Un progetto preciso e regole ferree in politica
di Anna Petrozzi e Lorenzo Baldo
Onorevole Lumia, da tre legislature lei è impegnato nella lotta alle
mafie dall’osservatorio privilegiato della Commissione Parlamentare
Antimafia, quali sono gli obiettivi che vi proponete ora che il centro
sinistra è tornato al governo?
Il primo obiettivo è di riprovare, ancora una volta, a realizzare ciò
che nella storia del nostro Paese non si è mai riusciti a fare:
rendere prioritaria la lotta alla mafia, così come si è fatto negli
anni passati nella lotta al terrorismo.
E’ sicuramente una strada in salita perché se il terrorismo alla fine è
stato percepito come un attacco esterno alla società e alle
Istituzioni, le mafie sono dentro, agiscono all’interno della società
stessa e hanno rapporti collusivi con settori dell’economia e della
politica. Il lavoro si presenta perciò molto più complesso e gli
ostacoli sono enormi.
Ecco perché il risultato è tutt’altro che scontato, ecco perché non
basta una scelta di antimafia burocratica o ideologica, ecco perché
necessitiamo di una forte dose di antimafia progettuale che sfidi il
Paese, le Istituzioni e il Governo a compiere finalmente questo
indispensabile e non più prorogabile salto di qualità. Il compito della
Commissione è quindi di dotarsi di una strategia precisa e specifica
che vada oltre il generico invito alla società ed alle Istituzioni di
impegnarsi nella lotta alla mafia.
In cosa consiste questo progetto, in via sintetica?
I punti sono molti e sono diversi, così come gli ambiti della lotta
alla mafia. Partiamo intanto da un dato di fatto che è anche forse uno
dei più eclatanti.
Sappiamo del grande potere di accumulazione delle mafie grazie al
processo di internazionalizzazione che le ha portate a realizzare un
giro di capitali immenso, a stabilire collegamenti e pericolose, quanto
proficue, collaborazioni tra le diverse mafie e organizzazioni
criminali. Chi lavora oggi contro questa internazionalizzazione? In
modo sistematico nessuno, solo pochi volenterosi che riescono a portare
avanti qualche attività di indagine con un raccordo politico
internazionale quasi inesistente su questo piano.
E’ urgentissimo infatti che si venga a creare almeno uno spazio
giuridico antimafia europeo nel quale venga armonizzata la migliore
legislazione in materia. E dobbiamo chiedere all’Onu, che a Palermo,
organizzò a dicembre del 2000 la prima conferenza internazionale della
lotta al crimine organizzato, di riprendere quel cammino iniziato
allora e poi accantonato.
Dobbiamo attuare forti azioni di contrasto sul traffico internazionale
di stupefacenti come, ad esempio, colpire i reagenti chimici usati per
trasformare le foglie di coca in cocaina, reagenti che, sono
fabbricati in particolari impianti industriali dell’Europa e degli
Stati Uniti catalogandoli ad esempio con una serie di codici;
regolamentare i circuiti internazionali dell’economia finanziaria con
particolare attenzione alla cruciale questione dei paesi “paradiso
fiscale” e “off-shore”. Questo è un grande punto strategico su cui
impegnare le nostre migliori energie.
Occorre fare un salto di qualità nella gestione dei beni confiscati per
porli davvero al servizio della società, disponendo per esempio di un
fondo che serva a ristrutturare appartamenti o palazzi sequestrati alle
mafie e renderli quindi agibili e utilizzabili socialmente e
produttivamente. Lo stesso deve essere fatto con le aziende affinché
possano continuare il loro ciclo produttivo se sono in attività,
oppure essere rimesse in sesto nel caso siano state abbandonate da
tempo diventando così un’occasione imperdibile di sviluppo nella
legalità. Andrebbe istituita pertanto una moderna Agenzia Nazionale
qualificata per svolgere un lavoro accurato in questo senso e,
ovviamente, deve essere ampliata la gamma legislativa per colpire al
meglio i patrimoni. Sono preziose, a tal proposito, le indicazioni che
Libera ci ha proposto in questi anni.
