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Il tocco dello scorpione

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Intervista all’avvocato Rosalba Di Gregorio

di Lorenzo Baldo



Palermo. Lunedì 5 novembre. L’intervista è programmata da tempo, incontro l’avvocato Rosalba Di Gregorio presso il suo studio legale il giorno stesso della cattura di Salvatore Lo Piccolo. Inizia così un fitto dialogo che termina quattro ore dopo. Emerge il percorso di un avvocato che si muove  all’interno di un gioco molto grande nel quale il confine tra “burattino” e “burattinaio” è molto labile e pericoloso. Sotto la manica del suo completo spunta un piccolo scorpione tatuato sul polso. Il nocciolo dell’intervista riguarda le stragi del 1992 e il loro carico di mistero mai chiarito ormai da 15 anni. Una coltre di nebbia che occulta i cosiddetti “mandanti esterni”, quei pezzi delle istituzioni “deviate” che avrebbero chiesto le stragi a Cosa Nostra. Probabilmente gli stessi responsabili della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Questioni che l’avvocato ha più volte affrontato assumendo la difesa di mafiosi di primo rango nei processi per le stragi di Capaci e Via d’Amelio. Sono quasi 30 anni che Rosalba Di Gregorio esercita la professione di avvocato penalista, specializzandosi nella difesa di esponenti di Cosa Nostra di primissimo piano. Fino all’ultimo momento (prima che morisse di cancro nel 2000) ha assunto il ruolo di difensore di Vittorio Mangano, uomo d’onore di Porta Nuova, anello di congiunzione tra dell’Utri e Berlusconi, noto alle cronache come lo stalliere di Arcore. L’avv. Di Gregorio ha difeso tra gli altri boss del calibro di Giovanni Bontade e Ignazio Pullarà, Francesco Marino Mannoia e Salvatore Cancemi (prima che questi ultimi due iniziassero a collaborare), fino ad arrivare a Pietro Aglieri e in ultimo a Bernardo Provenzano, difeso dal mese di aprile del 2006 insieme al suo compagno di vita Francesco Marasà con il quale divide lo studio legale. L’avvocato ripercorre e interpreta pezzi di storia di Cosa Nostra, difende i suoi assistiti quasi fosse una lunghissima arringa. Non teme di replicare alle domande su quella “zona grigia” che in parte lei conosce, e quando resta in silenzio, anche solo per pochi istanti, risponde più chiaramente che non con mille parole.

D. Alla luce della sua esperienza di avvocato che cos’è Cosa Nostra?
R. E’ una struttura sicuramente di base delinquenziale, che commette crimini e che in un determinato periodo storico, grazie ad alcuni collaboratori di giustizia, è stata definita verticistica e piramidale. Secondo il mio punto di vista sicuramente non lo è più dal 1981 in poi. Mi spiego: il maxiprocesso fotografa una realtà che è preesistente sul piano della struttura e dell’organizzazione. Tutto quello che è successo poi, forse ci vorrà ancora qualche anno per poterlo inquadrare e catalogare… e non avremo comunque la duplicazione di quanto esisteva in precedenza. Questo lo dico per contestare (come ho fatto in tutti questi anni) la pedissequa applicazione di “teoremi”, con sforzi che a volte sfiorano il ridicolo, a contesti storici successivi e diversi. Qui parliamo di un’organizzazione che produce denaro, che si è creata (e questo la differenzia da altre associazioni di carattere criminale) una sua regolamentazione interna e che è stata attigua, a momenti alterni, con altre grandi strutture dello Stato Italiano e non solo.
