici anni per 270 milioni
di Euro. Sequestro storico
nel nisseno.


Un sequestro storico per la provincia nissena. Lo scorso 28 novembre gli investigatori della Dia e del Gico della Guardia di Finanza hanno messo un sigillo ai beni di Pietro Di Vincenzo, uno dei più grossi costruttori edili del meridione, per un valore di 270 milioni di euro. L’ordine è provenuto dalla Dda, che indaga sulle relazioni pericolose dell’imprenditore da 15 anni, in particolare dal procuratore aggiunto Amedeo Bertone, titolare dell’inchiesta, che ha ottenuto l’autorizzazione dal Tribunale per le misure di prevenzione. Complessivamente sono state messe sotto sequestro le quote di proprietà di otto holding capogruppo e le relative partecipazioni in ulteriori 40 società impegnate prevalentemente nel settore edilizio, ed in particolare in quello costruzione di opere pubbliche e private, gestione di impianti per il trattamento delle acque recupero e smaltimento rifiuti, igiene urbana e ambientale; 10 immobili, 7 polizze assicurative e disponibilità finanziarie riconducibili all’imprenditore e alla sua famiglia.
Secondo l’accusa vi sarebbe: “palese contiguità tra la gestione imprenditoriale del ‘gruppo Di Vincenzo’ e il vertice regionale di Cosa Nostra, anche attraverso la manipolazione del sistema di aggiudicazione degli appalti pubblici”. “Di Vincenzo - scrivono i magistrati -  pagava e paga oggi il pizzo ma, in cambio di questa sua sottomissione alla mafia, avrebbe ottenuto grossi privilegi che consistono nell’aggiudicazione degli appalti pubblici più importanti non solo nel nisseno ma di tutta l’isola”. In conferenza stampa il magistrato ha voluto anche spiegare i rapporti del costruttore con la famiglia mafiosa di Cosa Nostra che ha come capo storico Giuseppe Piddu Madonia . “Essi sono stati provati anche di recente e riguardano i contatti romani con Antonio Rinzivillo per i quelli l’indagato ha subito una condanna ad un anno e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa e con Salvatore Ferraro sottocapo di Cosa Nostra nel nisseno, ora collaboratore di giustizia. Tra i pentiti concordi nella versione dell’accusa anche Leonardo Messina, Calogero Pulci e Calogero Rinaldi”.
Per i numerosi dipendenti di Di Vincenzo nessun rischio. “Un custode giudiziario infatti - hanno chiarito le autorità - avrà il compito di salvaguardare la posizione dei dipendenti che dovranno essere tutelati, continuando a svolgere la loro attività. Nel contempo è previsto tuttavia un controllo delle loro posizione per accertare se talune assunzioni sono state imposte dalla mafia”.
Non appena appreso della notizia il Presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione si è congratulato con gli inquirenti e ha voluto sottolineare come “ancora una volta viene dimostrato che il tema delle ricchezze e dei patrimoni accumulati illegalmente è centrale nella lotta alla criminalità organizzata”. Alla sua voce si è aggiunta quella del vice presidente Giuseppe Lumia che ha lanciato uno sguardo ad un possibile futuro di sviluppo e legalità in una delle zone a più forte tradizione mafiosa: “Adesso è necessario che le imprese, le organizzazioni di categoria e sindacali, le istituzioni e le forze politiche locali e la commissione Antimafia lavorino insieme per porre in essere percorsi trasparenti di gestione e di rilancio dell’economia del territorio”. A.P.




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Riaccendiamo i riflettori
su Trapani


“Ritengo che la Commissione Parlamentare Antimafia si debba fare carico della necessità di chiarire realmente le richieste messe in atto per allontanare l’allora prefetto di Trapani, Fulvio Sodano”. E’ quanto scritto dal vice presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia in una lettera inviata a diverse associazioni attive nel trapanese sul piano della lotta alle cosche. E prosegue: “ E’ una ferita che rimane ancora dolorosamente aperta e di cui ci eravamo occupati nella relazione di minoranza presentata al termine della passata legislatura le cui valutazioni erano basate sui dati riportati dal prefetto Sodano. Al quale esprimo tutta la mia solidarietà che estendo anche ai giornalisti Rai Michele Santoro e Stefano Maria Bianchi la cui citazione in giudizio (chiesta dal senatore D’ali in seguito alla puntata di Anno Zero dedicata alla mafia trapanese ndr.) ha davvero dell’incredibile”.
La realtà trapanese rappresenta da sempre una roccaforte per Cosa Nostra. Qui, nel regno del superlatitante e aspirante capo dell’organizzazione criminale Matteo Messina Denaro, trascorreva il suo soggiorno clandestino Totò Riina ed è qui forse, più che in ogni altro luogo, che la mafia ha tessuto rapporti tanto stabili quanto antichi e occulti con i vari poteri.
La famiglia D’Alì, la più potente sul territorio, composta da politici illustri e facoltosi imprenditori, dava lavoro ai Messina Denaro, qui, racconta il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, si muove il centro nevralgico della diplomazia mafiosa: “Si è deciso di ritornare alle origini, a quel vincolo strettissimo che le prime potenti cosche del trapanese avevano con i picciotti di oltreoceano. Castellamare è fra l’altro un punto di incontro tra i Paesi Arabi e l’America. Posso tranquillamente dire - prosegue il pentito nel verbale di interrogatorio reso ai procuratori federali dell’FBi giunti dagli Stati Uniti apposta per sentirlo - che Castellammare, oltre ai traffici normali, droga e tutto il resto, diciamo che è un punto dove si incontrano diverse componenti che girano attorno alla mafia. E’ un punto di incontro della massoneria. E’ un punto di incontro, in modo particolare intendo riferirmi a dei Servizi Segreti deviati, cioè un punto di incontro particolarmente ricco e particolarmente pericoloso principalmente per gli Stati Uniti, in modo particolare del mondo arabo”.
Trapani e la sua provincia dunque come crocevia di molteplici interessi di grande importanza riportati agli onori della cronaca da un recente articolo pubblicato sul “Dayly News” in cui secondo notizie d’indagine il nuovo capo della storica famiglia americana dei Bonanno sarebbe Salvatore Montanga, 35 anni nato proprio a Calstellamare del Golfo.
“L’esistenza di rapporti tra le famiglie mafiose di Calstellamare e quelle statunitensi è un fatto assodato”, ha detto il capo della squadra mobile di Trapani, il vice questore Giuseppe Linares, da anni impegnato nella caccia a Messina Denaro. “Ci sono dati storici - ha proseguito -. La “famiglia” dei Minore che guidò la mafia nel rapanese e che si muoveva liberamente tra la Sicilia e gli Usa. Il presunto assassino del giudice Ciaccio Montalto, Ambrogio Farina, che ricercato si rifugia negli Usa. Oggi sicuramente ci sono ancora contatti tra le cosche siciliane e americane”.
A Castellammare nei primi anni ‘90 si era rifugiato anche un narcotrafficante oggi ancora super ricercato, Rosario Naimo, inteso Saro, definito da Riina stesso “un uomo potente, più potente del presidente degli Stati Uniti” cui Matteo Messina Denaro si rivolse per inseguire il sogno di una Sicilia quale cinquantunesima stella della bandiera americana.
“Chiederò all’Antimafia”, ha dichiarato ancora Lumia, “di occuparsi di Trapani”. A.P.


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