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Una sconfitta per lo Stato

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Si toglie la vita il pentito del processo Fortugno. In discussione la credibilità delle istituzioni

di Monica Centofante



A Francavilla al Mare, ridente cittadina in provincia di Chieti, era per tutti Bruno Dandolo. Il bravo ragazzo impiegato al bar Kiwi che aveva perso la testa per una donna romena e stava soffrendo non poco da quando lei aveva deciso di lasciarlo. Un giovane ventinovenne apparentemente normale, come tanti ne incroci a Francavilla e soprattutto nei mesi estivi quando le spiagge si riempiono e si riempie il bar Kiwi. Chissà quanti hanno ricordato il suo sorriso quando il 17 ottobre le principali testate giornalistiche hanno mostrato la sua fotografia sotto il titolo: muore suicida il pentito Bruno Piccolo, teste fondamentale nel processo sull’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno. Stupiti di fronte a quel “nuovo Bruno”, a quella doppia identità che forse non a tutti era sfuggita. Tanto che la Procura di Chieti ha deciso di aprire un’indagine per induzione al suicidio mentre l’agenzia Apcom, subito dopo la morte del ragazzo, ha battuto la notizia secondo cui poco prima di togliersi la vita il Piccolo sarebbe stato licenziato dal suo impiego perché una visita dell’ispettore del lavoro aveva fatto emergere la verità su di lui.
<<Se una sola delle notizie apparse sulla stampa fosse vera – è intervenuto il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Francesco Forgione - ci troveremmo di fronte a fatti di estrema gravità. Fatti tali da mettere in discussione la credibilità dei titolari del Servizio Centrale di Protezione, la trasparenza dei loro comportamenti, il loro stesso ruolo>>. Parole affidate ad una lettera inviata il 28 ottobre al ministro dell’Interno Amato, nella quale chiedeva chiarimenti sulla gestione del pentito e aggiungeva: <<Un collaboratore come Bruno Piccolo, legato ad una organizzazione come la ‘Ndrangheta che nella sua storia ha avuto pochissimi collaboratori di giustizia, aveva bisogno non solo di protezione e garanzia di sicurezza, ma anche di una quotidiana assistenza psicologica>>. E mentre al Viminale si affrettano a chiarire che il licenziamento del Piccolo era stato determinato da <<ragioni comportamentali connesse a vicende di natura personale>> e non da <<qualsivoglia disvelamento dell’identità del collaboratore>>, i misteri sul suo suicidio allo scadere del secondo anniversario dell’assassinio di Francesco Fortugno, sono ancora molti. Tanto che gli inquirenti proseguono come in una vera e propria indagine per omicidio: monitorando i tabulati telefonici, ricostruendo i suoi ultimi movimenti, facendo analisi tossicologiche per verificare se il giovane fosse stato in qualche modo drogato prima di decidere di impiccarsi con una corda alla finestra del suo appartamento. Una vicenda sulla quale si è interrogata anche Maria Grazia Laganà, vedova Fortugno e membro della Commissione Parlamentare Antimafia, domandandosi <<perché questo ragazzo abbia fatto questo gesto ora, a Francavilla al Mare, e non a Sulmona, dove è stato in un carcere nel quale c’è un’alta percentuale di suicidi>>.
La risposta potrebbe nascondersi nel biglietto sequestrato dalla Polizia o nel diario segreto in cui Bruno scriveva dei suoi giorni trascorsi in solitudine e magari della sua decisione di entrare in società con Sergio nel bar in cui dall’inizio di giugno aveva iniziato a lavorare. Un particolare emerso dalle indagini, secondo le quali, proprio per questo motivo, un paio di settimane prima di togliersi la vita avrebbe chiesto al servizio centrale di protezione un anticipo sulle spettanze dovute ai collaboratori di giustizia. Ora, ha proseguito l’on. Laganà, non resta che aspettare <<tutte le informazioni utili dopodiché, se dovessero essere confermate alcune voci, certamente si potrà parlare di insuccesso dello Stato>>. Certo è, commenta invece il presidente del Cids Demetrio Costantino prima dei funerali celebrati nella quasi totale assenza di rappresentanti delle istituzioni, che <<l’atroce fine di questo giovane di appena ventinove anni getta ancora ombre, purtroppo, sull’omicidio di Francesco Fortugno>>. Ombre pesanti, nonostante Piccolo avesse già confermato le dichiarazioni rese in istruttoria durante un incidente probatorio, suggellandole come prova per il processo in corso. <<Era un bravo ragazzo>>, ha detto di lui Francesca Bruzzaniti, moglie di Alessandro Marcianò, accusato di essere il mandante dell’attentato, ma <<è stato costretto a firmare carte compilate da altri. Adesso non serviva più e lo hanno abbandonato, lo hanno lasciato morire>>. E’ la tesi sostenuta dalla difesa, che i pm temono possa appellarsi a quanto già emerso nelle prime battute dell’indagine: la possibilità che il ragazzo fosse affetto da disturbo border line di personalità. Anche se l’ipotesi era stata puntualmente smentita da una perizia psichiatrica che certificava il contrario. La verità, è l’opinione di Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione Antimafia, è che <<si vuole impedire in tutti modi che il processo Fortugno vada avanti>>. Pur precisando di <<non avere individuato agenti esterni>> nel suicidio Lumia ha comunque sostenuto che <<si vuole impedire che si possa risalire alle responsabilità politico – istituzionali dell’omicidio Fortugno>>. <<Ma la ‘Ndrangheta ha fatto male i suoi conti perché nonostante questo drammatico fatto bisogna andare avanti, anzi capire e dire che l’omicidio è di grande portata>>. <<O prevale la ‘Ndrangheta e il sistema delle collusioni con la politica – ha concluso - o prevale la democrazia italiana e la Calabria libera>>.