D. Nelle battute conclusive della sentenza del processo Borsellino Bis della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta si legge: “E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di Via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta”
R. Io direi che deve essere totalmente scritta. Il cosiddetto “terzo livello”, o comunque chi ha voluto che le stragi si facessero, o chi ne ha sentito la necessità… giovandosi o non giovandosi di “manovalanza mafiosa”, con accordi o senza accordi con pezzi delle istituzioni, non può essere visualizzato, o individuato se ci fermiamo a guardare il tipo di “manovalanza” indicata da un collaboratore. L’esecutore può anche cambiare in funzione di chi ha voluto la strage, di chi l’ha decisa…
D. Ma chi sono allora questi “mandanti esterni”, chi ha voluto le stragi?
R. La domanda me la sono posta molte volte, ma non sono riuscita a trovare la risposta. Io non credo che verrà fatta mai chiarezza su questo. Tanto per cominciare perché manca completamente l’interesse a riguardo da parte della cosiddetta società civile che legge solo la sfilza di condanne e di ergastoli ma non mostra la minima curiosità di sapere se è stata fatta davvero giustizia. Quindi in realtà non c’è, nella gente, un desiderio di sapere la verità: è sufficiente quella che è stata detta e cioè che sono stati soli “i mafiosi”, che siano stati inflitti gli ergastoli…
D. Lei non pensa che Riina, Provenzano, Biondino, Aglieri etc. etc. sappiano chi ha fatto le stragi?
R. Se lo sa Aglieri, allora vuol dire che lo sanno anche Cancemi, Brusca, Ferrante, Vara, Giuffrè… E siccome sono “pentiti”, cioè collaboratori pagati dallo Stato, dovrebbero dircelo loro, anziché fare discorsi fumosi e dichiarazioni altalenanti.
D. Significa che Riina, Provenzano, Aglieri, Biondino o altri, non parleranno mai, o no?
R. Secondo me no. Io non lo farei, perché se è vero il presupposto e cioè che Cosa Nostra ha trattato con qualcuno, questo qualcuno è talmente pericoloso da aver fatto le stragi, inginocchiando uno Stato. Chiunque, quindi, avrebbe di che preoccuparsi. Poi c’è anche un’altra riflessione. Come difensore, ho avuto contezza, nei processi, del fatto che le dichiarazioni dei collaboratori a volte sono parziali, o artefatte o automanipolate o limitate. Chi è stato all’interno dell’organizzazione può sapere se e quanto certi discorsi siano addirittura inventati ed è in grado di dire: “No, questo pentito è un cretino che nessuno considerava e che qua sta facendo la parte dell’eroe dei due mondi”. Ci sono collaboratori che minimizzano il proprio ruolo ed altri che, al contrario, millantano. Ci sono collaboratori che nello specifico processo per un determinato fatto delittuoso raccontano ben poche cose e che poi, sentiti in altro processo, mostrano di saperne di più. La considerazione ovvia è: o mentono, oppure convinti di dover rispettare i teoremi o le impostazioni di accusa, ritengono che sia conveniente mentire. E allora che senso ha uscire veramente dalla mafia, per poi rientrare in un altro “partito” che è la stessa cosa?
D. Cosa intende dire?
R. Intendo dire che sarebbe giusto chiedersi (e io me lo chiedo): “se il collaboratore di giustizia è uscito da un’organizzazione con delle strutture che lo “costringevano”, che senso ha che se ne liberi per entrare in altre strutture che lo “contengono” allo stesso modo? Perché uscire da una struttura per entrare in un altro contesto dove si è compressi o dove ci si deve autocomprimere? Non sto parlando, ovviamente, di pentimento in senso morale, perché ciò riguarda pochissimi casi. Normalmente “collabora” chi ha necessità di salvare un patrimonio, di andarsene all’estero, di avere salva la vita, di vendicarsi. Se non c’è tutto questo, perché devi passare dalla mafia all’antimafia? Considerando quello che ho detto prima, mi chiedo: cosa cambia?
D. Questo lo chiedo a lei
R. Se non si è arrivati a capire “chi” ha voluto “cosa” (e non si è capito), la logica vuole che chiunque si è potuto infilare a fare antimafia, gestendo soldi, convegni, vari eventuali, o con spirito laico o per darsi una parvenza di pseudo-legalità. Là dove c’è movimento di denaro, poi, la manina la vogliono mettere tutti.