Altra questione antica e spinosa riguarda le infiltrazioni mafiose nel
sistema degli appalti pubblici. Come più volte abbiamo suggerito, il
primo cambiamento sostanziale da introdurre è la drastica riduzione
delle stazioni appaltanti il cui numero odierno (oltre 27000) impedisce
la fondamentale opera di controllo e monitoraggio che deve essere
svolta sia sul momento della gara e sia direttamente nei cantieri
attraverso opportune sinergie tra tecnici ed investigatori.
Va poi resa sistematica la presenza in tutti gli enti, che gestiscono
risorse pubbliche, dei protocolli di legalità di “nuova generazione”
per andare a monte nel controllo di legalità ed impedire l’affermarsi
dei mafiosi nei cantieri.
Vanno poi inserite nei bandi di gara le cosiddette “clausole di
gradimento”: ad esempio chi paga il pizzo può essere penalizzato con
la rescissione in danno dell’opera, per chi non paga invece debbono
essere previsti alcuni vantaggi.
In tema di racket e usura bisogna valorizzare l’esperienza
dell’associazione antiracket guidata da Tano Grasso, per dare corso ad
iniziative che coinvolgano numeri elevati di operatori economici.
E’ importante inoltre stimolare e promuovere, attraverso una campagna
capillare di sensibilizzazione, la partecipazione di milioni di
italiani a progetti di consumo critico dell’antimafia, cioè spingere i
cittadini, non solo quelli che risiedono in territori a tradizionale
presenza mafiosa, ad uscire di casa e ad appoggiare con acquisti
intelligenti nei negozi che condividono la lotta al racket e all’usura
sull’esempio di “Addio Pizzo” e dei beni come l’olio, la pasta, i
formaggi che Libera veicola nei centri commerciali della Iper-coop.
Deve essere chiaro a negozianti e imprenditori che l’antimafia conviene
e questo si può fare tramite incentivi e benefici. Discorso chiaramente
valevole anche per la questione appalti.
Questo per quanto riguarda il versante economico.
Poi vi è la delicatissima questione dei testimoni di giustizia. Una
risorsa fondamentale che tuttavia è rimasta piuttosto rara poiché fino
ad ora lo Stato non è riuscito ad esaltarla nel giusto modo.
Innanzitutto il percorso del testimone deve essere ulteriormente
distinto da quello del collaboratore di giustizia, altra arma
fondamentale nella lotta alle mafie, ma sostanzialmente differente. Al
testimone deve essere garantita la protezione fisica e la possibilità
di proseguire la sua vita nel territorio di appartenenza se lo desidera
o altrove con documenti e fondi sufficienti per poter assicurare una
prospettiva di futuro a se stesso e alla propria famiglia.
Per quanto riguarda i collaboratori di giustizia, anche questi non
vanno abbandonati, rivedendo quelle normative che rendono difficile o
disincentivante il loro contributo.
Da questa Commissione deve scaturire una proposta di legislazione
antimafia che ci permetta di dare una svolta e indicare un indirizzo
preciso al lavoro del Parlamento su tutto il complesso di norme
antimafia, per giungere finalmente al “Testo Unico” che da tempo ci
viene sollecitato, che serva a potenziare le capacità investigative
degli organi preposti, a snellire i processi e a realizzare un compiuto
e costituzionalmente garantito sistema di doppio binario.
Dopo un periodo di intensa attività giudiziaria nell’era post-stragi e
soprattutto dopo le controverse sentenze di assoluzione di personaggi
eccellenti si è sentito parlare spesso e da più parti della necessità
di restituire un certo primato alla politica nella lotta alla mafie a
partire da un codice di regolamentazione interno ai partiti che
dovrebbe fissare dei criteri di selezione della classe dirigente.
