Urgente ripulire le istituzioni
a cura di Lorenzo Baldo
Dott. Ingroia Paolo Borsellino, poco prima di essere ucciso, disse: “Sto vedendo la mafia in diretta”. Per quale motivo secondo lei? Si era forse reso conto dell’esistenza di quella “trattativa” che si ipotizza nelle sentenze?
Per rispondere bisognerebbe analizzare il contesto in cui la frase venne detta. Che vi fosse una trattativa non c’è dubbio. Che uno dei moventi della strage è che lui rappresentava un ostacolo alla trattativa è possibile. E sull’ipotesi sta lavorando la procura di Caltanissetta, ma gli elementi non sono ancora sufficienti per poterlo affermare con certezza. Io ho qualche perplessità: se lui avesse saputo qualcosa del genere a qualcuno lo avrebbe confidato. Nell’ultimo periodo era molto più riservato, ma quando si rendeva conto di essere in possesso di notizie veramente rischiose alla fine a qualcuno le rivelava. È chiaro, comunque, che con quella frase voleva dire di essersi trovato al centro di un flusso di informazioni. Non dimentichiamo che due collaboratori di altissimo livello, Mutolo e Messina, riferivano solo a lui le cose più delicate. Borsellino era convinto, e questo lo disse a me, che con Mutolo si sarebbe arrivati vicinissimi a Riina e a tante verità e che con Messina avrebbe potuto ricostruire tutta la storia di Cosa Nostra. La sua intenzione era quella di lavorare intensamente su questi due pentiti sfruttando tutto il periodo estivo. Senza concedersi neppure un giorno di ferie, anzi “approfittando” delle ferie dei colleghi per procedere tranquillo e indisturbato, senza il rischio di generare sospetti o di subire interferenze o fughe di notizie. Il suo auspicio era che anch’io rinunciassi alla pausa estiva, così come feci, per aiutarlo nella gestione di questi pentiti, o almeno di Messina. In questo quadro è verosimile che il suo agire senza alcuna prudenza, possa essere arrivato all’orecchio di Cosa Nostra, che avrebbe potuto vedere in lui un ostacolo alla trattativa senza che lui avesse in realtà una cognizione diretta della trattativa stessa. Poteva magari aver intuito qualcosa, questo sì, ma ciò può essere avvenuto soltanto in quegli ultimi giorni.
Cosa pensa lei del famoso incontro tra Borsellino, Nicola Mancino, il capo della Polizia Parisi e, si ipotizza, il dottor Contrada?
Da quell’incontro Borsellino tornò sconvolto, accennò qualcosa, ma è possibile che effettivamente non raccontò tutto. Forse aveva incontrato qualcuno che non si aspettava di vedere o gli venne detto qualcosa che non si aspettava di sentire. Certo è che a 15 anni di distanza ancora molti sono gli interrogativi rimasti senza risposta. La strage di via D’Amelio è di certo il fatto delittuoso più oscuro nella storia della mafia degli ultimi vent’anni, che si aggiunge, ovviamente, alla strage di Capaci e a tante altre vicende. La mia speranza è che gli ultimi colpi inferti a Cosa Nostra, a dimostrazione di uno Stato che, nonostante i sussulti e talvolta le esitazioni della politica e del legislatore, è comunque in grado di “fare sul serio”, possano innescare processi positivi e di chiarificazione. Sono convinto che ci sono collaboratori che su questo non hanno ancora detto tutto e che mafiosi, oggi detenuti, potrebbero essere indotti a parlare dopo la prova di forza dello Stato che in questa fase si contrappone alla debolezza e alla fragilità dell’organizzazione mafiosa.
Per quanto concerne la sparizione della famosa agenda rossa qual è la sua opinione? Se ancora esistesse crede che potrebbe essere un’arma di ricatto nelle mani di qualcuno?
Quell’agenda c’era e oggi non c’è più. Se è finita nelle mani sbagliate è comunque impensabile che sia stata distrutta ed è più logico ipotizzare che chi l’ha presa la tenga da qualche parte. È evidente che sullo sfondo di questa storia, come in tutte le storie fatte di sangue e trattative, ci siano tanti ricatti. Che vengono sconfitti soltanto con la verità. Per questo, ripeto, la mia speranza è che si possa fare un po’ più di luce per rischiarare tutto, ma proprio tutto.
Dottore Ingroia, secondo lei, per giungere alla verità non dovremmo indagare maggiormente su quella convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri poteri deviati che Falcone chiamava “ibridi connubi”? D’altronde ci sono sentenze che hanno sancito che è possibile ipotizzare l’esistenza di mandanti esterni alle stragi.
Io sono convinto che non ci sia soltanto un aspetto da analizzare. Ci sono varie componenti di questi connubi indicibili. La storia ci insegna che quando la verità su un fatto è più difficile da scoprire è proprio perché in quel fatto sono in qualche modo coinvolti uomini delle istituzioni. E credo che su questo versante si debba soprattutto esplorare. Per carità, dietro ci sono sicuramente anche interessi economici, ma è soprattutto l’aspetto delle coperture istituzionali quello che credo debba essere messo in evidenza. Perché se non si svelano le complicità istituzionali, i compromessi istituzionali, le istituzioni stesse non possono essere ripulite dall’interno. E le incrostazioni potrebbero dilagare rimanendo non solo ancorate agli anni dello stragismo, ma arrivando, probabilmente, fino ai giorni nostri. E se le istituzioni sono incrostate al loro interno è chiaro che non è possibile operare liberamente.
ANTIMAFIADuemila N°56