D. Di contraltare c’è però chi fa antimafia senza alcun tornaconto personale, semplicemente perché ci crede al di là dei risvolti economici
R. E lei è sicuro che questi non possano essere strumentalizzati?
D. Non escludo il rischio, ma questo dipende dall’onestà di chi si è schierato su questo fronte
R. Ho i miei dubbi, perché chi è onesto, secondo me, può essere strumentalizzato.
D. Torniamo alla questione della ricerca della verità sulle stragi
R. Le ripeto, secondo me non si individuerà mai il “terzo livello” di cui i pentiti parlano, ma che non indicano.
D. Perché?
R. Qui stiamo parlando di stragi, di quegli eventi cioè che hanno cambiato la società italiana, che hanno spostato i soldi da una parte all’altra. Lei i soldi non li dimentichi… perchè se la mafia si muove per i soldi, l’antimafia si muove con i soldi: il denominatore comune sono sempre i soldi.
D. Se dovesse parlare un personaggio come Riina o Biondino non pensa che cadrebbe mezza Italia?
R. Può essere, ma, se così fosse, non credo che converrebbe che parlassero….
D. Ma è possibile che questi soggetti non parlino nemmeno con i loro avvocati?
R. Le difficoltà che abbiamo noi avvocati a difendere queste persone sono enormi perché questi non dicono mai come sono andate le cose. Che sia chiaro, dell’avvocato non ci si fida, perché altrimenti non sei un uomo d’onore.
D. Arrivando al mistero della scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino: secondo lei chi l’ha presa? Chi ce l’ha? Esiste ancora ed è una possibile arma di ricatto?
R. Ricordo un dispaccio dell’Ansa di circa una settimana dopo la strage di via D’Amelio (Ansa 25/7/92 ndr) nel quale Arnaldo La Barbera (allora Capo della Squadra Mobile di Palermo ndr) riferendosi alla scomparsa dell’agenda disse: “…non si può escludere che si sia bruciata con il calore che si è sviluppato all’interno dell’autovettura così come si sono bruciate tutte le targhe delle macchine…”. Poi il dispaccio continuava con: “…gli investigatori escludono comunque che il contenuto della rubrica telefonica del Magistrato possa risultare in qualche modo utile per le indagini sulla strage…”. Ed io mi domando: Ma che ne sapevano?
D. E lei cosa ne pensa?
R. Tutta la questione che ruota intorno all’agenda, compresa l’indicazione relativa al Capitano dei Carabinieri Arcangioli, la ritengo pericolosa.
D. Pericolosa per il contenuto stesso dell’agenda? Se esiste ancora…
R. Pericolosa per le possibili strumentalizzazioni. Potrebbe anche essere che non contenga niente, al massimo gli appunti normali che Borsellino vi scriveva. O chissà… Sarebbe un interessante spunto di indagini, quanto meno per capire il pensiero del dott. Borsellino, anziché lasciarlo interpretare agli altri. Con tutti i limiti del pensiero, ovviamente. La sparizione dell’agenda potrebbe essere determinata dalla conoscenza di tutti sul fatto che in quel periodo il dott. Borsellino soleva prendere appunti. Non è detto che poi ci sia stata (con quello che è accaduto in Via D’Amelio) la possibilità di rimetterla a posto.
Poniamo per esempio che io la prenda perché devo capire se il contenuto dell’agenda mi sta danneggiando e poi scopra che non c’è nulla di compromettente: può darsi che io non abbia “fisicamente” la possibilità di rimetterla a posto. Oppure può essere che io non voglia rimetterla a posto, perché il contenuto mi danneggia. Qui rimaniamo, però, meramente nel campo delle ipotesi: che l’agenda fosse “esplosiva”,  o che fosse impossibile riportarla nel sito originario.