Principio assolutamente condivisibile. Tuttavia alle ultime elezioni,
compresa l’istituzione della Commissione Parlamentare Antimafia, non vi
è stato alcun cenno di cambiamento in questa direzione e le cose sono
rimaste invariate. Non vorremmo si rischiasse di ridimensionare la via
penale per poi ritrovarsi con un nulla di fatto da parte della politica
che non sembra avere altro interesse se non proteggere se stessa in
nome del garantismo costituzionale, cosa ne pensa?
Innanzitutto si deve evitare nel modo più categorico la
contrapposizione tra le varie forme di antimafia: giudiziaria,
politica, sociale ed economica. Nessuna di queste vie deve prevalere
sull’altra. Solo un progetto che le integri l’un l’altra può
raggiungere obiettivi seri.
In questi anni si è registrata una pericolosa delega alla magistratura,
ora la politica deve riacquisire un ruolo attivo nella lotta alla
mafia, ma attenzione! questo non significa che vada ridimensionata la
portata del giudizio penale. Non può essere dimenticata la forte
domanda di giustizia penale richiesta a gran voce fin dai primi del
secolo scorso dal movimento contadino e ottenuta solo negli anni
recenti con il primo maxi processo a Cosa Nostra. Fino ad allora,
ricordiamocelo, il giudizio penale era stato negato. Ribadisco! Il
giudizio penale è una funzione importante nella democrazia e non un
“bene borghese” da ridimensionare.
La politica ha il dovere di difendere l’autonomia della magistratura,
promulgare leggi efficaci, ricostruire buoni rapporti amministrativi,
destinare risorse ecc… Se vuole affermare legittimamente un suo primato
lo deve fare attraverso un progetto preciso e un’attenta selezione
della sua classe dirigente.
Devono infatti vigere codici etici cogenti di autoregolamentazione dei
partiti, da rispettare obbligatoriamente con la stessa importanza di
altre norme presenti negli statuti stessi dei gruppi politici, in cui i
probiviri svolgano un ruolo forte, in grado di esercitare il controllo
e di prevedere financo l’espulsione quando un dirigente intrattiene
relazioni consapevoli e sistematiche con boss mafiosi. Per altre
violazioni a norme ed ordinamenti degli statuti dei partiti sono
previsti un sistema di sanzioni e di espulsioni; perché non si può
istituire allora un meccanismo di allontanamento per tutto quel sistema
di collusioni accertate con la mafia?
Intendo dire: non rifarsi ad un generico codice etico, ma ad un vero e
proprio codice di autoregolamentazione che preveda scelte interne
rigorose.
Questo è un lavoro che deve essere fatto a monte delle candidature e
della selezione della classe dirigente. Se questo non avviene e si
arriva alle Istituzioni, ad esempio in Parlamento, non può esistere un
determinismo che impedisca ulteriori meccanismi di valutazione, che per
quanto delicati si devono attuare a tutela dell’Istituzione stessa.
Cominciamo con il più piccolo, ma delicato ambito della Commissione
Antimafia in cui, come ha stabilito la nuova legge istitutiva, si
prevede che i Presidenti di Camera e Senato nominino i componenti
“tenendo conto della finalità della Commissione”. Con il tempo poi, man
mano che questa sensibilità cresce, si possono inserire altre clausole
che consentano alla Commissione di poter evitare di agire in condizioni
di inopportunità per le vicende giudiziarie o professionali dei suoi
membri, viste e considerate alcune situazioni particolari come
l’accesso agli atti, la prerogativa d’inchiesta, con gli stessi poteri
della magistratura, ed il ruolo educativo che si esercita nella
società. Insomma i componenti devono essere adeguati a svolgere questa
funzione. Non vanno esclusi criteri di incandidabilità. Vista la
delicatezza, questa deve essere una strategia condivisa per cui la
politica tutta si impegna ad adottare candidature adeguate, risultato
di un’altrettanta capacità di selezione.
Personalmente mi sono battuto perché già da questa legislatura si
prevedessero questi criteri, ma solo pochi gruppi politici ed esponenti
parlamentari hanno lavorato in tal senso. Alcune critiche che si sono
sollevate da diversi settori del nostro Paese non sono del tutte
infondate. Ora comunque bisogna recuperare, tramite il lavoro,
l’autorevolezza e la funzionalità che rimane importante della stessa
Commissione.