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Ancora minacce per l’On. Maria Grazia Laganà


E’ arrivata alle 5 del mattino dello scorso 3 novembre, al numero di Pronto Intervento dei Carabinieri, l’ennesima minaccia contro l’onorevole Maria Grazia Laganà, vedova Fortugno. Il messaggio, ricevuto dal centralino del 112, proveniva da uno sconosciuto che avvertiva della presenza di una bomba pronta per colpire la donna (anche se i controlli non hanno poi individuato alcun ordigno esplosivo). L’onorevole, che in passato aveva ricevuto diverse lettere intimidatorie (l’ultima il 3 ottobre: “Farai la fine della macchina di Guccione”), ha così commentato: <<Io non ho paura. Prima mi mandavano lettere, ora fanno telefonate ma sbagliano di grosso>>. In un’altra occasione, a seguito della deposizione a processo del fratello Fabio Laganà, testimone oculare dell’omicidio Fortugno, ha però dichiarato ai magistrati della Dda di Reggio Calabria di temere per l’incolumità dei suoi familiari.


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Processo Fortugno: depone Luigi Silipo

E’ stato il vicequestore aggiunto Luigi Silipo, commissario di Siderno, il protagonista della 32.ma udienza del processo Fortugno, che si celebra davanti alla Corte di Assise di Locri, e che era ripartito a settembre dopo la pausa estiva. Silipo, all’epoca dell’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale calabrese, vicecapo della Squadra Mobile reggina è l’uomo che ha condotto le indagini sui presunti mandanti ed esecutori di quell’assassinio. E di fronte alla dottoressa Olga Tarzia, Presidente della Corte, ha ricordato le rivelazioni del pentito Bruno Piccolo, morto suicida lo scorso ottobre. Piccolo, ha spiegato il vicequestore, aveva parlato del cambiamento dello stile di vita di alcuni imputati a seguito di quell’omicidio, e in particolare di Salvatore Ritorto, presunto esecutore materiale, che non lavorava dal 2004 ma aveva a disposizione cospicue somme di denaro. Il commissario di Siderno, ancora, ha ricordato le lettere scritte dal boss Vincenzo Cordì sia al Piccolo che a Domenico Novella (anche lui pentito) in cui il boss “invitava” i due, invano, a non collaborare. Nella seconda parte dell’udienza il dott. Silipo si è poi concentrato sulle dichiarazioni del Novella, che ha iniziato la sua collaborazione il 23 marzo del 2006, e in genere sull’indagine “Arcobaleno 2”. E ha raccontato della movimentata cattura di Domenico Audino il quale, in videoconferenza, ha smentito: <<Contrariamente a quanto afferma il dott. Silipo, non ho opposto alcuna resistenza>>. In riferimento ad una serie di telefonate che l’Audino avrebbe fatto la notte dell’arresto al Ritorto, l’imputato spiega ancora: <<Quella notte ho cercato di parlare con mio padre Pietro... Le chiamate a Ritorto? Forse toccando il tasto in maniera involontaria mentre cercavo di chiamare mio padre è scattato il suo numero>>. Un altro capitolo interessante riguarda le armi di cui si riforniva la banda: un volta rubate passavano da Antonio Dessì ad Alessio Scali e poi a Salvatore Ritorto. <<Scali – dice Silipo – le teneva sopra la serranda, Ritorto nel sottotetto>>. In quanto all’arma che ha ucciso Fortugno il vicequestore aggiunto specifica: era già stata usata due volte e i bossoli utilizzati erano di origine serba. Al dott. Silipo, sentito anche lo scorso 29 ottobre, sarà dedicata un’altra udienza del processo che in questi ultimi due mesi ha visto sfilare davanti alla Corte, tra gli altri, il governatore della Calabria Agazio Loiero, il segretario del Pri On. Francesco Nucara, l’On Angela Napoli, tutti ascoltai in qualità di testimoni.


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