D. “Esplosiva” perché potrebbe contenere alcuni riferimenti sulla possibile “trattativa” tra Stato e Cosa Nostra nella quale lo stesso Borsellino si sarebbe messo d’ostacolo?
R. Se prendiamo le dichiarazioni di Giovanni Brusca, che parla di “papello”, o quelle di qualunque altro collaboratore che parla di “trattativa”, chiunque abbia trattato con la mafia per la strage di Capaci, che interesse avrebbe avuto a raccontarlo al dott. Borsellino?
D. Capovolgiamo la situazione: quei pezzi dello Stato mettono al corrente Borsellino della trattativa in corso perché sanno che comunque Lui ci sta arrivando, per poterlo così neutralizzare
R. Ma come avrebbe potuto arrivarci Borsellino?!
D. Chissà che non vi fosse già arrivato per le sue conoscenze, per la sua professionalità, o per altre vie. Resta ora da capire quali possano essere stati gli elementi determinanti che lo avrebbero portato a comprendere che era in atto una “trattativa”
R. Può darsi che il dott. Borsellino abbia avuto dei sospetti su “chi” aveva creato i presupposti che hanno portato alla strage di Capaci, a partire già dall’apertura del database del dott. Falcone, subito dopo la Sua morte. Questi sono elementi che, con tutti gli altri, noi apprendiamo dal processo e che Borsellino può avere conosciuto in quei pochi giorni che separarono le due stragi. Sul piano probatorio, però, per arrivare a sostenere che Borsellino ostacolò una “trattativa”, mancano vari passaggi, non c’è materiale... La conoscenza della Sua conoscenza, poi, può avere impresso quella che viene definita “l’accelerazione” della decisione di ucciderlo.
D. Secondo la ricostruzione dei collaboratori di giustizia è Totò Riina a premere per l’accelerazione della strage di Via D’Amelio, assicurando che “qualcuno” gli avrebbe garantito che la strage di Borsellino era un bene per tutta Cosa Nostra
R. Allora paradossalmente, visti i risultati, diciamo che Cosa Nostra avrebbe dovuto costituirsi parte civile, perché questa è una truffa!
D. Ma perché Riina non prevede la reazione violenta che vi sarebbe stata da parte dello Stato dopo la strage di Via D’Amelio?
R. Non lo so, ma tutto sommato con la prima strage non è successo niente… “C’era bisogno di un altro colpetto” dicono i pentiti “visto che con la prima non era successo niente...” Ma, dico io, per ottenere cosa?... che venissero murati vivi nelle carceri? Mi pare una “strategia” da due lire. Ma se dobbiamo fare il solito ragionamento contorto potremmo dire che, dall’esterno, qualcuno abbia “flirtato” con loro (con i mafiosi  ndr), facendo credere che sarebbero stati “tutelati” con una sorta di impunità, cosa che però non è avvenuta.
D. Poi però arrivano le stragi del ’93, mentre nel ’94 si ferma tutto, che succede?
R. Il punto è proprio la stagione delle stragi del ’93. E’ qualcosa che non capisco. Dopo la strage di Via D’Amelio si aprono le porte del supercarcere di Pianosa (lei non ha idea cosa sia stato quel carcere); quindi gli “strateghi” della mafia, con tutto questo inferno alle spalle, vanno a fare il resto? No…
D. Provenzano potrebbe spiegarlo  questo? O no?
R. Se può dirlo lui, allora, ripeto, lo può dire Brusca, o Cancemi…
D. E lui resta in silenzio forse perché se parlasse i suoi figli sarebbero in pericolo?
R. E i pentiti – se lo sanno – perché restano in silenzio? Temono per i figli, oppure temono perché, come disse Buscetta al dott. Falcone, non hanno fiducia nelle Istituzioni?