La Commissione ha anche importanti poteri di inchiesta, in che direzione intende muoversi?
Quando un parlamentare entra a far parte di una Commissione come quella
Antimafia deve spogliarsi della propria appartenenza politica e
sentirsi unicamente membro della Commissione. Ogni componente è tenuto
a compiere un passo in più rispetto alla propria maggioranza o
minoranza per poter svolgere con rigore certosino indagini a tutto
campo e comprendere i mutamenti compiuti dalle mafie in questi anni nei
loro rapporti con la politica. Oggi le mafie, in special modo Cosa
Nostra, ma anche la stessa ‘ndrangheta, non si accontentano più di un
rapporto di mediazione, cioè di trattativa con il politico corrotto di
turno al quale chiedere favori e dal quale temere tradimenti alla prima
difficoltà, oggi operano per rappresentanza diretta: collocano i loro
uomini direttamente ai posti di comando. E le recenti inchieste non
fanno altro che confermare questa ipotesi.
E’ compito di questa Commissione pertanto indagare la trasformazione
delle stesse mafie, di quella borghesia mafiosa capace di generare
consenso e di gestire il potere. Scandagliare i loro rapporti con i
poteri occulti e comprendere come si moltiplicano i condizionamenti.
Tuttavia le mafie stanno crescendo in rappresentanza diretta non solo
nella politica, ma anche nella burocrazia, nell’economia e nelle
Istituzioni. Non si limitano più a chiedere il pizzo, ma si fanno
impresa, non contrattano più il voto con le reciproche convenienze, ma
entrano in politica senza più dover dipendere da alcuna delega.
Va inoltre scandagliato il fenomeno della intermediazione della spesa
pubblica che apre delle autostrade al controllo delle mafie, di interi
settori della sanità e di altri importanti settori degli incentivi alle
imprese.
Questi sono i temi principali di una moderna inchiesta che l’Antimafia
è chiamata a svolgere sia nella direzione dei rapporti tra mafia e
politica sia in quelli di mafia ed economia.
Di quali temi vi occuperete nello specifico?
E’ rimasto aperto uno dei temi più dolorosi del nostro Paese: quello
dei mandanti esterni delle stragi e delle convergenze di interessi che
hanno fatto da scenario agli omicidi cosiddetti eccellenti. Non si può
disattendere ulteriormente la domanda di giustizia, sia dei famigliari
delle vittime, che di tutti i cittadini. Anche questa è una delle
questioni su cui la Commissione deve far sentire la propria influenza
indagando essa stessa e spingendo affinché l’autorità giudiziaria possa
far luce sui tanti, troppi buchi neri che permangono sui misteri della
storia italiana. Mi riferisco ad esempio ai lontani casi di Portella,
Mattei, De Mauro o al caso “Alfano” o “Manca” come oggi al più recente
caso “Fortugno”. Così come si fece per la morte di Peppino Impastato,
per cui il lavoro della Commissione, senza interferire, contribuì
all’accertamento delle responsabilità politiche ed istituzionali.
Vi sono poi tematiche di diverso carattere ugualmente importanti su cui la commissione è chiamata ad investigare.
Per esempio?
Il mondo delle carceri. Abbiamo infatti a disposizione un elemento di
novità di estremo interesse. Mai nella storia d’Italia si è verificato
che così tanti boss di primo rango fossero rinchiusi in carcere con
condanne definitive e così pesanti. Un precedente importantissimo
poiché ha infranto il dogma dell’impunità su cui si basava molto dello
strapotere mafioso, ma anche una situazione completamente inesplorata.
La Commissione ha il potere e il dovere di chiedersi e di indagare cosa
accade in questo popolo carcerario, capire quali sono le loro
aspettative visto che difficilmente uomini d’onore di questa caratura
si limitano a subire senza tentare di trattare la propria condizione.
