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Vittime di Stato?

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I parenti delle vittime di mafia si incatenano davanti alla prefettura

di Lorenzo Baldo

“Chiediamo a tutti i parlamentari di impegnarsi affinché il nostro status giuridico sia equiparato a quello dei parenti delle vittime del terrorismo. Vogliamo inoltre l’applicazione per esteso della legge 206 del 2004”.  E’ il 26 novembre quando Sonia Alfano (figlia del giornalista Beppe Alfano ucciso da Cosa Nostra l’8 gennaio 1993), rilascia queste dichiarazioni alle agenzie dopo che la commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato, in parte, l’emendamento alla legge finanziaria che parifica il vitalizio per le vittime della mafia e del dovere con quanto già previsto per le vittime del terrorismo. Un’approvazione monca di alcune parti essenziali relative fra l’altro allo status giuridico delle vittime di mafia. “Chiediamo al governo e al parlamento un ulteriore sforzo” - prosegue la figlia del giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto (ME), sottolineando come il loro appello, al di là della questione economica, è soprattutto finalizzato“a ottenere dallo Stato la stessa dignità” che spetta a chi ha perso un parente per cause di terrorismo. Per capirne di più occorre fare un passo indietro. Lo scorso 5 novembre si celebra a Isola delle Femmine (PA) la “Giornata della memoria” per tutte le vittime di mafia. In quell’occasione nella biblioteca comunale si riuniscono un gruppo di parenti di vittime della mafia per chiedere l’equiparazione dei sussidi alla legge sui caduti nella lotta al terrorismo varata nel 2004. Al loro fianco prendono l’impegno di portare la battaglia sul piano politico il presidente e il vicepresidente della commissione antimafia, Francesco Forgione e Giuseppe Lumia, Orazio Licandro della commissione Affari Costituzionali e pochissimi altri. Dieci giorni dopo lo stesso gruppo di familiari di vittime della mafia si raduna davanti alla Prefettura di Palermo minacciando di incatenarsi davanti al cancello se la loro richiesta non verrà ascoltata. In piedi davanti all’ingresso ci sono Sonia Alfano e i suoi fratelli, Tina Martinez Montinaro, Dorotea Mondo, Filomena Russo, i genitori di Vincenzo Agostino, i figli di Mario Francese e quelli di Mico Geraci ed altri ancora. Amarezza, rabbia, disillusione ma soprattutto tanta dignità nell’esigere una risposta chiara dallo Stato. Il giorno dopo attuano concretamente la loro protesta. Si sistemano davanti allo stesso cancello, in piedi, dietro una catena che li unisce ancora di più di quanto la vita non lo abbia già fatto. Don Ciotti esprime tutta la sua solidarietà chiedendo fermamente che nella finanziaria, come promesso verbalmente dal Governo, venga inserita la copertura economica per creare la completa equiparazione delle vittime di Cosa nostra a quelle del terrorismo in quanto “è un atto dovuto nei confronti dei loro familiari”. Ma davanti alla Prefettura Sonia Alfano si chiede: “In nome di chi e di che cosa sono stati uccisi i nostri familiari?” Già nel mese di marzo di quest’anno era stata avviata la discussione parlamentare della legge. Il Governo si era impegnato a favore dell’equiparazione presentando l’emendamento nell’attuale Finanziaria. La proposta di legge era chiara: garantire gli stessi benefici alle vittime di attentati terroristici previsti dalle legge 206 del 2004, ai parenti di chi è stato ucciso dalla camorra o dalla mafia e dalle altre organizzazioni a delinquere. A parole tutti d’accordo, un po’ meno nei fatti. L’amarezza di Rita Borsellino attraversa l’aspetto umano e politico della vicenda: “E’ davvero triste che una decisione politicamente condivisa venga svuotata in questo modo, generando delusione e rabbia. Il sacrificio di chi ha pagato con la vita il proprio impegno per il bene della collettività, meriterebbe un’attenzione diversa”. Critiche condivise da Maria Falcone che definisce “sbagliata” la legislazione che ha portato a una simile empasse e da Giovanna Maggiani Chelli che ricorda come la strage di via dei Georgofili del 1993 sia stata riconosciuta dai giudici “una strage attuata per finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale nonché per agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso Cosa Nostra”. Si succedono articoli sui giornali, trasmissioni televisive, fra cui Annozero su Rai2. Non mancano i paradossi pirandelliani con Totò Cuffaro che si fa vedere davanti alla Prefettura mentre promette di trovare una soluzione. Nella penombra, di sfondo a questa battaglia di civiltà, si intravede “la palude”, quella parte della città di Palermo con l’occhio vitreo dell’alligatore che si limita a osservare la scena. In via Cavour, tra mille difficoltà, i parenti delle vittime fanno a turno per presidiare la Prefettura. Fino allo scorso 5 dicembre quando il presidio viene smantellato. Sonia Alfano spiega la decisione sottolineando che “non è una resa”, ma prende atto che la situazione da loro denunciata “non interessa a nessuno”. “A parte le dichiarazioni solidali - aggiunge - nei fatti non è stato fatto niente dal Governo e dallo Stato. Abbiamo chiesto l’equiparazione con la legislazione varata per le vittime del terrorismo e nei fatti questo non e’ avvenuto tranne che per soli due emendamenti della legge”. Al momento di andare in stampa arriva finalmente la notizia dell’avvenuta equiparazione da parte della Commissione Bilancio delle vittime di mafia, del dovere e del terrorismo. Al di là della soddisfazione resta un senso di profonda amarezza nei confronti di un Governo che mette nelle condizioni di doversi incatenare per ottenere quanto spetta di diritto.