D. Perché si troverebbero di fronte a quella stessa parte grigia dello Stato che a suo tempo è entrata in contatto con loro per organizzare le stragi?
R. Può essere…
D. Parliamo della stessa “regia occulta” incaricata della sparizione dell’agenda di Borsellino?
R. Chi è riuscito a fare un’operazione così devastante attraverso una strage che ha cambiato l’assetto politico ed economico del nostro Paese, penso che abbia calcolato la possibilità di seminare una serie di indizi che, collocati con il sistema del puzzle e veicolati attraverso collaboratori non attendibili, possono portare a una pista diversa e non a chi l’ha ideata. Se ad esempio le immagini di Arcangioli suggeriscono un coinvolgimento dei Carabinieri, alcuni elementi nel processo Borsellino, portavano da un’altra parte e cioè a riflettere sulla gestione del “pentito” Scarantino. Ipotizzando un coinvolgimento trasversale, bisogna chiedersi: da quante mani passa un’agenda? E chi, in queste varie mani, non ritiene di potere sottrarre reperti e seminare depistaggi? Se ragioniamo con la logica di chi fa una strage e vuole incolpare gli altri, qui tutto può essere depistaggio… Quindi l’indagine che parte da un dato probatorio e che si muove sul piano del raccordo logico, è un’indagine che sbaglia. La giurisprudenza ci insegna che le prove vanno legate insieme attraverso il ragionamento logico, ma le prove ci devono essere!


BOX

Nel nome della verità

Fin dall’inizio del nostro lavoro ci siamo sempre imbattuti  nel malefico crocevia di interessi che vede Cosa Nostra seduta ad un tavolo insieme ai più importanti poteri: da quello politico, a quello finanziario, passando attraverso quelli più occulti, senza trascurare quello religioso. Menti raffinatissime che hanno deciso in comune accordo omicidi, stragi, guerre vere e proprie scatenate per il mantenimento del potere che da sempre attraversa la storia degli uomini. Giovanni Falcone aveva compreso perfettamente quel meccanismo perverso del quale Cosa Nostra è parte integrante e operativa. L’intuito di Falcone rappresentava quindi un grave pericolo per l’esistenza stessa di quel sistema di potere che, con la strage di Capaci, si metteva così al riparo. Secondo il nostro punto di vista subito dopo l’assassinio di Falcone, il giudice Paolo Borsellino, una volta venuto a conoscenza dell’esistenza di una “trattativa” mafia-Stato, si pone d’ostacolo, decretando così la sua condanna a morte. Per trovare i riscontri a questa ipotesi in questi anni abbiamo riascoltato le dichiarazioni dei giudici che hanno vissuto quegli anni di trincea, i magistrati che hanno lavorato al fianco di Falcone e Borsellino. Ma soprattutto abbiamo ripreso gli atti depositati dai pubblici ministeri che successivamente hanno istruito i processi per le stragi del ‘92 e in parte anche del ‘93, unitamente alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Dopo aver attinto a questa mole di informazioni abbiamo scelto di ascoltare la versione di un avvocato difensore dei mafiosi per aggiungere ogni elemento utile alla nostra ricerca. Siamo palesemente su due posizioni differenti, ma il punto in comune viene a crearsi quando si affronta l’esistenza dei “mandanti esterni”. Un tema che l’avvocato e i suoi assistiti conoscono bene, ma che al momento si cela immancabilmente dietro al silenzio dei boss. A questi silenzi abbiamo contrapposto le parole dei magistrati che si ostinano a cercare tutta la verità sul periodo stragista di 15 anni fa. L’ultimo troncone sui “mandanti esterni” per le stragi del 1992, attualmente aperto a Caltanissetta, sta proseguendo il suo iter tra mille difficoltà. Il mistero che ruota attorno alla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino riaccende i riflettori sui protagonisti della vecchia “trattativa” e probabilmente di quella nuova
Giorgio Bongiovanni


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