Sarà quindi compito della Commissione verificare l’effettiva efficacia
di quanto stabilito dall’art. 41 bis e assicurarsi che i mafiosi non
possano nutrire alcuna speranza di vedere realizzate le loro richieste
tra cui l’abolizione proprio del 41 bis e l’eventuale e devastante
revisione dei loro processi o qualche spiraglio di poter accedere a
benefici tramite la dissociazione.
Questo non significa che le carceri non debbano essere un luogo civile
dove si possa concretamente pensare a programmi rieducativi, ma non si
può ignorare che esso rappresenta un terreno fertile per la raccolta di
informazioni fondamentali per la comprensione delle dinamiche interne
ed esterne alle organizzazioni criminali e per impedire che possano
dall’interno continuare a svolgere funzioni direttive verso l’esterno.
Per quanto riguarda le cosiddette “nuove mafie”, quali saranno le scelte della Commissione?
La presenza di mafie straniere sul nostro territorio è strettamente
legata ad un altro fenomeno di vaste proporzioni: l’immigrazione. Di
fronte al quale va operata un’immediata distinzione: gli immigrati,
come risorsa sempre più necessaria per lo sviluppo economico e civile
del nostro Paese, e per tanto da regolamentare, e le mafie straniere,
che riducono in schiavitù i loro connazionali che invece vanno colpite
senza alcuna indulgenza.
L’immigrato cinese, africano o di qualsiasi etnia che viene sfruttato
deve trovare nella nostra democrazia accoglienza e un’opportunità così
come non sempre ebbero gli italiani onesti e lavoratori che migrarono
in cerca di futuro. Queste persone devono trovare nel nostro Stato quel
senso di appartenenza e di protezione che invece cercano nel
connazionale corrotto e mafioso il quale, al contrario, deve trovare
nella nostra democrazia una severissima risposta.
Onorevole, quest’anno si è verificato un evento senza precedenti: gli
Stati Generali dell’Antimafia fortemente voluto da Don Ciotti e
organizzato da Libera. Qual è la sua valutazione?
E’ stato un grande appuntamento che ha segnato per la prima volta in
Italia l’affermazione di un principio fondamentale: andare oltre la
frammentazione delle antimafie parziali, rissose e in conflitto fra di
loro. Bisogna invece costruire un’antimafia che impara a dialogare, che
si predisponga ad un sistema integrato così come sanno fare benissimo
le mafie. Occorre darsi degli obiettivi e verificare il progresso e
l’andamento delle azioni che portano a questi obiettivi, anticipare e
stimolare il lavoro delle Istituzioni e proporre formule nuove,
risultato di critica costruttiva e sperimentazione sul campo.
Questa verifica dovrebbe avvenire a scadenza fissa, annualmente, proprio per valutare eventuali correzioni o cambi di rotta.
Nella giornata conclusiva il neo-presidente della Commissione Francesco
Forgione ha indicato nella data del 30 aprile un possibile traguardo
temporale entro il quale far approvare dal Parlamento il testo unico di
legislazione antimafia secondo le indicazioni degli Stati Generali,
pensa che sarà possibile?
L’approvazione del “Testo Unico” è un obiettivo importantissimo, a cui
dobbiamo dare finalmente una risposta da ottenere ora durante il
governo di centro-sinistra. La data di scadenza per la sua approvazione
proposta dal Presidente per il 30 aprile, anniversario della morte di
Pio La Torre, potrebbe essere una data vera, uno spartiacque davvero
interessante.
Speriamo. Anche se, a dire la verità, appare preoccupante che sia stato
destinato un budget piuttosto limitato alle spese delle Commissione.
Anche questo è stato un errore. Anche se va detto che senza dubbio nel
recente passato si è speso in maniera esagerata. Quindi era necessaria
un’applicazione di gestione più severa, ma questa compressione è un po’
troppo eccessiva. Ora si deve trovare il modo per gestire al meglio le
risorse disponibili anche se ne andrebbero recuperate altre qualora si
dovesse programmare un lavoro serio e di riconosciuta qualità.
box1
Quindici anni per 270 milioni
di Euro. Sequestro storico
nel nisseno.