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Eroi senza nome


Pochi giorni dopo la strage di Via D’Amelio mia madre chiamo’ me e le mie sorelle, Rita e Adele e ci chiese di farle incontrare le mamme di quei ragazzi che il 19 Luglio si erano stretti attorno a Paolo mente suonava il campanello della sua casa per proteggerlo nell’unica maniera in cui potevano proteggerlo, con i loro corpi. Non potevano proteggerlo in altro modo perchè il prefetto di Palermo Mario Jovine non considerava quella strada un obiettivo a rischio e quindi non ne aveva disposto lo sgombero. Non potevano proteggerlo perchè il procuratore Pietro Giammanco, pur essendo al corrente che era già arrivato in città il carico di tritolo per l’assassinio di Paolo, non aveva ritenuto necessario avvertirlo del pericolo incombente. O anche peggio come forse potremmo sapere se si venisse a conoscere il reale contenuto della strana telefonata che lo stesso Giammanco fece a Paolo alle 7 di mattina di quel 19 Luglio nel corso della quale la moglie Agnese senti’ Paolo gridare la sua rabbia al telefono in faccia a quello che avrebbe dovuto essere il suo capo e, in quanto tale, avrebbe avuto il dovere di vigilare sulla sua incolumità. Lo stesso Giammanco del quale, come ha dichiarato l’allora Maresciallo del carabinieri Carmelo Canale, Paolo aveva intenzione di chiedere l’arresto perchè si potesse scoprire quello di cui era a conoscenza sull’omicidio Lima, il referente politico, in Sicilia, del senatore a vita Giulio Andreotti. Grazie alla protezione dei corpi di quei ragazzi che si stringevano introno a lui Paolo rimase quasi intero dopo lo scoppio tanto che sua figlia Lucia, che volle correre ad abbracciarlo per l’ultima volta, ci potè dire che Paolo sembrava quasi sorridere, aveva i baffi e la faccia anneriti dal fumo ma sembrava sorridere. Ma di quei ragazzi non si trovò quasi niente, una mano fu trovata in un balcone dei piani alti, un altro venne riconosciuto solo per una brandello del vestito, i pezzi di Emanuela Loi poterono essere riconosciuti solo perchè era l’unica donna che faceva parte della scorta. E in quelle bare che furono testimoni muti della rivolta dei palermitani, alla cattedrale di Palermo, contro quel branco di avvoltoi che, scacciati da noi familiari dal funerale di Paolo, volevano almeno sedersi in prima fila ai funerali degli agenti di scorta, non c’era quasi nulla. Anche se questo non impedì ad uno Stato che mi vergogno a chiamare con questo nome, di richiedere ai genitori di Emanuela Loi il costo del trasporto di quella bara vuota da Palermo a Cagliari. Mia madre volle incontrare i genitori di quei ragazzi per chiedere di baciare loro, uno per uno, le mani perchè come disse loro, avevano donato la vita dei loro figli per quella di suo figlio. Ed oggi uno Stato sempre più indegno, uno Stato di cui sono costretto a vergognarmi di fare parte, uno Stato che mi fa vergognare di essere italiano, costringe i genitori, i figli, i fratelli, i parenti di questi ragazzi e di tante altre vittime della criminalità mafiosa, se non dello stesso Stato, a incatenarsi ai cancelli della Prefettura di Palermo per reclamare a voce alta i loro diritti. Non, badiamo bene diritti economici di un vitalizio equiparato a quelle delle vittime del terrorismo, che pure spetterebbe loro di diritto, ma il diritto a che la loro dignità venga riconosciuta, il diritto a che non vengano considerati come vittime di classe inferiore, il diritto a che nelle commemorazioni che pur servono da passerella a politici i cerca di visibilità, i loro figli, i loro padri, i loro parenti non vengano denominato sbrigativamente “ragazzi della scorta” ma, come  è loro diritto, con i loro nomi. Ma allora perchè Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non vengono chiamati “i giudici del pool” e basta, forse perchè la gente si indignerebbe a non sentire i nomi di quelli che considera degli eroi ? Ma perchè forse non sono degli eroi anche Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Rocco Di Cillo, Antonio Montinari, Vito Schifani. Anche di Francesca Morvillo non viene spesso pronunziato il nome, come se non fosse morta anche lei accanto a Giovanni. A fronte di ciascuno di questi nomi, e della serie interminabili di nomi di eroi che non vengono mai nominati  ciascuno di noi non dovrebbe nemmeno solo alzarsi in piedi, ma mettersi in ginocchio, e invece li costringiamo ad incatenarsi ai cancelli di una prefettura per reclama il rispetto della loro dignità. Io chiedo perdono a Sonia Alfano e a quelli che come lei stanno portando avanti questa lotta nel nome di tutti per non essere li insieme a loro, per non essermi incatenato insieme a loro come di sicuro avrebbe voluto e ci avrebbe ordinato di fare mia mamma se fosse ancora in vita. Vi chiedo perdono, la lotta che stiamo combattendo ha troppi fronti e non sempre si riesce ad essere dove il nostro cuore ci vorrebbe portare, ma sappiate che sono insieme a voi, che Paolo Borsellino è insieme a voi e che insieme a lui la lotta di tutti noi, di tutti noi uniti, riuscirà a realizzare il sogno di giustizia e di libertà per cui sono morti i vostri figli, i vostri padri, i vostri compagni, i vostri fratelli.
Salvatore Borsellino


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