Un sequestro storico per la provincia nissena. Lo scorso 28 novembre
gli investigatori della Dia e del Gico della Guardia di Finanza hanno
messo un sigillo ai beni di Pietro Di Vincenzo, uno dei più grossi
costruttori edili del meridione, per un valore di 270 milioni di euro.
L’ordine è provenuto dalla Dda, che indaga sulle relazioni pericolose
dell’imprenditore da 15 anni, in particolare dal procuratore aggiunto
Amedeo Bertone, titolare dell’inchiesta, che ha ottenuto
l’autorizzazione dal Tribunale per le misure di prevenzione.
Complessivamente sono state messe sotto sequestro le quote di proprietà
di otto holding capogruppo e le relative partecipazioni in ulteriori 40
società impegnate prevalentemente nel settore edilizio, ed in
particolare in quello costruzione di opere pubbliche e private,
gestione di impianti per il trattamento delle acque recupero e
smaltimento rifiuti, igiene urbana e ambientale; 10 immobili, 7 polizze
assicurative e disponibilità finanziarie riconducibili all’imprenditore
e alla sua famiglia.
Secondo l’accusa vi sarebbe: “palese contiguità tra la gestione
imprenditoriale del ‘gruppo Di Vincenzo’ e il vertice regionale di Cosa
Nostra, anche attraverso la manipolazione del sistema di aggiudicazione
degli appalti pubblici”. “Di Vincenzo - scrivono i magistrati - pagava
e paga oggi il pizzo ma, in cambio di questa sua sottomissione alla
mafia, avrebbe ottenuto grossi privilegi che consistono
nell’aggiudicazione degli appalti pubblici più importanti non solo nel
nisseno ma di tutta l’isola”. In conferenza stampa il magistrato ha
voluto anche spiegare i rapporti del costruttore con la famiglia
mafiosa di Cosa Nostra che ha come capo storico Giuseppe Piddu Madonia
. “Essi sono stati provati anche di recente e riguardano i contatti
romani con Antonio Rinzivillo per i quelli l’indagato ha subito una
condanna ad un anno e otto mesi per concorso esterno in associazione
mafiosa e con Salvatore Ferraro sottocapo di Cosa Nostra nel nisseno,
ora collaboratore di giustizia. Tra i pentiti concordi nella versione
dell’accusa anche Leonardo Messina, Calogero Pulci e Calogero Rinaldi”.
Per i numerosi dipendenti di Di Vincenzo nessun rischio. “Un custode
giudiziario infatti - hanno chiarito le autorità - avrà il compito di
salvaguardare la posizione dei dipendenti che dovranno essere tutelati,
continuando a svolgere la loro attività. Nel contempo è previsto
tuttavia un controllo delle loro posizione per accertare se talune
assunzioni sono state imposte dalla mafia”.
Non appena appreso della notizia il Presidente della Commissione
Antimafia Francesco Forgione si è congratulato con gli inquirenti e ha
voluto sottolineare come “ancora una volta viene dimostrato che il tema
delle ricchezze e dei patrimoni accumulati illegalmente è centrale
nella lotta alla criminalità organizzata”. Alla sua voce si è aggiunta
quella del vice presidente Giuseppe Lumia che ha lanciato uno sguardo
ad un possibile futuro di sviluppo e legalità in una delle zone a più
forte tradizione mafiosa: “Adesso è necessario che le imprese, le
organizzazioni di categoria e sindacali, le istituzioni e le forze
politiche locali e la commissione Antimafia lavorino insieme per porre
in essere percorsi trasparenti di gestione e di rilancio dell’economia
del territorio”. A.P.
box2
Riaccendiamo i riflettori
su Trapani
“Ritengo che la Commissione Parlamentare Antimafia si debba fare carico
della necessità di chiarire realmente le richieste messe in atto per
allontanare l’allora prefetto di Trapani, Fulvio Sodano”. E’ quanto
scritto dal vice presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia
in una lettera inviata a diverse associazioni attive nel trapanese sul
piano della lotta alle cosche. E prosegue: “ E’ una ferita che rimane
ancora dolorosamente aperta e di cui ci eravamo occupati nella
relazione di minoranza presentata al termine della passata legislatura
le cui valutazioni erano basate sui dati riportati dal prefetto Sodano.
Al quale esprimo tutta la mia solidarietà che estendo anche ai
giornalisti Rai Michele Santoro e Stefano Maria Bianchi la cui
citazione in giudizio (chiesta dal senatore D’ali in seguito alla
puntata di Anno Zero dedicata alla mafia trapanese ndr.) ha davvero
dell’incredibile”.
La realtà trapanese rappresenta da sempre una roccaforte per Cosa
Nostra. Qui, nel regno del superlatitante e aspirante capo
dell’organizzazione criminale Matteo Messina Denaro, trascorreva il suo
soggiorno clandestino Totò Riina ed è qui forse, più che in ogni altro
luogo, che la mafia ha tessuto rapporti tanto stabili quanto antichi e
occulti con i vari poteri.
La famiglia D’Alì, la più potente sul territorio, composta da politici
illustri e facoltosi imprenditori, dava lavoro ai Messina Denaro, qui,
racconta il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, si muove il
centro nevralgico della diplomazia mafiosa: “Si è deciso di ritornare
alle origini, a quel vincolo strettissimo che le prime potenti cosche
del trapanese avevano con i picciotti di oltreoceano. Castellamare è
fra l’altro un punto di incontro tra i Paesi Arabi e l’America. Posso
tranquillamente dire - prosegue il pentito nel verbale di
interrogatorio reso ai procuratori federali dell’FBi giunti dagli Stati
Uniti apposta per sentirlo - che Castellammare, oltre ai traffici
normali, droga e tutto il resto, diciamo che è un punto dove si
incontrano diverse componenti che girano attorno alla mafia. E’ un
punto di incontro della massoneria. E’ un punto di incontro, in modo
particolare intendo riferirmi a dei Servizi Segreti deviati, cioè un
punto di incontro particolarmente ricco e particolarmente pericoloso
principalmente per gli Stati Uniti, in modo particolare del mondo
arabo”.
Trapani e la sua provincia dunque come crocevia di molteplici interessi
di grande importanza riportati agli onori della cronaca da un recente
articolo pubblicato sul “Dayly News” in cui secondo notizie d’indagine
il nuovo capo della storica famiglia americana dei Bonanno sarebbe
Salvatore Montanga, 35 anni nato proprio a Calstellamare del Golfo.
“L’esistenza di rapporti tra le famiglie mafiose di Calstellamare e
quelle statunitensi è un fatto assodato”, ha detto il capo della
squadra mobile di Trapani, il vice questore Giuseppe Linares, da anni
impegnato nella caccia a Messina Denaro. “Ci sono dati storici - ha
proseguito -. La “famiglia” dei Minore che guidò la mafia nel rapanese
e che si muoveva liberamente tra la Sicilia e gli Usa. Il presunto
assassino del giudice Ciaccio Montalto, Ambrogio Farina, che ricercato
si rifugia negli Usa. Oggi sicuramente ci sono ancora contatti tra le
cosche siciliane e americane”.
A Castellammare nei primi anni ‘90 si era rifugiato anche un
narcotrafficante oggi ancora super ricercato, Rosario Naimo, inteso
Saro, definito da Riina stesso “un uomo potente, più potente del
presidente degli Stati Uniti” cui Matteo Messina Denaro si rivolse per
inseguire il sogno di una Sicilia quale cinquantunesima stella della
bandiera americana.
“Chiederò all’Antimafia”, ha dichiarato ancora Lumia, “di occuparsi di Trapani”. A.P.
ANTIMAFIADuemila N°42















